Timona ti, mona (3)

Terza puntata del viaggio nel Golfo di Napoli. Dove la Repubblica marinara veneta rende omaggio alla consorella amalfitana. Che ricambia col limoncello.

Notte ad Amalfi. Sandro si impone un turno di guardia notturno per proteggere la barca (il porto non è sorvegliato). Tre minuti dopo si addormenterà.

Lasciamo Capri con la rituale foto davanti ai faraglioni. In questo luogo, dove Paolo Villaggio girò una celebre scena del suo Secondo tragico Fantozzi, si considera doveroso uno scatto tristissimo in cui far convivere faraglioni, barca in movimento, mare, cielo e una smorfia trista: il sorriso del velista turista.

Verrebbe voglia di protestare. Mai noi siamo l’Equipaggio filosofico, nomignolo che indica la capacità quasi ascetica di convivere in una barca senza mai dire no. Perciò lascio fare, posare, scattare: in fondo la giornata è bellissima. E poi ho problemi più pressanti: devo assolutamente buttarmi in acqua. Pazienza se ci saranno trentadue gradi sotto zero; se il mare sarà invaso da meduse sapiens; se dopo tre bracciate non avrò nemmeno la forza di galleggiare.

Più ti allontani dall’isola miliardaria, più la costiera Amalfitana ti rappacifica. Bella e brulla, da stare a guardare senza parole. Sostiamo a Positano e qui mi butto.

Per me entrare in acqua è l’azione che trasforma il viaggio, qualunque esso sia, in un viaggio vero. L’acqua non è solo un’immersione fisica nel territorio. È il ritorno alla dimensione più arcaica che abbiamo e di cui abbiamo memoria: il nostro passato remoto di pesci.

Basta poesia, perdio: l’acqua è nebulosa che pare quella della mia Jesolo. Non vedo oltre il naso. Metto gli occhialini e faccio almeno una scaramantica analisi allo scafo. Lo faccio ogni volta ma obiettivamente non ci capisco niente.

La sola cosa per cui vale la pena studiare l’opera viva (la parte immersa dello scafo), è l’incontro con l’amico timone. Così posso indicare con precisione ai miei compagni il punto esatto in cui è perfettamente al centro: un’informazione indispensabile per regolare la ruota e correre più veloci.

Ehi ragazzi… ehi! Macché, stanno facendo la terza colazione. Anzi, vado anch’io. Non vorrei perdermi il caffè napoletano aromatizzato con tartine imburrate olive e alici.

Raggiungiamo Amalfi. Groan, come hanno fatto a inventarsi Repubblica marinara in questo buco di posto? Perché Amalfi è bellissima ma davvero minuscola: Chioggia è una metropoli, al confronto. Solo noi potevamo inventarci repubbliche dove il mondo vede al massimo un quartiere. La storia d’Italia è davvero un grande mistero galleggiante.

Ci sarebbe un bel porticino turistico ma il fondale è troppo basso per noi. “Potete occupare il molo del traghetto – ci consigliano – basta che domattina presto ve ne andiate. Intanto assaggiate il nostro limoncello”. Non chiediamo di meglio.

Tour amalfitano: la città è una Capri senza l’eleganza e la spocchia di Capri (ma con più limoncello). C’è un’aria da grande famiglia, tipica dei posti dove tutti si conoscono. Sgranocchiando granita al limoncello notiamo che i medici lasciano le ricette appese alle porte lungo la strada. Così la gente si serve quando vuole.

Un passante si stupisce del nostro stupore e offrendoci un bicchiere di limoncello spiega: “Guardate che qua c’è tutta brava gente. Nessuno porta via niente. I problemi arrivano da fuori: sono quelli di Nocera Inferiore che vengono a combinare guai”. Ognuno ha il suo sud a cui aggrapparsi.

Diavolo, c’è pure un comizio politico per l’elezione del sindaco. Un candidato amplificato promette nell’ordine: 1. più strade; 2. più natura; 3. più aziende; 4. più turismo; 5. più movimento; 6. meno traffico; 7. più limoncello. Mi pare che alcuni punti si scontrino tra loro ma dev’essere l’effetto del limoncello: volano applausi e musica popolare. Poi finalmente il silenzio.

Ci portiamo in barca una bottiglia del liquore locale. Qualcuno propone una navigazione notturna verso le Eolie con turni di due ore per coppia e ritorno in mattinata.

