Una tragica fatalità
Estratto live da una lezione pratica di navigazione per patente comando unità da diporto. Voce dell’istruttore.
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio ala carta nautica. Varda davanti intanto! Un ocio al’acqua. Varda a sinistra nel fratempo. Un ociata anca al mar: dal color de l’acqua te capissi el fonda’e. Varda el gipiese, ogni tanto. E do oci alla costa. Ansi: almanco oto oci alla costa. Sempre. Mai, mai, mai massa vixin ala costa. Mai sacranon! Un’ociada al’ecoscandajo. Mai dismentegarte.”
“Varda anca a dritta però! Un ocio ala strumentaxion. E varda anca in alto, che non se sa mai. Un’altra ociada all’ecoscandajo, intanto. Sempre. E varda anca in basso. Quanti oci te xe rimasti? No importa, un ocio anca indrìo“.
Lungo respiro, cinque secondi di pausa. Poi ricomincia daccapo:
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio alla carta nautica. Varda davanti intanto!…” (senza sosta, per mesi, mesi e mesi).
Bisogna assolutamente che uno se la vada a cercare.
Matteo Rinaldi
gennaio 16th, 2012 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Com’è bella la passerella
La cosa più inquietante della nautica italiana sono i marina. Si tratta dei porti turistici per le barche da diporto, dove trovare posto è un’impresa e un costo. Qui paghi come se prendessi possesso di un albergo a cinque stelle, e invece l’albergo te lo porti dietro tu. Paghi come se ti accogliessero con gentilezza, competenza e simpatia, mentre invece ti guardano con disprezzo e ti lanciano consigli confusi, spesso sbagliati e sempre nei dialetti più stretti della galassia.
Paghi come se ti presentassero dei bagni con vasche idromassaggio e wc in separata sede. Spesso invece sono dei prefabbricati da cantiere moldavo, con doccia incorporata nel wc. Che in più si intasa e spesso ha… l’acqua calda a gettone. L’acqua calda a gettone pagando non meno di cento euro per notte.
Paghi come se ti facessero accomodare in un barcheggio ampio e comodo. Infatti non si chiama barcheggio e nemmeno parcheggio, ma posto barca perché ha la caratteristica di ospitare la barca solo a patto di farsi posto da soli, magari ormeggiando di sbieco, piegati da un lato per occupare meno spazio e destinati a sbattere tutta la notte contro le barche vicine.
Ma soprattutto, paghi per avere una una passerella in titanio, solida e sicura. Invece ti danno una tavola in legno che hanno messo fuori legge anche nei cantieri abusivi della Mafia. Sono così strette, malmesse e scivolose che le fanno degli artigiani incattiviti e specializzati solo per i marina.
La vedi e capisci cosa ha frenato lo sviluppo della nautica italiana: se la barca ondeggia cadi appena ci metti il piede sopra (un metro e mezzo di volo tra ferraglia, molo, catene arrugginite e acqua lurida). Se la barca non ondeggia, la passerella ti accoglierà con il celebre effetto rastrello: colpo di frusta verso l’alto e danni incalcolabili per tutti.
Comincio a capire perché i grandi navigatori oceanici non si fermano mai in porto.
Matteo Rinaldi
novembre 14th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
La ballata della barca esagerata
Analisi del 50 piedi con cui ho viaggiato lo scorso maggio nel golfo di Napoli. Risultato: d’ora in poi solo barche più piccole
Un 50 piedi è obiettivamente enorme. Ma la sua enormità sfugge alla logica. È semplicemente figlia di quest’epoca esagerata e sovradimensionata, che dalle auto alle televisioni pensa sempre più in grande senza lo straccio di un pensiero vero. D’accordo, Antonio in cucina era comodo come a casa sua. Ma il mobile centrale suonava indispensabile come il cambio a sei marce sulle automobili.
Le cabine di poppa erano profonde, ma non quanto la caverna del Minotauro. E l’aria claustrofobica era la stessa di una canadese da campeggio. L’armadio era molto capiente: finalmente possiamo portare a bordo anche la sacca delle mazze da golf.
I bagni erano ben cinque. Ma a moltiplicare le brutture non si guadagna niente. Vi accomodavate a fare pipì con la stessa gioia con cui entravate in classe il lunedì mattina (due ore di Tedesco, non Religione).

