I veri killer del calcio italiano

Siamo fuori dai Mondiali per la seconda volta di fila: una storia esemplare per capirne le ragioni 

L’Italia non ha più campioni. Al di là degli errori, della sfortuna e di tanti altri fattori che hanno fermato la squadra di Mancini, la sola vera certezza è questa. Ma le situazioni non nascono dal caso. I colpevoli, consapevoli, ci sono.

Perché altri paesi europei crescono molti più calciatori rispetto a noi? La pochezza dei giovani talenti italiani non era una sorpresa nemmeno vent’anni fa. Ma le soluzioni c’erano e ci sarebbero ancora. Praticabilissime.

Manca la volontà. Questa storia vi racconta come un possibile successo italiano è diventato fallimento. La racconto perché l’ho vissuta in prima persona. Anzi, ne sono stato uno dei protagonisti.

Uno dei momenti migliori per calcio italiano è stato l’indomani di Calciopoli, nel lontano 2006. Sembra un forzatura, ma è la verità. Il sistema calcio era a pezzi e i suoi rovinosi protagonisti in ginocchio; la possibilità che uscissero di scena era altissima.

Pareva l’occasione perfetta per dare spazio a chi ha un’idea più nobile e pulita del calcio. Finalmente la possibilità di trasformare lo sport più amato al mondo in una realtà più sana, capace perfino di programmare il futuro.

Venivo anch’io da una doppia crisi, una piccola e una più importante. Il giornale per cui lavoravo aveva chiuso, obbligandomi a inventare un nuovo lavoro; ma soprattutto ero reduce dai postumi dell’arresto cardiaco che mi aveva colpito nell’estate del 2005.

Il mio nuovo mondo era diventato la formazione: contando su vent’anni di esperienza con la parola scritta, cominciavo a lanciare corsi di scrittura e parallelamente di public speaking.

Approfittai di Calciopoli per bussare alle porte dell’Associazione italiana calciatori. Nel suo piccolo è una potenza: molti la chiamano “il sindacato dei miliardari” ma non è così. Raccogliendo le istanze di tutti i calciatori italiani, l’Aic ha una funzione più nobile: non dei campioni si occupa principalmente, ma dei tanti giocatori delle serie minori, spesso senza stipendio per mesi o lasciati a casa dall’oggi al domani in barba ai contratti.

Rappresentando l’intero mondo del calcio inoltre, l’Aic ha un grande potere, quantomeno di immagine, per le istanze di chi il calcio lo vive sul campo e per chi lo ama. Quando a prendere la parola sono i grandi calciatori, i concetti e le idee dell’associazione diventano di dominio pubblico.

All’indomani di Calciopoli mi presentai con un paio di idee. La sede nazionale è a Vicenza, nella mia città: conoscevo perciò un paio di teste pensanti che qui lavoravano da anni. Proposi quel che avevo in mente e, in poco tempo, presentai due strategie al presidente, che allora era l’avvocato Sergio Campana, fondatore dell’associazione stessa nel lontano 1968.

L’idea era semplice: organizzare una serie di convegni, incontri, dibattiti da portare in giro per l’Italia per ridiscutere l’intero sistema calcio. L’obiettivo: metterlo in crisi dopo quel che era successo e rilanciarlo con logiche nuove. Quale migliore occasione di questa, con l’intero movimento in profonda crisi d’identità?

L’idea era più complessa di come la sto semplificando qui per ragioni di spazio. Ma poco importa giacché non se ne fece nulla. Avremmo dovuto cominciare nell’autunno 2006. Ma durante l’estate il colpo di scena: l’Italia calcistica vinse i Mondiali di Germania contro ogni pronostico.

Pronto per cominciare il mio giro d’Italia, mi ritrovai senza più bicicletta. L’idea di ripulire e rifondare il calcio finì immediatamente nel cestino. Campana fu pratico e risolutivo: “Ora che abbiamo vinto i mondiali, non è proprio il caso di lavorare su questo tema“.

Ma l’idea di partenza – mettere più in luce l’Associazione facendo qualcosa di buono per il sistema calcio – era rimasta. Così aggiunse: “Pensiamo a qualcos’altro. Se trovi un idea che possa funzionare, la portiamo avanti“.

Cominciai a chiamare ex colleghi del giornalismo sportivo e del mondo del calcio. E poi calciatori, dirigenti, allenatori. Fu semplice capire che a parte Calciopoli (da allora banalizzato e dimenticato) il calcio italiano aveva problemi perfino maggiori.