A mezza bottiglia cambiamo faccia (principio di ubriachezza) e idea (principio di saggezza). Andiamo a letto. Altro non ricordo. Magari le immagini hanno più memoria di me.

Matteo Rinaldi

L’equipaggio filosofico mentre organizza la navigazione notturna. Il limoncello è solo a metà ma le facce sono già oltre il limite della decenza. (fine terza puntata)

giugno 2nd, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Timona ti, mona (2)

Seconda puntata nel golfo di Napoli tra Abramovich, Bono e visioni celesti

Navigazione blanda nelle prime miglia tra Napoli e Capri. E soprattutto: non riesco a convincere nessuno a togliere gli occhiali da sole.

Primo giorno, Napoli-Capri. Ora capisco perché il mio equipaggio ci teneva a partire dal cuore della città: temeva di non riuscire a fare la spesa. Se ne occupano Antonio (cuoco ufficiale) e me (lavapiatti ufficiale). Gli altri prendono possesso della piattaforma petrolifera (in linguaggio velico: Beneteau Cyclades 50.4) per farsi spiegare l’uso dei centosessanta misteri tra strumenti di bordo, tranelli e trabocchetti.

Troviamo un minuscolo Alimentari di due metri per tre. Minuscolo da fuori: dentro ci sono trentasei metri cubi di cibo e tre persone che affettano, spremono, pesano, spiegano, scherzano, consigliano. Tutto contemporaneamente.

Sembra una commedia di Eduardo ma è decisamente più divertente. Usciamo sovraccarichi di cibarie, ricette, consigli e sorrisi.

Partenza. In barca scopro che la piattaforma è costruita con una filosofia fantastica: meno roba c’è, meno roba si rompe. E infatti non c’è niente! Tre pulsanti in tutto. Poche scotte. Manovre a prova di stupido. In cinque minuti impari a portarla.

Dopo tre ore di navigazione a vela, con Napoli già lontana, ci chiamano quelli del charter: “Ci siamo dimenticati di dirvi che il motore ha un piccolo problema: se salite sopra i duemilacinqueciento giri… so’ ddispiacieri”.

Groan, la marineria veneta non ha paura dei motori. Però per sicurezza lo proviamo: mettiamo in moto pronti al peggio. Invece già a duemila giri va che è una meraviglia: veloce, silenzioso, consuma pochissimo.

La mente umana è strana: se hai un motore efficiente, ti passa la voglia di usarlo. E infatti proseguiamo a vela. Anche se il vento è debole e roteante: troppo poco per muovere bene una piattaforma petrolifera carica di mozzarelle animali (e umane).

Eppur si muove: entreremo a Capri come Ulisse, silenziosi e ferini. O più probabilmente come Onassis, rumorosi e bovini.

I taxi di Capri: sono normali utilitarie con pianale allungato e una terza fila di sedili. Ma è legale? “Uuuuuh, ma che pproblema cièee?”

Di norma è impossibile, costoso e umiliante trovar posto qui. Impossibile perché non c’è mai un buco libero. Costoso perché ormeggiare una notte ha il prezzo di una settimana al Grand Hotel. Umiliante perché spesso ti mandano via dopo aver visto la barca: troppo piccola e brutta per i loro standard.

Ma fuori stagione è un’altra cosa. Ce la caviamo con 200 euro per una notte (un furto, ma diviso per 9 è una sciocchezza) e ci sistemiamo comodi comodi tra la barca di Abramovic e quella di Bono.

Chiediamo al capitano della Joshua Tree quanto fanno pagare a loro (all’ammiraglio della Figli della rivoluzione d’Ottobre chiedetelo voi). “Duemilacinquecento euro a notte, perché?

Glom, niente. La sera, quando rientriamo dal giro turistico, scopriamo che queste cattedrali galleggianti illuminano l’acqua attorno allo scafo con un centinaio di fari azzurri sottomarini. L’effetto è bellissimo: fa impallidire le piscine che frequentava l’agente Bond.

Poi capisco: quel che sembra un gioco di luce è in realtà un metodo elegante per tenere sotto controllo l’area attorno allo scafo. Neanche James potrebbe salire di nascosto durante la notte.

La passeggiata caprese è quel che ti aspetti. Il trenino teleferico che ti porta in quota; la visione dall’alto dello spettacolo dei faraglioni; il mare e le luci di Napoli; il ritorno lungo i sentieri scavati nella roccia. Si capisce perché qua potrebbero permettersi di mandare via anche Abramovich senza fare una piega.