La zona pranzo poteva essere più grande ma da qualche parte bisognava pur farci stare la stireria, il servizio da dodici per la fonduta e l’acquario d’acqua dolce. Comunque il tavolo era sufficientemente grande per trasformarsi in zattera di salvataggio in caso di scuffia. Il nostro Domenico, prudentemente, era sempre pronto a prendere il largo al primo accenno di sbandamento.
Il pozzetto non era male. In caso di emergenza ci sarebbe voluto un megafono da curva ultras per farsi sentire da tutti. Ma aveva i suoi lati positivi: l’espresso all’italiana, che di solito scotta le labbra distratte dell’equipaggio, faceva in tempo a diventare ice-coffee nel percorso cucina-timoneria.
Morale. La dimensione perfetta della mia barca ideale oscilla tra i 36 e i 42 piedi. Sempre a noleggio e solo fuori stagione.
Matteo Rinaldi
novembre 7th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Te lo dò io il Team building (2)
Del perché le nuove idee faticano a prendere forma. Ma guai a mollare (Seconda puntata)
La vela è armonia, eleganza, amore e amicizia. O no?
La mia idea di formazione in barca a vela è molto semplice. Appena saliti a bordo il comando passa al gruppo (ipotizziamo Cino, Dino, Lino, Mino, Nino e Pino, in diretta da una canzone di Elio e le Storie Tese). Pazienza se nessuno sa cosa fare: Cino prende il timone e comanda; Dino prende la randa ed esegue; Lino e Mino si occupano delle scotte del fiocco. Nino e Pino osservano quel che succede e soprattutto l’atteggiamento dei compagni.
Dopo un quarto d’ora si cambiano tutti i ruoli. Io spiego quel che andrebbe fatto, in modo semplice e iper-tranquillo. Un po’ alla volta l’equipaggio deve decidere il da farsi per far andare la barca sempre più agile e veloce. Tutti devono proporre, inventare, spiegare, stimolare, riconoscendo e rispettando i ruoli.
A che serve tutto questo? Beh, nella formazione classica l’obiettivo è imparare a gestire il proprio ruolo per trasferire l’esperienza in azienda. Chi sta al timone gioca a fare il leader e come tale deve comportarsi; ma anche gli altri, dal randista agli uomini alle scotte, sono protagonisti assoluti con le loro scelte e col loro atteggiamento.
I ruoli precisi della barca impongono a ciascuno di prendersi una responsabilità: dare ed eseguire un ordine, prendere in mano la situazione, correggere errori, risolvere problemi. La barca è un’azienda senza tempi morti: se qualcosa non funziona, errori e responsabilità sono immediati ed evidenti.
Ok, il metodo funziona. Ma non è una ragione sufficiente per riproporlo sempre allo stesso modo.
Non mi convince la logica secondo cui il leader deve comportarsi sempre da leader e i gregari sempre da gregari. Certo, è più facile raggiungere risultati e creare un gruppo. Ma è quasi impossibile raggiungere risultati straordinari e creare un gruppo straordinario.
In anni di navigazione filosofica con il mio equipaggio, ho scoperto che la barca viaggia meglio, altrettanto veloce ma col doppio di armonia ed entusiasmo se a spingerla, oltre al vento, c’è un atteggiamento meno schematico e militaresco.
Proviamo a evitare di dare ordini? Non ci crederete ma funziona. E vi dico un segreto: evitate anche di dare consigli, che sono peggio degli ordini. Lasciate a terra qualunque atteggiamento che non sia gentile e positivo. Si, lo so che in questo modo rischiamo di centrare uno scoglio. Ma magari anche no.
Questo volevo fare. Perché funziona, funziona proprio bene. E mentre funziona si riesce a sperimentare, capire, imparare il valore della buona comunicazione verbale, non verbale e paraverbale. Che è molto meglio di quella paramilitare. Ma non è andata così.
Una barca ha sempre uno skipper. Una nave di 25 metri ha uno skipper che non ha nessuna intenzione di cedere il suo giocattolo milionario a un gruppo di perfetti sconosciuti. L’ho capito quando ho chiesto di prendere in mano il timone. Cinque volte l’ho chiesto: la prima non ha sentito la voce (strano, ci lavoro con la voce), le seconda non ha capito le parole (strano, ci lavoro con le parole), la terza c’era una cosa importante da fare, la quarta ha sentito una chiamata alla radio.
