Le parole per dirlo a Pagliai

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“Le parole per dirlo” è un bel titolo per un corso: molto sfruttato in letteratura (anche da Nick Hornby, recentemente) e al cinema. Ma ovviamente non tratta solo di parole. La comunicazione è fatta anche e soprattutto di voce ed espressività.

Farli funzionare assieme non è facile. S’impara un po’ alla volta, ma si impara più di quanto sembra. Anche a stare sul palco assieme a un grande attore, prendendo la stessa quantità di applausi senza aver mai studiato da attore. E non importa se quelli per lui erano di soddisfazione e quelli per me di incoraggiamento.

Però vi racconto com’è andata davvero. Anche questa è buona comunicazione. Fatemi solo trovare… Le parole per dirlo.

Forema Padova è la società che si occupa di formazione per le associazioni industriali di Padova e Vicenza. Da anni organizza il “Mese della formazione”, un festival che nell’arco di ottobre presenta alla città le iniziative in programma: dai corsi ai convegni.

Collaboro da anni con Forema, che mi considera un bravo comunicatore. Con questa scusa mi riserva alcune responsabilità, molto belle ma tutt’altro che rilassanti.

“Abbiamo la possibilità di avere Ugo Pagliai per una serata: che dici se lo sfruttiamo per aprire alla grande il mese della formazione? Te ne occupi tu?”

Certo ragazzi, sarà fatto. Ma come si fa? La mia sola certezza è che non ho certezze. Debbo inventare. Devo trovare le parole per dirlo e per farlo. Non ho mai lavorato con un attore di questo livello. Come sfruttarlo per i nostri obiettivi? Pagliai è un uomo di spettacolo, abituato a portare in scena il suo stile, la sua cultura, la sua personalità. A noi servirebbe un docente. Come si convince Pagliai a fare il maestro, ma con la emme minuscola?

Decido che potrebbe giocare in un ruolo originale: il testimone. Ovvero la prova vivente di quanto sia utile, anzi indispensabile, lavorare sulla comunicazione. Ma è chiaro che non servirebbe a niente fargli recitare Shakespeare: bisogna fare in modo che i valori e le esperienze che un attore porta sul palco siano traducibili in valori ed esperienze per chi i discorsi deve farli a clienti, pubblico, collaboratori, fornitori, istituzioni.

Perciò invento un tema conduttore, che titolo “I cinque segreti della voce”. In realtà i segreti non esistono. O meglio, possono essere cinque, dodici o settantadue: le regole non sono mai rigide, in comunicazione. Ma mettere in ordine le cose è il primo passo per arrivare a un risultato.

Scelgo le cinque chiavi su cui lavorare e dò a ognuna un titolo simpatico:  “Sempre convinti anche se stinti”, per presentare l’importanza dell’intenzione, vera chiave di ogni cosa che diciamo; “Più positivi per essere vivi” per raccontare l’importanza del sorriso, che non usiamo quasi mai perché fin da bambini ci hanno raccontato che la faccia seria è la miglior dimostrazione della nostra serietà.

E così via, fino al quinto. Quindi scelgo un paio di testi adatti  per ogni segreto e invio il tutto a Pagliai. Gli scrivo come imposterei la serata: a me il compito di presentare i cinque segreti; a lui quello di comprovarli, dando vita ai testi, e di coinvolgere le persone, mettendole alla prova sopra il palco.

Purtroppo non c’è modo di parlargli, nei giorni precedenti. Riesco a strappare un appuntamento un paio d’ore prima della serata. È quanto mi basta per gli ultimi accordi e un accenno di prova. Due ore mi sembrano tantissime.

Arrivo in leggero ritardo per una sbarra ferroviaria che si blocca appena dentro Padova (lo so da una vita che succedono sempre, queste cose; lo so da una vita che bisogna partire ben prima del prevedibile) e incontro Pagliai nella hall dell’albergo. Abbiamo un’ora a disposizione. Bene.

Ma ecco il primo errore: ascoltando attentamente Pagliai mentre spiega quel che ha capito dalla mia email, avverto dietro alla sua cadenza romana (il Maestro vive a Roma da una vita) gli echi dell’alta Toscana. Sparo: “Maestro, ma lei è toscano d’origine?”

S’illumina:Certo! Di Pistoia. L’hai sentito dall’accento?

“Sì, Maestro. Si avverte appena ma c’è, sebbene la sua toscanità sia impastata col romano”.

Gelo improvviso nella stanza. Pare di essere a teatro, quando Macbeth guarda il pubblico con il teschio in mano. Solo che lui è Macbeth, io il teschio.

“Cosa? Come sarebbe a dire? Non c’è nessuna cadenza romana nella mia voce!”

Ecco, non ho mai visto Pagliai a teatro, ma penso che da Macbeth al Re Lear, i personaggi incazzati li porti in scena proprio così.

“Certo che la sento! Maestro, è impossibile non prendere la cadenza del posto in cui si vive. Le basterebbe uscire di trenta chilometri dal Lazio e la noterebbero tutti, perfino un immigrato siriano arrivato in Italia da due mesi”. Questo mi verrebbe da dirgli, ma non glielo dico mica. Balbetto un “Hum, si sente appena appena, proprio di striscio, impercettibile… Sa, sono io che ho un orecchio abbastanza allenato…”

Re Lear mi guarda chiedendosi se deve proseguire o farmi decapitare. Sceglie la via intermedia: prosegue torturandomi.