I minibus di Capri: minuscoli, ne occupiamo uno intero solo col nostro equipaggio. L’autista: “Vi porto a fare un giro”. Grazie, ma è legale? “Uuuuuh, ma che pproblema cièee?”

Gli americani riuscirono a venirci a sbafo solo dopo lo sbarco alleato, millantando una base operativa strategica proprio nella villa migliore. Quando la guerra finì, tornarono in Texas piangendo di cuore.

Posti così belli non esistono da nessun altra parte al mondo. E questa bellezza, incredibile, resiste perfino in mano a noi italiani. (fine della seconda puntata)

Matteo Rinaldi

maggio 30th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Timona ti, mona

Esclusivo: i velisti più avventurosi del web nella loro ultima avventura. A puntate.

Nella foto Ansa-Franzina, il segreto per sopravvivere felicemente in nove nella stessa barca: comunicazione rilassata, espressività neutra, piccoli cerchi di attenzione con mani e corpo. Ma soprattutto: capelli grigi. Tanti capelli grigi.

Come si racconta un giro velico in cui va tutto bene? Nessuna fregata militare ci insegue. Nessuna fregatura civile ci deruba. Nessuna draglia, nessuno scoglio, nessun abbaglio, sbaglio, sbadiglio.

Forse non sono neppure partito. Eppure ho scattato perfino una ventina di foto, per testimoniare. In bianco e nero, perché tutto mi pareva così chiaro e preciso, dai contorni ai dintorni, che anche il colore disturbava la pulizia.

Se questo è un giro ideale, va raccontato dall’inizio. Eventualmente per non replicarlo più.

Nasce una sera di novembre, attorno a un tavolo della Lega Navale vicentina. Il segreto per organizzare al meglio è semplice: se l’incontro è fissato per le nove, bisogna arrivare alle otto e stabilire tutto da soli o al massimo in due.

È quello che fanno Luciano e Bepi. Decidono tutto sfogliando una vecchia carta e un portolano: date, percorsi, soste. In volo fino Napoli, poi in barca verso Capri, Amalfi, Positano, Procida e ritorno.

E la democrazia? La democrazia dopo. Cosa credete sia la democrazia? Decidere tutti assieme? Ma quando mai. Saremmo ancora lì a discutere tra chi sognava le Baleari in flottiglia a maggio e chi suggeriva l’Asinara a giugno in notturna. La democrazia è stabilire le grandi linee in pochi. All’interno di queste si discute tutti. Ma un preciso punto di partenza e d’arrivo ci vuole. Ci ho messo 45 anni a capirlo; meglio tardi che mai.

Arrivo alla nove precise e prendo atto. In fondo ammiro chi si prende la briga di decidere e organizzare. Metto la caparra, abbraccio tutti e me ne vado. Bepi e Luciano (onori ma soprattutto oneri) compreranno i biglietti aerei al prezzo migliore, 60 euro andata e ritorno, si informeranno su tutto, terranno i contatti e raduneranno navigatori adatti dai venti agli ottant’anni.

Me ne vado giusto in tempo per incrociare Cesare. È arrivato carico di grandi idee ma in leggero ritardo. Ahi. Quando scopre che tutto è già deciso, prova a obiettare: ha trovato una barca gratis lunga sessanta metri, marinaie amazzoni massaggiatrici, un porto coperto d’oro, l’ospitalità del sultano del Brunei e…

Non riesce neppure a farsi ascoltare.Abbiamo già deciso – lo stroncano – Ma a parte data, destinazione e rotte puoi cambiare quel che vuoi”.

Se ne va a muso deluso e telefono rovente: chiama il suo equipaggio combattivo con cui organizza (polemicamente) una 96 ore non stop nel medio Adriatico. Si nutriranno di sole gallette e acqua piovana. Più avuto notizie, da allora. Ma è certo che le nostre rotte si incroceranno ancora.

Nei mesi successivi avrò il compito di trovare una barca. Saremo in nove: servirà dunque una specie di nave. La più grande mai noleggiata dal mio gruppo. Trovo uno strepitoso Comet 50 (15 metri) che pare un missile lunare: lungo, strettissimo, costruito per correre. Ha un timone gigantesco, due pozzetti minuscoli, cuccette singole a castello e una storia di regate vinte in tutti gli oceani. Costa pochissimo.