Quando finalmente l’ho preso in mano, ho cominciato mentalmente a contare: “Se arrivo a venti pago pegno e pago da bere. Uno, due, tre quattro…” Silenzio. “… Cinque, sei, sette, otto…”
Lo skipper: “Nooo! Stai sbagliando! Poggi troppo! Non vedi che il fiocco perde? Orza! Nonononono! Ma come la porti? Non vedi che rallenta? Non senti che…”
Ho detto “Accidenti, riprendi il timone per favore, mi è venuto in mente che devo fare assolutamente una telefonata in Lettonia”. Ma gli avrei volentieri scaricato un sinistro sul naso. Lo avessi fatto con tutti gli skipper che non sono riusciti a stare zitti per venti secondi, mi sarei spellato le dita che neanche Monzon.
In realtà sono un pacifico che neanche immaginate. Mai fatto a botte in vita mia. Per questo mi faccio ancora convincere ad andare in barca con gli skipper.
Morale: nessuno ha potuto sfiorare il timone in due giorni di navigazione. Al massimo le scotte del fiocco per le virate. Ma non settanta-ottanta virate, come sarebbe doveroso fare per giocare, imparare e divertirsi: tre virate, tre di numero in due giorni. Perché le barche di 25 metri non sono fatte per virare ma solo per viaggiare diritte. Non per divertirsi ma solo per godersi la vita attorno al tavolo del salotto e sulle gigapanche del pozzetto.
La ritrosia dello skipper un senso ce l’aveva, a dire il vero. L’ho capito il secondo giorno, quando durante una virata semplicissima è arrivato uno sbuffo di vento non previsto. Era una folatina che in una barca normale neanche ti spettina. Qui l’enormità della vela ha fatto sì che una delle scotte, liberata per virare, prendesse letteralmente il volo come la frusta di un domatore di Moira Orfei. Una frusta da trenta chili però, che in un decimo di secondo ha spazzato il pozzetto sfiorando un paio di persone. Se avesse centrato qualcuno, credetemi, avrebbe regalato al poveretto lo stesso profilo che Michael Madsen, nel film “Le iene”, fa al poliziotto col suo rasoio.
Morale della storia. La formazione a vela si fa su barche sotto i dodici metri. E d’ora in poi lo skipper lo scelgo io.
Matteo Rinaldi
novembre 2nd, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 1 Comments
Te lo dò io il Team building
Ho sperimentato un corso di formazione alternativo in barca a vela. Risultato: un buco nell’acqua. Ma ci riproverò (prima puntata)
Costruire un gruppo in barca: l’immagine ideale è un mix di eroismo, coraggio e sofferenza. La realtà è ben diversa.
A settembre ho tenuto un corso di team building in barca a vela.
Scusatemi per la parola team building: è un orrendo anglicismo che usano i formatori per fare scena. Basterebbe dire “Corso per divertirsi e andare d’accordo tutti assieme, anche nelle difficoltà”. Ma hanno paura che così dicendo dovrebbero abbassare il preventivo.
Avevo in mente un corso che unisse team building e comunicazione. Che uscisse dalla logica classica. Perché sono convinto che una squadra sarebbe più vera, più viva, perfino più vincente se partisse da una comunicazione più vera, viva e quindi vincente. Meno a vela e più in volo, insomma. Con l’umore, le idee, la fantasia.
Non è andata così. Jonas, la società organizzatrice del corso, ha avuto un’occasione da non perdere: “Matteo, fantastico: invece che una barca ti mettiamo a disposizione una nave!”
Vero. Invece della classica vela che va dai dieci ai tredici metri (dai 33 ai 42 piedi in gergo velico) avevamo a disposizione una nave di 24 metri (80 piedi).
In una barca così la maggior parte dei velisti non sale nemmeno una volta nella vita. Grazie tante, costa una follia. Se un 33 piedi costa sessanta mila euro (a nolo: almeno un centinaio di euro al giorno), per un ottanta non bastano tre milioni di euro. Noleggiarlo a prezzi umani è impossibile.
Un’occasione da prendere al volo dunque. C’era però qualcosa che non mi convinceva. Cosa? Mah. Ho fatto buon viso e siamo partiti.
Per me il team building in barca a vela è una cosa sola: mettere le persone ai comandi, fin dal primo istante. Tanto più se non lo hanno mai fatto in vita loro. Spiego il funzionamento a grandi linee e poi resto a disposizione. Non capite qualcosa? Provate. Eventualmente chiedete. Da parte mia non vi dò un ordine che sia uno. Perciò lavorate subito tutti assieme, imparando errore dopo errore, finché la barca non comincia ad andare. Quel che vi dico io, un po’ alla volta, è solo come comunicare molto meglio.
