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In guardia sul Garda

Dopo molto, molto tempo sono risalito in barca a vela. C’erano ottime possibilità che non lo facessi più: pubblicare Il mare d’inferno mi ha rimesso in pace con l’acqua e la terraferma. Nel senso che ho optato decisamente per quest’ultima: quando riesci a raccontare l’orrore di una passione, te le ne liberi per sempre.

Ma ai primi di giugno ci sono ricascato. Ne scrivo tre mesi dopo perché a causa di quell’esperienza ho avuto le mani fuori uso per l’intera estate.

Peggio del volo charter c’è solo il vela charter.

A giugno la vela è ancora sopportabile: né afa né superprezzi estivi. Chiamo un charter del lago di Garda in zona Toscolano Maderno. Lo avevo sfruttato assieme a due amici ad inizio primavera. Ma avevo parlato chiaro al tipo: Amico, se siamo in tre non abbiamo difficoltà a pagarti la (spropositata) tariffa che chiedi. Ma se vengo un’altra volta da solo, o con le figlie, o con la compagna, insomma se a pagare sono solo io, me lo fai lo sconto?

“Certo, ci mancherebbe, figurati, vai tranquillo!”

Gli avevamo pagato il furto (180 euro al giorno; sopportabile solo perché diviso in tre) e via. Ci eravamo divertiti. Bel vento, bella temperatura, pace e tranquillità.

A giugno mi viene l’idea di invitare una persona mai salita in barca a vela: prometto laghi e monti, virate e panorami, armonia e bellezza. Chiamo il charter e dai che si par… Si parla la solita lingua triforcuta dei charter.

“Sconto? Quale sconto? Te lo avevo promesso in bassa stagione. Adesso è altissima. Non se ne parla neanche. Anzi, sono 40 euro in più con le tariffe estive. Posso mica rimetterci. Se no vado a coltivare mele. Guarda, inutile insistere”.

Penso: ci vado comunque, ma non a navigare: lo uccido con le mie mani. Poi mi calmo: ho fatto una promessa e non voglio tirarmi indietro. Dico: Ok, arrivo alle tue condizioni, alle 18 sono lì.

“Alle sei di sera? Mica mi trovi alle sei di sera. Vado a casa, alle sei di sera. Vado a coltivare mele se devo stare qua fino alle sei di sera”.

(Stai calmo, perdio. Poi lo uccidi, ma ora stai calmo). Ok, lasciami la barca da qualche parte e dimmi dove ti lascio i soldi.

“La barca te la lascio sul lungolago, comodissima. Ma i soldi? Non mi fido. Mi devi fare un vaglia prima, se no niente. E voglio la ricevuta via sms.”

?? KOME? MA SE SONO GIA PER STRADA, KOME FACCIO A MANDARTI I SOLDI?? (Stai calmo, calmo, poi lo uccidi ma adesso calmo).

“Problemi tuoi: o così o niente. Vendo mica mele, io.”

Guardate che non esagero. Buona parte dei charter velici ragiona così. Un senso degli affari che nega 12 mila anni di arte umana del commercio e della negoziazione.

Ripasso per casa, invio il bonifico (secondo voi l’home banking funziona al primo colpo o ci vogliono quaranta minuti di tentativi?), riparto.

Mi calmo. Che altro può succedere? La barca è mia dalle sei di sera fino alla stessa ora del giorno dopo: pizza, notte a bordo, partenza rilassata alle prime luci del giorno. Dai che la vita è bella.

La vita sarebbe ancora più bella se attorno al lago di Garda non ci fossero le strade del Garda. Bellissime per girarci i film di 007. Pessime per arrivare di venerdì a giugno. Code ciclopiche. Pensionati centenari a 12 km/h su gigantesche Mercedes Diktator. Fighetti ventenni scatenati a 140 mp/h su Harley Davidson di valore superiore al mio fatturato esistenziale.

Passo d’uomo per quaranta chilometri. Parcheggi pubblici al prezzo orario di una consulenza da Tony Robbins. Dove si infilano le banconote? Macché, vogliono quindici euro al giorno ma solo in moneta. Otto negozi su dieci espongono il cartello “Non si cambiano monete. Nemmeno se comprate qualcosa”. Sono i migliori. Gli altri scrivono: “Dieci euro in monete = venticinque euro di carta”).

Notte in braghe di vela.

Il peggio deve ancora venire. La barca è effettivamente ormeggiata sulla bellissima riva di Toscolano. Ma per l’infondata paura che la corrente la possa sbattere contro il molo (quale corrente poi? siamo al lago) l’hanno ormeggiata alla boa, che dista dieci metri dal molo, e collegata a terra con un cavo d’acciaio lungo sei.

Per recuperare la barca bisogna tirare il cavo a mani nude (chi ha pensato ai guanti?) e trascinare verso di sé una tonnellata di barca, vincendo la forza dell’acqua, della corrente e soprattutto del cavo della boa d’ormeggio ancorata sul fondo, elastico quanto il cervello del noleggiatore. Più o meno come tirare a mani nude un pianoforte a coda con un filo interdentale.