Uno di questi era l’impoverimento, già allora evidente, delle sue basi: spettatori e giocatori. I dati delle società parlavano chiarissimo. Un po’ a causa del calo delle nascite, un po’ delle nuove passioni che conquistavano i cuori dei ragazzi, ogni anno il numero di spettatori e giocatori, potenziali campioni compresi, calava inesorabilmente.

In estrema sintesi: se negli anni Settanta una piccola squadra italiana accoglieva quaranta promettenti ragazzini ogni anno, oggi faticava per portarne al campo dieci. E crollavano le possibilità di crescere un potenziale campione. Ma c’era il tempo per migliorare.

Tornai in Associazione con un progetto che avevo intitolato “La fabbrica dei campioni”. Lo spiegai così: in Italia si pubblicano centinaia di ricerche di tecnica e tattica per i giovani calciatori. Studi, tesi di laurea, libri scritti da grandi maestri. Ma non ne ho trovato uno che spieghi come si costruisce un settore giovanile vincente.

Nessuno risponde a queste domande: meglio lavorare con tanti ragazzi mediamente promettenti o pochi molto promettenti? Quanti allenatori impiegare? Meglio usare sistemi di allenamento e gioco diversi per ogni annata o seguire una linea comune? Che tipo di strutture servono? È più utile investire su ottimi campi da gioco o sui trasporti? Come rapportarsi con i genitori? In che modo si motiva un ragazzino a impegnarsi anche fuori dal campo? Cosa convince un padre ambizioso a non portare via il figlio quando arrivano richieste da una squadra più prestigiosa?

Vi porto esempi banali, perfino sempliciotti. Ma questo era il cuore dell’idea. Scoprimmo poi, durante il nostro anno di lavoro, che le cose importanti sono effettivamente diverse da quelle che possiamo immaginare. Garantire i trasporti, per esempio, è perfino più importante del blasone del club. Nelle famiglie moderne entrambi i genitori lavorano: a convincere la mamma a tesserare il figlio non è la categoria o il rimborso spese ma il pulmino che viene a prendere sotto casa.

Questo tipo di lavoro in Italia non era mai stato fatto. Prima di tutto perché nessun settore giovanile d’avanguardia racconta in giro i suoi segreti. Ma se a porre la domanda è un’associazione super partes come l’Aic, che promette di raccogliere le esperienze per metterle a disposizione di tutti, il discorso cambia.

Questa era la forza del lavoro: unire e raccontare le intuizioni e le realtà dell’Inter, dell’Atalanta, dell’Empoli, del Lecce fino alle società dilettantistiche e di quartiere. E condividerlo tra tutti. Se tutte le società contassero su un metodo condiviso e sulla certezza che ogni società lavora con logica, il club ricco non avrebbe l’interesse a portar via subito i migliori. A sua volta, la piccola società guadagnerà di più, con uno scambio reciproco e meno piratesco.

Il progetto funzionò. Mi diedero carta bianca e, soprattutto, la collaborazione di persone dell’associazione, ex calciatori in primis, che il mondo del calcio lo conoscevano da sempre. Scegliemmo i settori giovanili ideali, ovvero quelli che al momento andavano più forte come innovazione e creatività. Volevamo raccogliere l’esperienza di vivai grandi e piccoli, ricchi e poveri, di città e di provincia… Insomma, una panoramica in cui ogni società potesse rispecchiarsi e ispirarsi.

Fu un lavoro bello, impegnativo, affascinante. Lavorando con il marchio dell’associazione calciatori, i responsabili dei vivai italiani si dimostrarono collaborativi al massimo. Riuscimmo perfino a parlare chiaramente di spese e guadagni: dai costi, voce per voce, ai ricavi dalle vendite dei giocatori. Mettemmo nero su bianco il successo di un buon settore giovanile. I numeri dimostravano che investendo si raccoglie, con pazienza, dieci volte tanto.

In sintesi: il mio compito era fare le domande giuste e raccogliere risposte e testimonianze in modo chiarissimo; infine ordinare i dati “a prova di stupido”, in modo che anche il dirigente della società di quartiere potesse capire come migliorare il suo settore giovanile.

Quel che raccogliemmo – notizie, esperienze, metodi – si dimostrò in molti casi non solo utile ma addirittura sorprendente per la maggior parte delle società professionistiche di serie A, B, C.