Perché scopriate che potete arrivare al polo nord – ma anche contro uno scoglio – andando sempre d’amore e d’accordo. Che si può comandare una manovra (e qualunque altra cosa) senza fare la brutta imitazione di Casini. Che si può eseguire una manovra senza assomigliare a Fantozzi. La vita così è tutta un’altra cosa.
Questo intendevo provare: a costruire un team che uscisse dalle logiche dell’esercito. Perché la vela viene insegnata militarmente anche nel team building: è figlia della marina militare e ragiona come ragionano i militari. Certo, anche le aziende ragionano spesso così, ma perché mai bisogna continuare a comunicare in questo triste modo?
Insomma, sarebbe stato il primo esperimento di team building con logica filosofica, quasi new age. Avete visto “L’uomo che fissava le capre” con George Clooney? Racconta la fanta-storia di un battaglione di Marines fricchettoni comandati da Jeff Bridges. Pensavo a una cosa del genere. Sono convinto che non solo funziona ma ti cambia i rapporti col lavoro, minimizza problemi, odi e antipatie. Lo fa perfino con la vela, che è molto peggio della peggior azienda.
Nella prossima puntata vi dico com’è andata.
Matteo Rinaldi
ottobre 21st, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 1 Comments
7 chicche di Soldini
La risposta del velista professionista Giovanni Soldini a sette domande tipiche del velista dilettante
1. Le barche moderne: eccessive. “Troppo grandi, pesanti e inutili. A partire dai serbatoi dell’acqua e dalle docce. I primi sono sovradimensionati, le seconde inutili. Con l’acqua di mare potete anche lavare i denti: sbianca perfino lo smalto”.
2. Gli accessori: inutili. “Almeno tre quarti di roba che trovi in una barca è eccessivo. A partire dalle bombole del gas. Con una pentola a pressione, mezzo litro di alcol e qualche chilo di pasta faccio un oceano intero avanti e indietro quattro volte di fila”.
3. Le scuole vela: poco fantasiose. ”Quelle italiane partono da un presupposto sbagliato: creare velisti attraverso l’agonismo. I ragazzi invece vorrebbero navigare. Spingiamoli ad andare a zonzo, per mare o per laghi. Mostriamo loro che la sera si può tirare la barca a riva, accendere un fuoco e vai con chitarra e sacco a pelo. Avremmo il triplo di velisti in questo paese”.
4. La navigazione: sotto stress è meglio. ”In barca sei sempre sotto stress. Ma è per questo che ti diverti: sotto stress ragioni, inventi, crei. In una parola, vivi. Non ho mai paura dello stress. Lo sfrutto e me lo godo”.
5. La barca: sentirla con le orecchie. “Occhi aperti, certo. Ma anche orecchie aperte. Ascolto sempre i rumori della barca in navigazione. Da suoni e rumori capisci un sacco di cose, anche per navigare più veloce e più sicuro. Provare per credere”.
6. La paura: un alleato prezioso. “Quando mi chiedono “Non hai mai paura?” rispondo che ne ho un sacco, ogni volta che serve. È la paura che ti fa tornare vivo da ogni navigazione. Rispettarla e superarla vanno di pari passo”.
7. Timone a ruota: solo una moda. “In barche fino a 45 piedi il timone a ruota non serve a niente: non è più preciso, non è più facile, non è più comodo. Anzi complica i movimenti e la manutenzione. Fosse per me, non lo userei mai”.
Pst: l’ultima domanda l’avevo posta io. Grazie a Soldini che conferma un mio pensiero, del tutto istintivo, per il quale ho preso per anni male parole dai velisti seri e tristi.
Matteo Rinaldi
settembre 30th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
Il velista che conquista
Come farsi finanziare un giro del mondo a vela? O una squadra di calcio che domina il mondo? Essere bravi non basta. Bisogna comunicare bene: obiettivi, sogni, metodi, idee. Analisi di due comunicattori che ho recentemente visto all’opera: un celebre velista e un celebre allenatore. (1)
Ho visto all’opera Giovanni Soldini, il più famoso velista italiano. Volevo capire come comunica un uomo capace di:
a) farsi finanziare giri del mondo (costo: qualche milione di euro);
b) motivarsi nei momenti peggiori (ad esempio nel cuore di una tempesta in mezzo al mare);
c) convincere uno staff (dagli artigiani in cantiere agli ingegneri specializzati) a fare una barca esattamente come la vuole lui.