Il Comet 50: corsaiolo, cattivo, invelato.

I senior dell’equipaggio mi stoppano. Preferiscono un Cyclades 50 perché ci permetterà di partire da un porto comodissimo, nel cuore di Napoli. Più che una barca a vela, dalle foto pare una piattaforma petrolifera: ha quattro cabine e quattro bagni più una cabina marinaio con wc e lavandino. Cinque bagni in una barca a vela dovrebbero essere proibiti per legge. Ogni bagno ha almeno due prese a mare: fanno dieci buchi in più nello scafo, dieci pericoli, dieci potenziali affondamenti. Ma non c’è verso di protestare.

Il Cyclades 50: una balera romagnola galleggiante.

L’ultima chicca, prima della partenza, è la soluzione a uno dei più grandi problemi dei viaggi in gruppo: chi paga la cauzione? Per un 50 piedi sono 2000 euro da consegnare al charter prima della partenza. Basta per poco per vederli sparire. Ma dopo anni di navigazione in gruppo si risolve ogni cosa: consegneremo al charter un blocchetto di nove assegni da 222,22 euro. Andasse anche a fuoco lo scafo, torneremo a casa senza essere costretti alla carità.

Così passano i mesi, passa l’inverno, passa mezza primavera. L’unica preoccupazione è non ammalarsi di varicella il giorno prima. Ma se anche fosse, basta far finta di niente. A costo di infettare tutti, zitti zitti si parte lo stesso. Lo facevano anche gli antichi marinai. (Fine della prima puntata)

Matteo Rinaldi

maggio 24th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 11 commenti

Perché Magellano non andava di bolina

Una ricostruzione della nave di Ferdinando Magellano. Le vele permettevano di navigare solo spinti dal vento

Me lo domando da quando vado a vela. Perché i marinai ci hanno messo così tanto a capire come navigare oltre il traverso, cioè controvento?

La prima cosa che s’impara, a vela, è proprio la navigazione di bolina, risalendo il vento che ti schiaffeggia le guance. Con questa andatura – assieme alle portanti, quando il vento ti spinge alle spalle – non c’è direzione che ti sia preclusa.

Ma alla faccia delle nostre moderne barchette, la navigazione controvento è stata impensabile per migliaia di anni. Da Colombo a Magellano a Cook, i grandi navigatori hanno raggiunto le loro mete navigando solo con venti favorevoli. A volte attendendo settimane, perfino mesi, la spinta giusta.

Eppure è così semplice. Basta una deriva sotto lo scafo per contrastare lo scarroccio e una bella vela tesa capace di farsi risucchiare. Perché abbiamo dovuto attendere gli ultimi secoli per riuscirci? Non me l’ha saputo spiegare nessuno.

Le motivazioni bofonchiate negli anni: “Colpa della pesantezza degli scafi”. “Un problema dovuto alla loro forma”. “Nessuno aveva capito come usare la deriva”. “Alberi inadatti”. “Posizione sbagliata delle vele“.

Possibile che i nostri avi si siano arresi davanti a problemi di questo genere?

In libreria ho trovato la risposta. Il libro s’intitola “Vele, motore della storia“. L’autore è Paolo dell’Oro, un appassionato classe 1935 già autore di una bella opera sul punto nave. Dell’Oro scrive in modo semplice e leggero, quindi tre volte meglio di come fanno di solito i marinai.

Sentite come presenta un capitolo: “Questa parte non è necessaria per la lettura del libro stesso. Coloro che non si sentissero attratti da correnti d’aria, vortici, pressioni, depressioni e soprattutto da vettori di velocità e di forza, possono tranquillamente considerare il capitolo al pari di un testo geroglifico e passare al capitolo 3″.

Come si fa, con una premessa così, a non leggere tutto da cima a fondo?

Ah. No che non ve lo dico perché non riuscivano a navigare controvento. Troppo comodo. E non lo sa neanche il grande Mistro di Velablog.com. Inutile chiedere a lui. Ragionate. Spazio alla fantasia. Oppure alla libreria.

Matteo Rinaldi

maggio 2nd, 2011 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 4 commenti

Sei solo un farfallone

Perché amo l’andatura a farfalla: tanto bella quanto inutile

Una barca che naviga con le vele a farfalla è uno spettacolo. L’enorme superficie velica, rigorosamente bianca, pare voglia abbracciare il mare intero, il mondo, l’immensità.