Vi racconto un piccolo episodio, giusto per capire il fascino e la difficoltà di crescere ragazzi sperando di farne campioni: ero ospite dell’Atalanta – il vivaio più prestigioso d’Italia – e chiacchieravo con Mino Favini, scomparso nel 2019 ma allora in piena forma e da tutti riconosciuto come uno dei più grandi maestri del calcio giovanile italiano. Per molti, addirittura il numero uno assoluto.

Quella volta uscii un po’ dal seminato. Niente dati e spazio a qualche sensazione in libertà. “Mister, ma lei come lo intuisce un futuro campione? Mettiamo un attimo da parte le logiche, la pazienza, la filosofia per cui non si giudica fino all’ultimo giorno. Tra i suoi colleghi c’è chi dice che conta la tecnica, chi le caratteristiche fisiche, chi la testa, chi la grinta, chi una miscela…”

Favini non rispose. Mi fece segno di seguirlo e mi accompagnò dentro una grande stanza del bellissimo centro sportivo di Zingonia. Una parete, bellissima, era interamente tappezzata di piccole foto di giocatori. Immaginate un gigantesco album Panini, tutto in verticale, dal pavimento al soffitto. Centinaia, forse migliaia di visi bambini in maglia nerazzurra.

“Stai guardando tutti i giocatori che hanno fatto il settore giovanile qui da noi – disse, indicandomene due affiancati  – Questi, per esempio, per me erano assolutamente identici: le stesse potenzialità, l’identica grinta, un’intelligenza calcistica superiore… Si specchiavamn perfino nella passione. Li riconosci?”

Aguzzai la vista. Dal viso bambino del primo intuii i lineamenti di Roberto Donadoni, campionissimo con la maglia dell’Atalanta e soprattutto del Milan di Sacchi. All’altro non riuscivo a dare un nome. “ti ho appena detto che aveva le stesse qualità, come fai a non riconoscerlo?” mi stuzzicava Favini.

Cominciavo a vergognarmi un po’, ma niente da fare. Non mi diceva niente. “Non ti dice niente perché non ha superato nemmeno la Prima categoria. È rimasto un dilettante, vivendo il calcio come hobby. Li ho allenati e studiati assieme, giorno dopo giorno, e mai avrei saputo dirti chi era il migliore. Uno è diventato un campione, l’altro no. Questo è un mondo nel quale nessuno può permettersi certezze. Possiamo solo dare il massimo per i nostri giovani e credere in loro fino all’ultimo giorno. Senza garanzie, se non quella di crescere un ragazzo che sappia diventare uomo.”

Lavorammo anche su questo, nella ricerca: crescere uomini, non solo giocatori. I settori giovanili più capaci puntavano anche sull’educazione fuori dal campo, sulla capacità del ragazzo di chiarirsi le idee, superare i momenti difficili, motivarsi e organizzarsi. In molti vivai per esempio è obbligatorio studiare: se vai male a scuola, giochi meno.

I dirigenti più bravi lavoravano duro perfino sul rapporto con i genitori. A Empoli, per dirvene una, gli spettatori venivano allenati all’educazione sportiva: oltre la recinzione niente litigate, parolacce, critiche ad arbitro, allenatore, giocatori o avversari. Altrimenti cartellino giallo e poi rosso, come in campo. E se riuscivano in Toscana, evidentemente è possibile ovunque.

Torno al cuore del concetto. Presentammo la ricerca a Milano, con il nome leggermente corretto. Non più “la fabbrica”, come avevo pensato, ma “L’officina del campioni”. Ce lo suggerì Gianni Palumbo, allora responsabile del settore giovanile dell’Empoli. “Il nostro è un lavoro più artigianale, mai un pezzo uguale all’altro”. Aveva ragione. 

Col titolo “L’officina dei campioni” invitammo tutte le società di A e B, aggiungendo un po’ di C e dilettanti. E ovviamente tutte le alte cariche, dal presidente della Lega calcio, allora Antonio Matarrese, in giù. Dirigenti, responsabili e allenatori dei vivai itialani seguirono le (tre!) ore di presentazione con anima, cervello e cuore. E si dissero d’accordo per portare avanti il progetto in due step:

  1. arricchire e concludere la ricerca raccogliendo le esperienze più interessanti di tutti i settori giovanili italiani, in modo da avere un quadro completo;

per poi:

  1. portare l’Officina in un viaggio itinerante per l’Italia, organizzando incontri regionali e provinciali per coinvolgere tutte le società e dar loro supporto. Avremmo garantito perfino un guadagno con il ritorno d’immagine, gli sponsor e la presenza di allenatori e calciatori a portare le loro testimonianze per stimolare ancor più le persone.