Essere il più famoso velista italiano nel nostro paese non è proprio un complimento: gli italiani, col mare più grande e ricco d’Europa, non amano navigare e meno ancora veleggiare. Se chiedi il nome di tre grandi navigatori italiani, quasi tutti rispondono Colombo, Soldini e… Magellano.
È curioso che Giovanni (nato e vissuto a Milano, non in una città di mare) lo conoscano tutti: forse più delle vittorie lo ha reso famoso il salvataggio della francese Isabelle Autissier in mezzo all’oceano. O forse colpisce quella sua faccia un po’ così (la canterebbe benissimo Paolo Conte) che è poi quella che ti aspetti da un velista solitario quarantaseienne: occhi stretti e spiritati, barba lunga, numerose e profonde rughe attorno agli occhi chiari.
Ma dietro, nascosta, c’è una verve polemica e tignosa che hanno solo i marinai nati lontano dal mare.
Ho visto il milanese oceanico ospite del Treviso Sailing Club. Lo avevano chiamato per raccontare un po’ di avventure, rispondere a qualche domanda e tirare su il morale ai velisti della zona. Gli sono riuscite bene tutte e tre, in modo particolare la terza. Perché ti scalda il cuore con un metodo semplicissimo: si prende in giro – e con lui tutto il mondo della vela – al punto che non ti resta che riderci su.
La prima cosa da sapere è questa: Giovanni Soldini è italianissimo. Talmente italiano da apparire ormai un perfetto straniero. Il fatto è che la sua italianità è roba d’epoca: ha ironia e autoironia a quintali (noi l’abbiamo cancellata, delegandola ai comicetti da Zelig); non è capace di fingere (neanche noi, ma non ce ne accorgiamo); non si atteggia (qui abbiamo da imparare).
Per farvi capire: pur essendo un grande velista, un vincente e un esperto, non si dipinge né velista, né vincente né esperto.
Per tradurre in italiano le sensazioni che sto scrivendo, dirò che Soldini è arrivato ondeggiando alla sala conferenze, ha guardato con occhi torvi il pubblico, si è seduto, scomposto e sbilenco (magari sta così anche in barca) e ha cominciato a parlare strascicando le parole e ad alto volume.
“La barca è un piccolo mondo. Anzi, è tutto il nostro mondo, quando navighiamo. Quindi conviene conoscerla bene. Lì dentro ho imparato tutto: com’è costruita, come funziona, cosa le serve e cosa serve a me. Ho imparato anche cose che mi parevano impossibili. Non dico riparare una falla o il timone: quello è semplice. Ho imparato a farmi il letto. Mia mamma in tanti anni c’era mica mai riuscita. Har haaar haaaaar!”
Credetemi, non ha la risata di Gambadilegno (quella è bassa e profonda, la sua è acuta e nervosa), però la disegno così perché rende: una bella risata originale, trainante e sdrammatizzante.
“Il fatto è che in barca ti succede sempre qualcosa. Perché la barca è imperfetta e incasinata, ma soprattutto immersa in un ambiente ostile e complesso, il mare. Perciò a che serve essere negativi? Credo che a salvarmi, a farmi vincere e divertire sia stato e sarà sempre l’atteggiamento positivo. Trovatelo dentro di voi e un po’ alla volta lo vedrete crescere anche intorno”.
Questo è basilare per se stessi. Ma gli altri? Quelli a cui bisogna chiedere aiuto, fiducia, soldi? “Non aspettatevi che gli altri capiscano quello che siete in grado di fare. Guardate me: per far capire agli italiani che sapevo andare in barca e avrei potuto perfino partecipare a un giro del mondo… ho dovuto vincere un giro del mondo. Fino ad allora non mi filava nessuno. Har haaar haaaar!”.
Ero perplesso di fronte alla sua risata, alle battute, al suo tono di voce acuto e cantilenante, al corpo dinoccolato, all’arte di mandare in vacca quasi tutti i concetti. Tanto più che so quant’è invece maniacale e perfezionista nel lavoro. Sappiate che segue la costruzione delle sue barche dal primo bullone all’ultimo listello di legno: vive letteramente in cantiere, dorme nello scafo in costruzione, segue ogni cosa. Quando la barca è pronta la conosce più della sua faccia, la mattina davanti alla specchio.
Ero perplesso eppure gli riconosco una grande forza: quella di credere nelle sue idee. E di aver imparato a difenderle. Non solo da chi non è d’accordo ma dai veri nemici: gli indifferenti.