Ovviamente è molto difficile. Per mantenere la randa (la vela a sinistra nella foto) e il fiocco (la vela a destra) in quella posizione, dovete carezzare il timone con la stessa cura di un trapezista sul filo. Un grado di spostamento a sinistra e il fiocco vi crolla addosso, sbatacchiando e protestando. Un grado a destra e la randa parte a 400 chilometri l’ora, spazzando le vostre teste con il boma e fracassandosi dall’altro lato.

Nella foto qui sopra c’è un trucco: si intravede un tangone (asta in lega leggera) che sostiene il fiocco impedendogli di sbatacchiare e protestare. Vergogna! La vera farfalla si fa senza aiuti, con mano morbida, un occhio al windex, un occhio alla bussola e respirando leggeri, a bocca semiaperta.

Quando gli istruttori (che amano la loro barca più della moglie) vi ordinano “Andatura a farfalla!”, vuol dire che si fidano di voi: siete diventati velisti. Scarsi, cialtroni, incapaci, dilettanti, ma velisti.

La verità è che navigare a farfalla non è solo difficile: è insensato. Bisogna avere il vento perfettamente alle spalle e tenere una rotta precisissima. C’è un possibilità esatta su 360 che sia quella che vi serve. Inoltre è del tutto inutile: non si capisce la ragione, ma navigare con il doppio di velatura non vi fa aumentare la velocità di mezzo nodo.

Non serve a niente, è difficile, è rischioso. Neanche a farlo apposta, mi riesce benissimo.

Matteo Rinaldi

marzo 18th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

Vedo solo quel che credo

Giocare di fantasia davanti a foto sconosciute

Il sito dell’Hallberg Rassy, cantiere svedese tra i più amati al mondo, dedica una pagina alle foto inviate dai loro clienti.

Alcune sono più belle delle foto ufficiali. Questa per esempio. Quante cose, dentro questo scatto. Anzi, facciamo un gioco: quali sono le tre più importanti che trovate qua dentro?

Valgono anche robe tecniche, alla Mistro: “La leva del motore è tutta avanti, perciò hanno l’elica bloccata per favorire l’andatura sotto vela”. Valgono anche battutacce, sempre alla Mistro: “Il boma Selden non vale una cicca rispetto all’Harken”.

Io vedo e amo l’assoluta assenza del tempo, in tutte le sue forme. Non c’è il tempo delle stagioni perché potrebbe essere estate come inverno. Non c’è il tempo dell’orologio perché potrebbe essere l’alba come un pomeriggio del profondo nord. Non c’è nemmeno il tempo della protagonista, quindicenne o cinquantenne, chi lo sa. E soprattutto non c’è un tempo da rincorrere.

Poi vedo una quantità di niente, fatto di non-panorami, non-bellezze, non-limpidezza, non-visioni. Un niente in cui la tazza del caffè – di ferro – è tutto quel che serve per restare aggrappati alla realtà.

Vedo le dita della mano allargate non per caso: facciamo proprio così quando vogliamo scaldarci stringendo una tazzina.

Infine vedo l’arte di riassettare alla bell’e meglio. La vela arrotolata malamente attorno al boma; la cima di scotta legata con settantadue nodi disordinati. Magari la sera precedente tirava un vento da paura e contava solo fermarsi, fissare la barca, buttarsi di sotto, infilarsi nel sacco a pelo.

Se la vede Mistro una vela raccolta in questo modo, ti spiega (52 minuti!) dove hai sbagliato, dall’angolo di penna a quello di bugna. Se vede il legaccio della cima di scotta, resta interdetto (un minuto) e poi si butta in mare. Piuttosto che proseguire così torna cavalcando un delfino.

Matteo Rinaldi

marzo 9th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 8 commenti

Scatti d’ira

Su centinaia di foto che pubblicizzano le barche a vela, pochissime mi piacciono davvero. Sbaglio io?

Capisco il problema dei produttori di barche a vela. Il loro compito è difficile: convincere ogni anno qualche decina di pazzi a investire centinaia di migliaia di euro per un giocattolo che vale quanto un appartamento in centro città.

Non capisco la soluzione: riempire i pozzetti di belle donne entusiaste è ridicolo. Non ne ho mai vista una, in tanti anni. Belle donne sì, entusiaste mai. Rilassate men che meno.