“Rendiamo il lavoro ancora più interessante – consigliarono alcuni dirigenti, in chiusura – andando a studiare all’estero: da Svizzera e Spagna per esempio, fino al Nord Europa, abbiamo molto da imparare”. Figuratevi se non l’avrei fatto di corsa.

Tornai in Associazione qualche giorno dopo. Per scoprire che la ricerca era stata chiusa in un cassetto e tanti saluti a tutti. “La Figc (federazione gioco calcio, ndr) ha avuto da ridire – borbottò il presidenter guardando ovunque fuorché verso di me – Dicono che non spetta a noi fare queste cose: è un lavoro loro. Ma per te nessun problema: ti diamo subito da fare un altro lavoro”.

Ovviamente restai di sasso. Senza parole, senza voce, senza idee. Mi succede spesso di non reagire quando sarebbe doveroso farlo. Pensavo: se ne accorge adesso? Ma soprattutto: non può essere vero. Infatti, a posteriori ho scoperto che non lo era.

Qualche giorno dopo ripresi coraggio: fissai un appuntamento proprio alla Figc, su consiglio dell’ex arbitro Luigi Agnolin, che in quel periodo lavorava con la Federazione. Mi fece presentare il progetto a un gruppetto di dirigenti che avevano l’entusiasmo di Mr. Bean. “Ci facciamo sentire”, promisero. Figuratevi.

Ci riprovai qualche anno dopo, quando finalmente Campana lasciò la presidenza (la sola al mondo più lunga di quella di Fidel Castro, come mi spiegavamo ironizzando in Associazione) e gli subentrò l’ex calciatore Damiano Tommasi. Gli presentai il lavoro, ma sommariamente perché aveva poco tempo. Non fece una smorfia, non mosse un muscolo, non disse una parola, non fece una domanda. Chiedo sinceramente scusa ai Mr. Bean della Figc.

“Interessantissimo. Mi faccio vivo io”, mi liquidò il suo fido collaboratore. 

Gli scrissi tre volte nell’arco di qualche mese. Mi rispondeva: “È molto interessante, si può fare, ci risentiamo certamente” in tutti i casi. Nell’ultima mail gli scrissi, ma con parole gentili, che poteva andarsene al diavolo. Non mi rispose nemmeno, neanche un interessante.

In sintesi, qual è la morale? Secondo me ne abbiamo tre, rapidissime.

1) Non c’è fare senza affare. L’Aic ha poi fatto qualcosa per il calcio giovanile, sappiatelo. Ha contribuito alla costruzione di alcuni campi sportivi in alcune zone disagiate italiane. Che differenza c’è tra i campi da gioco e i progetti di crescita? Che costruttori, affaristi e quattrini stanno da una parte sola. Dietro alla nostra “Officina” non c’era posto nemmeno per un carpentiere.

2) Chi comanda non rimanda. Nessuno ha l’interesse di far crescere il calcio giovanile. In un mondo che cerca guadagni veloci, un procuratore spingerà sempre per piazzare il giocatore trovato all’estero, pagato dieci e rivenduto a cento. E le società si piegano alla logica: meglio tenersi stretto chi ha potere oggi, non prospettive domani.

3) Siamo italiani e basta la parola. Perché questo lavoro fu ucciso quando era pronto per partire? Sono passati quasi quindici anni, da quei giorni. Guarda caso, le società che allora vantavano i migliori settori giovani sono fiorenti e giocano ai massimi livelli. Una dimostrazione lampante di quanto possa garantire, con un po’ di pazienza, un bel settore giovanile. Ma i giovani di allora non hanno degni eredi.

L’Officina dei campioni fu uccisa perché era un’idea figlia di nessuno. “Sono diventato un campione perché lo ero, non certo per il settore giovanile” disse pubblicamente Campana nei giorni precedenti la presentazione, quando cominciava a rendersi conto che il progetto non gli interessava più. È evidente, secondo me, che non riusciva a sposare un’idea che non aveva avuto lui.

Smettiamo di chiederci perché il calcio italiano peggiora di anno in anno. Questo è solo uno di tanti motivi. E comunque saremo perfino capaci di riprenderci, nel futuro. Anche senza una nuova Calciopoli infatti, la crisi è dietro l’angolo. Magari, una volta ogni tanto, riuscirà a portare qualcosa di buono.

Un commento su “I veri killer del calcio italiano”

  1. Storia interessantissima. Direi che una fotografia nitida, perfetta, drammatica e sconfortante del nostro calcio. Nulla succede per caso.

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