“Saper andare in barca è il meno. Se davvero vuoi fare qualcosa, devi capire come la vuoi, la tua barca. Dal primo all’ultimo pezzo. Per questo le mie barche sono come figli. Ma un figlio lo fai in due, per una barca devi convincere molte persone a tirar fuori molto denaro. Per questo sono anni che racconto agli sponsor che investire nella vela conviene. E il bello è che… ci cascano ancora. Har haaar haaaar!
A me è piaciuta una frase, perfetta per spiegare il mondo della vela ma anche per il mondo in generale: “La difficoltà non è mica quella di arrivare al traguardo. La difficoltà vera è arrivare alla partenza”. Qua niente risata. Ma gli regalo volentieri il sorriso che ho fatto io.
Matteo Rinaldi
settembre 13th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 2 commenti
Timona ti, mona (5)
Ultime ore sul Golfo di Napoli: ammainiamo le vele, issiamo le ugole
Nelle miglia del ritorno l’assenza di vento è un classico. Per non annoiarsi, si mangia. Dalle nove di mattina a mezzogiorno.
Sbarcati a Napoli che si fa? Si mangia di nuovo. Apertivo da Gambrinus, locale storico del centro. Poi due passi: quanto basta per incrociare gli ultimi comizi per l’elezione del sindaco. Un tale, che per fortuna non vincerà, arringa la folla da una Ferrari decappottabile gialla scortata da due minigonnate spargidepliant.
Pranzo alla celebre pizzeria Brandi dove nacque la Margherita. Un musicista di strada entra nel locale e sciorina tutti i classici napoletani del repertorio.
Antonio, che ama e conosce la cultura veneta come pochi al mondo, comincia a tremare. Temo stia per esplodere: salterà sul tavolo intonando Quando saremo fora de la Valsugana? Aggredirà i camerieri al ritmo di Me compare Giacometo?
Infatti esplode ma… di gioia. Canta in napoletano meglio di Merola. E tra una strofa e l’altra spiega testi, storie, curiosità.
È il turno dell’immancabile Surdato innamorato. Non mi era mai piaciuta. Era la più amata tra le trincee della Grande guerra -racconta Antonio - La cantavano i napoletani; la ascoltavano e ripetevano i fanti da tutta la penisola; la replicavano a distanza i colleghi francesi, austriaci e tedeschi.
La sera, nelle trincee, quando echeggiavano queste canzoni d’amore non volavano proiettili ma applausi.
Cambio idea sulla canzone (dal vivo è bellissima) e mi godo il nostro Antonio che la canta a squarciagola. Sa anche tutte le parole. Alla fine dell’esibizione, il musicista napoletano lo assumerà come guaglione canterino.
Torneremo a casa senza un valido navigante. Ma ci consoliamo: abbiamo arricchito Napoli di un’altra voce meravigliosa. (fine)
Matteo Rinaldi
Pst: raccontare storie per iscritto ha un vantaggio per il lettore: può immaginare facce, posti, situazioni così come le preferisce. A meno che non arrivi la fregatura (cliccare sulla foto).
giugno 9th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Timona ti, mona (4)
Terzo giorno sul Tirreno napoletano: come divertirsi in nove senza ricorrere all’arma bianca
Finalmente arriva il vento. E la piattaforma petrolifera, incurante del suo tonnellaggio, si piega al vento e ai nostri desideri: corre che è una meraviglia.
Il traghetto è una bestia senza pietà: affonda qualunque cosa ostacoli la sua rotta. Perciò alle sette precise abbandoniamo il nostro ormeggio illegale, nonché suo molo riservato.
Addio Amalfi. Non possiamo nemmeno portarci un Limoncello a casa, per ricordo: lo sequestrerebbero in aeroporto.
Partire presto ha i suoi vantaggi. Per esempio si comincia a mangiare tre ore prima. Neanche gli hobbit del Signore degli anelli si nutrivano con questa frequenza: colazione alle sei, seconda colazione alle otto, spuntino alle undici. A mezzogiorno saremmo già macellabili secondo gli standard Simmenthal. Fortuna che i cuochi di bordo, Antonio e Marco, ogni tanto si incantano davanti alla bellezza della costa.
Puntiamo Procida concedendoci ampie soste turistiche (bevendo poi per rinfrescarci) e bagni fuori ordinanza (mangiando poi per riscaldarci). Va tutto benissimo. Peccato solo che il vento non ci abbia ancora dato soddisfazione e…
Neanche il tempo di pensarlo che comincia a soffiare, forte e regolare. Il mare invece è piatto come un biliardo. Bene, vediamo se riusciamo a muovere davvero la piattaforma.