Quelle che vedete ritratte in queste foto sono false e insultano l’umanità, non solo femminile: pretendere che un’essere dotato di intelligenza scelga una barca a vela per stendersi e prendere il sole è come immaginare che uno scelga un film di Tarantino per dormicchiare sulla poltrona.

Non bastasse, oltre alle bellezze in posa (sono sempre in posa, nelle foto veliche: mai una che si inciampi, che sputi, che si innervosisca perché non riesce a fare un nodo) c’è sempre una mare meraviglioso – piatto, ventoso, blu e deserto: una roba che neanche una vacanza ogni dieci.

Il cielo infine: uno scoppio di azzurro esagerato e immutabile. Quando ha disegnato il paradiso terrestre, perfino Michelangelo ha avuto un sussulto di realismo inserendo qualche nuvola grigia. E lo pagava il papa, mica il p.r. della Beneteau.

Poi vedo le foto con cui l’Hallberg Rassy accompagna le descrizioni di alcune sue barche, nel sito del cantiere.

In questi mari, in queste facce, in questi berretti e giubbotti c’è la vela che piace a me. Nei silenzi e nei sorrisi. Che non si vedono, i sorrisi, perché sono tutti dentro, nascosti. Fuori non ne hai bisogno. Fuori non c’è niente da mostrare, dimostrare, spiegare.

C’è solo buio, spazio, tempo. Solo un filo di luce calda che arriva dal fondo. Pare scaldi più del sole. Non ne serve di più.

Matteo Rinaldi

febbraio 28th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Le rotte dei morti viventi

Ho ripescato queste vecchie foto. Le pubblico come monito: chi è attratto dalla vela, sappia cosa rischia.

Agosto 2008: guardo le vele sull’acqua del lago di Fimon. Veleggio già da qualche anno, per fortuna: resisto alla tentazione di saltare su una barca anch’io. 

“Perché non prendi una barca? – mi incitano dal pontile della Lega navale – è una giornata perfetta!” Prendo sì una barca. A remi, però. Lo so benissimo come va a finire a vela. Come minimo il vento cala di colpo e mi pianta in mezzo al lago. Per sei ore! Oppure rinforza e devo fare i salti mortali per non roves… Neanche finisco la frase: un poveraccio, a bordo di una deriva, calcola male una folata assassina e cappotta.

Ora, tutti sanno che una volta in acqua bisogna mantenere la calma. Ma è un sogno. Ci sono venti gradi sotto zero, in acqua. E piante carnivore subacquee. E pesci siluro di due metri che puntano su tutto quello che somiglia, anche vagamente, a un pesce più piccolo. Adorano quelli attorno ai dieci centimetri. Znort!

Cominciate a dibattervi, cercando di raddrizzare lo scafo con tutta la forza che avete. Eppure sapete – ve l’hanno insegnato! – che il metodo è uno soltanto: 1. aggrapparsi alla pinna di deriva (sì, quella roba lì sporchissima e oleosa dove si aggrappa correttamente il ragazzo nella foto); 2. restare tranquilli.

Non serve far nulla: lentamente il vostro peso raddrizzerà lo scafo. Lentamente. Non potete combattere con centinaia chili d’acqua che schiacciano dieci metri quadri di vela. Lo sapete bene, eppure la sola cosa che riuscite a fare è spingere, sbuffando come ossessi, dibattendovi, bevendo acqua e diventando paonazzi.

I vostri problemi non sono finiti. Dovete infatti resistere alla vergogna. Tutti, da riva, vi guardano (foto) senza capire nulla, ma con l’espressione con cui si osserva un alieno, un disperato, un poveraccio. I terrestri non sanno che una deriva si rovescia abitualmente. Non sanno niente di mari, laghi e fiumi: potete dir loro che l’acqua è profonda novecento metri: ci credono. Oppure solo un metro, ma con le sabbie mobili di Zagor: ci credono, più contenti ancora.

Fortuna che nessuno vi aiuta. Perché se capita sono guai. Tempo fa un tizio apprensivo ha visto una barca rovesciarsi: ha chiamato il 113 e il 118. Sono arrivati carabinieri, polizia, vigili del fuoco, finanzieri. Una figura tremenda per quei poveri velisti inesperti: quasi li denunciavano per procurato allarme.