“Dunque, il primo testo che mi ha mandato… Huuum… Bello. Bello davvero, quasi… Poetico. Forse anche… Estetico ed… Estatico. Certo, ci vorrebbe uno stile da… Sala doppiaggio, per farlo rendere al massimo… In modo coerente e nello stesso tempo fedele alla quotidianità… Ma forse, pensavo… Forse preferirei usarne uno… Diverso. Ecco qua, l’ho portato con me… È una lettera, una vecchia lettera di Anton Čechov… Il grande, sempre attualissimo Čechov… Descrive Venezia, ma con un’anima e un’intenzione tale che… È assolutamente oltre ogni concezione di tempo… Ora te la leggo però… Tutta, da cima a fondo…”

Tre minuti di premessa, sette di lettera! Vorrei concentrarmi sulla bellezza della lettura, che è in effetti una bellezza, ma guardo soprattutto l’orologio. Non posso dirgli “Tagliamo corto, Maestro!” perché è evidente che Re Lear taglierebbe a fette me.

Čechov è il primo testo: ce ne sono altri nove. E in mezzo, una scena teatrale alla Jonesco che vi racconto.

Maestro“La musica di sottofondo (la filodiffusione dell’albergo, ndr)… Non è un po’ alta? Non trovi che… Disturbi un pochino?”

Spalla (io): “No Maestro, non direi”.

Maestro“Hum, forse è meglio… Chiamare qualcuno perché la abbassi… C’è un addetto, un cameriere disponibile?”

Il cameriere ci mette dieci minuti ad arrivare, due a prendere la richiesta, dieci a tornare da dov’era venuto e abbassare il volume. Ovviamente nel frattempo nessuno può proferire verbo. A volume finalmente abbassato, il maestro riprende.

Maestro: “Anche questo testo che mi hai inviato è molto bello. Però… C’è qualcosa che non… Lo leggiamo assieme, così capiamo cosa non va? Aspetta… Sai che forse… Sarebbe il caso di… Richiamare il cameriere e far spegnere del tutto la musica? Che dici? Io penso… di sì. Mi sa che è meglio… Farla spegnere del tutto…”

Eppure arriviamo in orario. Guido l’auto come su Vivere e morire a Los Angeles. Il Maestro non fa una piega: dev’essere abituato alla guida di Vittorio Gassman, che frequentava regolarmente anche ai tempi del Sorpasso. Arriviamo fin troppo in orario, purtroppo: e non va bene. Si è mai visto un grande attore in orario? Il Maestro si chiude in una stanza a riordinare i testi. Innervosendosi (con me) perché un po’ di Čechov si è sparpagliato tra i poeti e la tonalità si è nascosta tra tempo e ritmo. Sbuffa (educatamente) e mi guarda: “Ma perché mai… Non abbiamo dedicato un po’ più di tempo… A questa cosa? Non sarebbe stato meglio se… Ci fossimo sentiti prima?”

Adesso capisco perché Shakespeare fa fuori anche Re Lear, senza apparente motivo, alla fine del dramma. Ma poi, quando finalmente  saliamo sul palco del Cubo Rosso, tutto va alla grande. Presento il Maestro, presento i segreti (con un ritmo altissimo, quasi sentissi la necessità di rifarmi delle ore precedenti) e il pubblico capisce, ride, sta al gioco.

Passo la palla al Maestro che rallenta, abbassa toni e volumi, fa la sua parte. Torno sul palco e cambio di nuovo ritmo e volumi. Le persone si divertono, partecipano.

Qui scopro cosa significa essere un grande, un artista, un animale da palco. Il Maestro cambia ritmo, accordandolo con l’atmosfera. Accelera, gioca con me e con il pubblico, strappa emozioni e risate. Solo ogni tanto torna a rallentare dimostrandomi, ancora una volta, che la vera differenza tra essere bravi ed essere mostri è proprio la capacità di rallentare, fare pause, prendersi tutto il tempo necessario anche se il tempo non c’è.

Il punto più bello, per me, è quando prende in mano il foglio con una poesia che gli ho portato. Si prepara a cominciare, mi lancia uno sguardo ironico e poi butta via il foglio. La recita perfettamente a memoria, dimostrandomi che non esistono limiti, né anagrafici né cervellotici, quando c’è la passione.

Guardo come si muove, l’equilibrio di ogni movimento fisico, l’uso degli occhi. Guardo la perfetta reazione agli imprevisti: come quando una ragazza, tacchettando rumorosamente nel silenzio assoluto, scappa via proprio nel cuore dell’Infinito di Leopardi. Nel cuore dell’Infinito dico. Un sacrilegio perfino per me. Il Maestro ne accompagna l’uscita con una battuta ironica, ma delicata e gentile.

Non salgo più sul palco, se non per i saluti finali. Una spalla, sono convinto, dev’essere brava anche a levarsi di torno.

Va tutto benissimo. Serata impeccabile e poi a cena assieme, dove mi regala un po’ di racconti della sua giovinezza assieme all’amico Gassman e altri mostri sacri del cinema e del teatro. Alla fine mi saluta con un “Però Mattè, j’ammolli te al pubblico eh?”, che sembra una parolaccia e invece è un gran complimento. Che a me – non so a voi, pare in romano de Roma. Ma forse perché ho l’orecchio molto, molto allenato.

Matteo Rinaldi

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