Si muove eccome. Ma soprattutto si muove l’equipaggio: c’è più movimento attorno al timone che in una pista da ballo. Nessuno sa quanto durerà il vento, perciò regna sovrana la cortesia: ”Luciano prego, tocca a te, prego”. “Grazie Sandro: lo tengo per qualche minuto poi cedo volentieri il piacere a Matteo”. “È il mio turno? Bene, sono le nove e trentasette. Alle quarantacinque è tuo, Antonio”. “Ma no, fatti almeno un altro quarto d’ora. Forza, tre belle virate e poi voglio qui Marco”.
Ecco, il titolo di questo viaggio nasce proprio da qui: “Timona ti, mona” sta per “Timona tu, vecchio mio”. L’apoteosi dell’equipaggio filosofico.
Ma siamo scemi? Indubbiamente sì. Ma l’importante è essere scemi tutti assieme.
Gianni è l’unico novellino dell’equipaggio filosofico. Infatti si fa rapire dall’ossessione del timone. Lo stringe per un quarto d’ora. Mezz’ora. Quaranta minuti.
“Bepi, stai andando sottocoperta? Portaci per favore il coltellaccio da carne. Lo so che in tavola c’è pesce: ma se Gianni non molla la presa entro tre minuti gli seghiamo entrambe le braccine”. Invece riponiamo il coltellaccio e lo lasciamo fare l’ammiraglio Nelson per altri venti minuti.
Raggiungiamo i nove nodi dopo quattrocento regolazioni di fino, una più inutile dell’altra. Un’esplosione di Cazza! (cortesemente), Lascherei! (se siete d’accordo), (Che ne dite se) agiamo sul carrello!, Poggio di un paio di gradi! (perciò voi mi regolereste la randa come sapete egregiamente fare?).
Come sono lontani i tempi delle prime uscite, quando mi stizzivo per le decisioni non concordate, rimuginavo sui pochi minuti passati al timone e soprattutto mi sentivo sempre fuori posto.
Oggi ne passo molto meno di tempo al timone. Eppure mi diverto il triplo. Mi sento protagonista senza bisogno di essere prim’attore.
Condivido ogni gesto, ogni decisione, anche quando non sono d’accordo. Ma non riesco nemmeno a essere in disaccordo. Condivido ogni soddisfazione, ogni sciocchezza, ogni successo, ogni errore. Forse questa cosa si chiama sentirsi al proprio posto. Un altro vivere.
Arriviamo a Procida ed entriamo nel magnifico porticciolo di Chiaiolella: nascosto, tranquillo, ricavato sul cratere di un antico vulcano. Ospita barche dal valore miliardario.
Ci indicano un ormeggio incastonato tra due motoryachts che ringhiano. “Matteo, fai tu” mi esorta Luciano. La fiducia del gruppo mi commuove. Infatti ormeggio impeccabile e preciso che sembro quasi un marinaio vero. La barca avrebbe anche l’elica di prua ma giuro che la sfioro quasi solo col pensiero.
L’ingresso di Marina Chiaiolella, a Procida. Marco osserva con riverenza l’antico vulcano.
A Procida cerchiamo un locale per l’ultima cena partenopea. Troviamo una regale bettola dove i cuochi sfornano ogni meraviglia, purché locale. La pasta viene cucinata con tempi di cottura a scelta del cliente. Servono spaghetti al dente 100%; molto al dente; quasi al dente; poco al dente. Non ne sbagliano una. I camerieri volano tra i tavoli con un sorriso troppo bello per essere fasullo.
Lo stato impietoso dei servizi pubblici del marina è sotto lo standard nazionale. Mi chiedo cosa si intaserà qui: il bagno o la doccia? Che sciocco: s’intasano, nell’ordine, water, lavandino e doccia. Ma insomma, tutto s’aggiusta, come si dice dalle nostre parti. In fondo, uuuuuh, che pproblema ciéeee? (fine della quarta puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 6th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
Timona ti, mona (3)
Terza puntata del viaggio nel Golfo di Napoli. Dove la Repubblica marinara veneta rende omaggio alla consorella amalfitana. Che ricambia col limoncello.
Notte ad Amalfi. Sandro si impone un turno di guardia notturno per proteggere la barca (il porto non è sorvegliato). Tre minuti dopo si addormenterà.