In compenso, in troppi vi aiutano dall’acqua. Nella foto qui sopra, arriva un canoista che dà al tizio consigli da canoista: sgrumma il pitorfolo! Fidenza l’erquotene! Sgarruppa l’intermedio! Fuori dal quadro ci sono un altro paio di velisti che urlano a loro volta: Tendi l’auregolo! Slaccia il poderobbio! Candora l’autospillo!

Perché io non lo aiuto? Perché sto scattando foto, sono un cronista. La mia missione è testimoniare. E poi nessuno vuole aiuto: il velista maschio italiano è come l’automobilista maschio: accettando si sentirebbe poco virile. Comunque gli ho dato una grossa mano anch’io: Presponi il carabottino! Augemma l’interludio! Intingi il capotasto!

Alla fine il poveraccio ce l’ha fatta. A raddrizzare la barca, intendo. Salirci è un’altra cosa, com’è evidente dalla foto. Non bastano braccia d’acciaio: appena cercate di tirarvi su, la barca si rovescia di nuovo, ovviamente sopra di voi. Ma per fortuna arrivano gli altri, a tirarvi su: Collima l’aurospera! Allittera le bargucce! Rinterza la prosodia!

Matteo Rinaldi

febbraio 11th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti

Eccola briccola

Ho trascorso gennaio senza vela. Così mi tuffo nel passato.

La laguna è dolcissima anche col freddo. Basta non andarla a disturbare (Le briccole sono quei trittici di pali che segnano i canali navigabili)

Gennaio è finito e non ho fatto nemmeno una veleggiata. Peccato perché è un mese bellissimo: la laguna di Venezia è uno spettacolo, non c’è anima viva, ormeggi come se fossi a casa tua.

Perché non sono riuscito a navigare? In fondo bastava trovare una giornata non troppo grigia. E senza pioggia. E senza nebbia. In effetti già questo è difficile. Ma serviva anche un filo di vento e questo è molto difficile. Poi avrei dovuto trovare almeno un amico disposto a prendere freddo. Questo è impossibile.

Ah, mi sarebbe servita anche una barca. Da quando il Vela club Venezia ha chiuso, addio ai suoi magnifici ed economici First 21.7. Oggi anche trovare un barchin a nolo è un problema.

L’ultima uscita a gennaio, un paio d’anni fa, l’ho fatta assieme al commodoro Giorgio, grand’uff e capitan di lung cors. Una fortuna pazzesca: c’erano quasi tutte le combinazioni, almeno all’avvio. Un buon Firstino, un bel cielo, un mare tranquillo, una bava di vento. Magnifico. Sì, c’erano anche trentasei gradi sotto zero, ma che c’entra? Dopo mezz’ora avevo perso solo la funzionalità dei quattro arti principali. Il resto del corpo lo sentivo ancora.

Poi il vento è calato, senza preavviso. Ci siamo trovati in mezzo alla laguna, tra isole e isolotti, ad annusare il silenzio e osservare pesci e gabbiani.

Accendere il motore pareva brutto. Il commodoro poi non lo sopporta: “A vela, con la calma, si arriva dappertutto“. È vero: rincorrendo gli spostamenti d’aria, abbiamo navigato. Duecentosei metri. In tre ore. Nel frattempo mi si è ghiacciato anche il quinto arto. Perduto per sempre da allora.

Questo e altro per la vela. Ancora tre ore e abbiamo raggiunto Murano. D’estate, ormeggiare è inimmaginabile: ti tengono a distanza con cartelli offensivi, cani addestrati, cannoni armati. E soprattutto: con le più malefiche imprecazioni che siano mai state inventate.

Sulla banchina non c’era nessuno. Però c’erano sedici segnali di divieto e dodici simboli di Alt! che andavano dal teschio pirata alle radiazioni di Chernobyl. Io non mi fidavo. “Hum, Giorgio, vorrai mica parchegg… haem, ormeggiare proprio qui, davanti alla piazza principale?”

“Ma figurati. Non c’è problema d’inverno” ha detto. Aveva ragione. Abbiamo bevuto un caffè. Credo fosse caffè, perché nel frattempo mi si erano congelate lingua, orecchie, gomiti e ginocchia.

Tornando alla barca abbiamo scoperto che sei mototopi, due vaporetti, un mototaxi e quattro vongolari ci avevano ormeggiato davanti, di fianco, dietro, sopra e sotto, inscatolandoci ad aeternum. Tutti ci guardavano senza dire niente. Malissimo, pareva a me.

