Chi ha paura del pubblico cattivo?

Se fa caldo, andate di corsi!
10 giugno 2019

Giovedì 20 giugno ho monologato per un’ora e mezza davanti a una sessantina di ospiti, venuti apposta a sentire il sottoscritto, protagonista di una serata-spettacolo dal titolo “Gente, è arrivato l’arrotino!“. Ancor più inquietante il sottotitolo: “Cosa dire e come dirlo per farsi riconoscere, apprezzare, ascoltare, nella vita e nel lavoro (e perché le donne vi corrano sempre incontro, ma senza coltelli)

Non ho paura delle persone, né di parlare e raccontare, se so di cosa parlo. Lo faccio da anni. Ma mai, prima di giovedì, avevo monologato così a lungo. Una cosa è parlare, spiegare, raccontare, presentare corsi e raccontare la comunicazione con un quarto d’ora, mezz’ora a disposizione. Il poco tempo è un vantaggio: devi sintetizzare e non fai in tempo ad annoiare.

Un’altra cosa, comunque facile, è accompagnare altri artisti, come ho fatto con Ugo Pagliai, Angelica Leo, Patrizia Laquidara; i protagonisti sono loro e a te basta fare la brava spalla. Pagliai, mica l’ultimo dei pirlas, mi complimentò pubblicamente con un “Aho, Mattè, ma tu gliel’ammolli al pubblico eh!”, che penso e spero fosse un complimento.

Tutt’altra cosa invece gestire un’ora o più, da solo, con persone venute a sentirti per divertirsi, oltre che per portare a casa qualcosa di utile. Cambia più o meno tutto. Nella tua ora – un tempo enorme in quest’epoca rapida e distraente – devi:

a) variare molto. Non puoi pensare di mantenere lo stesso stile a lungo senza annoiare. Ce la poteva fare un Benigni giovane, con il suo ritmo indiavolato; un comico preparato con una scaletta imperiale; un narratore delicato con una storia perfetta. Diversamente, devi cambiare ritmi, tempi, parole, pause almeno ogni quarto d’ora. Insomma, un casino. Perché devi anche:

b) saper sempre cosa dire. O almeno non aver paura di improvvisare. Quel che mi spaventa non sono i “Mmmmmmh…. ehmmmmm…” che terrorizzano un po’ tutti; improvvisare mi riesce facile, dopo tanto allenamento. L’incubo è improvvisare male; rendersi conto che non c’è un filo logico, interessante, intelligente in quel che sto dicendo. E infine c’è la cosa più difficile:

c) divertire > far pensare > stupire >  risvegliare > argomentare > rilassare. Voglio dire: è difficilissimo farlo perfino con gli amici, i figli e le persone che amiamo: come possiamo pensare di riuscirci con cinquanta sconosciuti? Beh, preparandosi. Abituandosi a giocare, ovvero cambiare stile e logiche narrative. Anche perché, se solo mi accorgessi che qualcuno sbadiglia o mi mostra una faccia annoiata, tenderei a deprimermi leggermente: mi impiccherei col cavo del microfono, lì in diretta.

Queste tre cose assieme mi angosciavano da un paio di settimane. Ma siccome a ore alterne sono anche un esaltato, ho rimandato fino all’ultimo la scaletta della serata, provandola una sola volta, in auto, e convincendomi a non scrivere nessun testo e a non prendere nemmeno un appunto.

Ora, i veri attori scrivono tutto, lo so. Ma io non sono un attore. Il mio mestiere consiste nel dar vita all’essere quel che realmente siamo. Se mi accorgessi che sul palco non parlo come faccio nella vita, starei fallendo la mia ragion d’essere.

Insomma, sul palco, reale o virtuale, ci salgo a modo mio. Da attori veri salgano invece le persone: io sto al loro fianco, come spalla. Sono Peppino, o miei Totò. Sono Carlo Pisacane, o miei Vittorio Gassman. Il vostro Augias, o miei Villaggio. Il vostro Arena, o miei Troisi.

Comunque alla fine la serata per fortuna arriva: cominci e tutte le fisime se ne vanno. Guardi i sorrisi delle persone e pensi “Vai, mi seguono, ci sono, ci siamo“. Ti lasci andare. Esci dal seminato, dimentichi la scaletta, viaggi a istinto. Quando proprio non ce la fai più, ne chiami un paio sul palco a leggere, provare, monologare. Seguendo un paio di consigli giusti, tutti sperimentano dal vivo quanto è facile diventare più bravi.

Il prossimo monologo cambio tema. Niente arrotini: stavolta si parla di sesso. Delle voci, dei pensieri, della comunicazione che ci aiuta a vivere, capire, risolvere prima e meglio il nostro rapporto con l’eros. Considerati i miei tempi, se ne parla nel 2053.  Ma l’importante è non mollare mai, m’insegnano i maestri. E questo sì che è un consiglio senza pari e senza dispari.

Matteo Rinaldi

 

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