Lasciamo Capri con la rituale foto davanti ai faraglioni. In questo luogo, dove Paolo Villaggio girò una celebre scena del suo Secondo tragico Fantozzi, si considera doveroso uno scatto tristissimo in cui far convivere faraglioni, barca in movimento, mare, cielo e una smorfia trista: il sorriso del velista turista.
Verrebbe voglia di protestare. Mai noi siamo l’Equipaggio filosofico, nomignolo che indica la capacità quasi ascetica di convivere in una barca senza mai dire no. Perciò lascio fare, posare, scattare: in fondo la giornata è bellissima. E poi ho problemi più pressanti: devo assolutamente buttarmi in acqua. Pazienza se ci saranno trentadue gradi sotto zero; se il mare sarà invaso da meduse sapiens; se dopo tre bracciate non avrò nemmeno la forza di galleggiare.
Più ti allontani dall’isola miliardaria, più la costiera Amalfitana ti rappacifica. Bella e brulla, da stare a guardare senza parole. Sostiamo a Positano e qui mi butto.
Per me entrare in acqua è l’azione che trasforma il viaggio, qualunque esso sia, in un viaggio vero. L’acqua non è solo un’immersione fisica nel territorio. È il ritorno alla dimensione più arcaica che abbiamo e di cui abbiamo memoria: il nostro passato remoto di pesci.
Basta poesia, perdio: l’acqua è nebulosa che pare quella della mia Jesolo. Non vedo oltre il naso. Metto gli occhialini e faccio almeno una scaramantica analisi allo scafo. Lo faccio ogni volta ma obiettivamente non ci capisco niente.
La sola cosa per cui vale la pena studiare l’opera viva (la parte immersa dello scafo), è l’incontro con l’amico timone. Così posso indicare con precisione ai miei compagni il punto esatto in cui è perfettamente al centro: un’informazione indispensabile per regolare la ruota e correre più veloci.
Ehi ragazzi… ehi! Macché, stanno facendo la terza colazione. Anzi, vado anch’io. Non vorrei perdermi il caffè napoletano aromatizzato con tartine imburrate olive e alici.
Raggiungiamo Amalfi. Groan, come hanno fatto a inventarsi Repubblica marinara in questo buco di posto? Perché Amalfi è bellissima ma davvero minuscola: Chioggia è una metropoli, al confronto. Solo noi potevamo inventarci repubbliche dove il mondo vede al massimo un quartiere. La storia d’Italia è davvero un grande mistero galleggiante.
Ci sarebbe un bel porticino turistico ma il fondale è troppo basso per noi. “Potete occupare il molo del traghetto – ci consigliano – basta che domattina presto ve ne andiate. Intanto assaggiate il nostro limoncello”. Non chiediamo di meglio.
Tour amalfitano: la città è una Capri senza l’eleganza e la spocchia di Capri (ma con più limoncello). C’è un’aria da grande famiglia, tipica dei posti dove tutti si conoscono. Sgranocchiando granita al limoncello notiamo che i medici lasciano le ricette appese alle porte lungo la strada. Così la gente si serve quando vuole.
Un passante si stupisce del nostro stupore e offrendoci un bicchiere di limoncello spiega: “Guardate che qua c’è tutta brava gente. Nessuno porta via niente. I problemi arrivano da fuori: sono quelli di Nocera Inferiore che vengono a combinare guai”. Ognuno ha il suo sud a cui aggrapparsi.
Diavolo, c’è pure un comizio politico per l’elezione del sindaco. Un candidato amplificato promette nell’ordine: 1. più strade; 2. più natura; 3. più aziende; 4. più turismo; 5. più movimento; 6. meno traffico; 7. più limoncello. Mi pare che alcuni punti si scontrino tra loro ma dev’essere l’effetto del limoncello: volano applausi e musica popolare. Poi finalmente il silenzio.
Ci portiamo in barca una bottiglia del liquore locale. Qualcuno propone una navigazione notturna verso le Eolie con turni di due ore per coppia e ritorno in mattinata.
A mezza bottiglia cambiamo faccia (principio di ubriachezza) e idea (principio di saggezza). Andiamo a letto. Altro non ricordo. Magari le immagini hanno più memoria di me.
Matteo Rinaldi
L’equipaggio filosofico mentre organizza la navigazione notturna. Il limoncello è solo a metà ma le facce sono già oltre il limite della decenza. (fine terza puntata)
giugno 2nd, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

