Ho finto di essere un turista danese: “Pardon, hvilken vej til København?” (Scusate, qual è la direzione esatta per Copenhagen?) ma il comandante è andato subito al sodo, scambiando con loro un gelido sguardo-dialogico marinaro: “Ah!, Oh!, Mh?, Uh!

Loro ci hanno fatto uscire con un Ah spostando le barche di un Mh. Dal che ho capito quel che aveva detto loro il commodoro: Ah = buongiorno!; Oh = potete spostarvi?; Mh! = ci basta un metro a prua; Uh! = buona giornata e arrivederci.

Siamo tornati a motore, con la temperatura che crollava. Ho perso anche la funzionalità del naso, del pancreas, di una chiappa e dell’intera spina dorsale. Il rumore del motore era così piatto e insulso che ho finalmente capito dove vengono a ispirarsi gli autori della Pausini.

Unica nota positiva: a viaggiare con il Grande Commodoro ero così rilassato che neanche timonare nel gelo mi faceva impressione. Senza rendermene conto mi sono perfino distratto un istante (avevo perso la funzionalità del cervello). Tre secondi, non di più.

Ho capito perché in barca non puoi distrarti. Ho alzato gli occhi giusto in tempo per vedere una solidissima briccola che ingrandiva sempre di più davanti alla mia piccola prua.

Ho dato una botta al timone per evitare l’impatto inevitabile. Bravo! Bravo cosa? Lo sapete come sterzano le barche? Non fanno come le macchine, che girano tutte insieme, dove volete voi, cominciando dal muso! No, cari. Le barche girano col culo. Si sposta la parte dietro, la poppa, e si sposta dalla parte sbagliata, restando poi in linea con la vostra vecchia rotta per almeno dieci metri.

SBAAAADAGRTABAAAAaNK! Siii, proprio come il Titanic nel film. Uguale. Ma non c’era altro da fare: meglio sbattere di fiancata che di prua. Che botta, però.

Nessuno è finito in acqua. Io perché mi tenevo al timone. Il commodoro perché è progettato appositamente: stava guardando dio sa cosa (dunque, a ripensarci, è colpa sua: il più alto in grado deve sempre mantenere il controllo della nave) ma è riuscito ad aggrapparsi alle sartie impiegando tutti e cinque gli arti disponibili: superiori, inferiori e mezzani.

L’ultimo pezzo l’abbiamo fatto nel silenzio. Un po’ perché mi vergognavo, un po’ perché cercavo di decifrare i rumori. L’importante era non sentire quello sciabordio (sgurgl, squish, sgurgl) che indica “stiamo imbarcando acqua e affondando“.

È andato tutto bene. Raggiunto il porto ho centrato l’ormeggio solo perché gli occhi ruotano liberamente nelle cavità oculari. Non avevo altro di mobile. A partire dal collo, rigido come la virtù di Rocco Siffredi.

Si capisce perché lui non è mai andato a vela. Si capisce perché a gennaio non ci sono più andato neanch’io.

Matteo Rinaldi

febbraio 4th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Questa roba fa scafo

Ecco a cosa si ispirano gli arredatori delle barche a vela

Ho comprato e consumato un paio di riviste che presentano le novità veliche 2011. Contemporaneamente, grazie ai giorni di vacanza, ho guardato e riguardato un mucchio di film. Dalla curiosa unione ho scoperto dove si ispirano gli arredatori d’interno delle barche a vela.

Le barche di stampo classico sono arredate copiando di sana pianta il mobilio di Revolutionary Road. Ambientato nei primi anni cinquanta, il film mostra la vita di una perfetta coppia infelice all’epoca del sogno americano. Lo stesso legno scuro, la stessa pesantezza rococò, la stessa tristezza.

Le barche di stampo moderno-performante sono arredate copiando il mobilio di Manhattan. È il film cult di Woody Allen: mobili più squadrati e leggeri (ma del 1979!), colori chiari, un filo di pop art tra cucina e bagno.

Mi viene il dubbio: se la barca dovesse affondare, il battello di salvataggio – che è chiuso nel gavone e nessuno ha mai visto – sarà mica ispirato alla Zattera delle Meduse?

Matteo Rinaldi

gennaio 10th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

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