La porto a riva sbuffando, sudando, sacramentando e scorticandomi per sempre le mani. Saltiamo a bordo per scoprire che non c’è nemmeno una luce che funziona. Scopro che manca del tutto la batteria. Eh? Pago una notte per non avere nemmeno una lampadina?

Pronto charter? Mi fate pagare la notte in barca e non mi collegate nemmeno la luce? Pronto? Pronto?” Mi mette giù, il bastardo. Probabilmente è andato a raccogliere mele per costruirsi un futuro vero.

La mattina partiamo. Vento zero. Cento metri in un’ora. Poco male, la vela è così. Tre ore di niente. Accendere il motore giammai: quello che muove lo scafo l’ho sperimentato per staccarmi dal molo: è un vecchio due tempi, puzzolente, rumoroso e capace di raggiungere i cento metri in due ore. Ma almeno funziona.

Improvvisamente arriva il vento: è il celebre Peler del Garda. non so perché questo nome. So che si veleggia alla grande. Al punto che faccio la cazzata – non quella nautica – liberando il Fantozzi che è in me: a petto nudo, anzi in costume, alla faccia di tutti gli altri navigatori che incrociamo, vestiti di tutto punto. Chissà perché poi: incapaci, freddolosi e femminucce!

All’ora di pranzo punto il porticciolo di Torri del Benaco. Due mesi fa era un bijoux: deserto, silenzioso, tutto per noi. Oggi no. Oggi ci sono sedici motoscafi che lo occupano e altrettanti che fanno la posta, appena fuori, aspettando che si liberi un posto. Tutti girano in cerchio col motore rombante, pronti ad approfittare del primo buco libero. Il peggiore di tutti – un pazzo totale – ha tagliato la testa al toro e gettato l’ancora proprio davanti all’ingresso del porto. In linguaggio automobilistico, sarebbe come se vedeste uno che parcheggia nella corsia centrale dell’A4 alle sette di mattina.

Si libera clamorosamente un buco sulla sinistra. I motoscafi si scontrano rombando tra di loro. Sento bestemmie nei peggiori dialetti del nord Europa. Ho appena tolto le vele e acceso il motore: mi infilo miracolosamente tra l’ammasso di motori e le rocce, puntando verso l’approdo. Una manovra perfetta! Ma proprio lì, succede quel che sempre succede. Il motore si spegne. Così, senza ragione, esattamente mentre entro, con rocce a destra, rocce a sinistra e barche davanti e dietro. Si spegne con malizia e non riparte più.

Chi spera e chi sperona.

La barca, senza più controllo, punta verso un’altra vela ormeggiata. Ovviamente il proprietario è a bordo, disteso, panino in mano e bibita. È grosso e potenzialmente cattivo. “Ehi, EHI, FERMAAAAA!” mi urla con gli occhi fuori orbita. “Impossibile – gli replico – aiutami invece, aiutami a fermare lo scafoooo!”

SKRATCH! SBENG!

L’urto per fortuna è meno tragico del previsto. Le barche di sei-sette metri le fermi con una mano, se ci metti un po’ di forza. Noi ci mettiamo mani, piedi, parabordi, sudore e bestemmie. Dopo una mezza dozzina di Sbeng! e Thud! finalmente mi fermo.

Il tipo mi perdona. Deve averne viste di ben peggiori, da queste parti. Ormeggio come un professionista ma a niente serve: i motoscafi giranti che girano in cerchio, sempre più furiosi, creano un’onda che sbatte lo scafo un po’ dove gli pare.

SKRATCH! SBENG! “Pronto, charter? PAM! SCRASH! Che cazzo succede al motore che mi ha piantato nelle bocche di porto?” RUMBLE! PACK!

“Eh, è colpa tua! L’avevo spiegato bene al tuo amico due mesi fa: bisogna prima premere la smulfa dell’aria, sotto a sinistra, poi tirare il caragnello della testata, in alto a destra, quindi spingere lo scribbolo anteriore ruotando su se stessi. Se hai spinto il caragnello e tirato la smulfa è normale che si spenga”.

Quand’è( SKRATCH!) che i motoristi della nautica capiranno (SBENG!) che non è complicando le cose semplici (SCRASH!) che venderanno più barche e motori?

Alla fine ripartiamo: il vento ci fa veleggiare e godere. Poi, improvvisamente, a metà strada, finisce. Zero,  calma piatta come la mattina. Sono le tre del pomeriggio e siamo fermi in mezzo al lago.

Ma il problema non è il vento. Del vero problema me ne accorgo solo ora. Ecco perché gli altri naviganti erano tutti vestiti: il sole! Mi sono ustionato come un norvegese al primo giorno di ferie a Rimini. Ahi, chi l’avrebbe mai detto che, ahi, già ai primi di giugno il sole, ahi, scotti così tanto?

Dopo un’ora di improbabili tentativi di recuperare un po’ di vento immaginario, con la pelle che sfrigola come la padella della frittata, decido di rientrare lentamente a motore, controllando attentamente la smulfa, il caragnello e lo scribbolo. Ogni tanto, per vendicarsi delle offese, il motore mi spruzza uno schizzo di olio malefico e bollente sulla pelle arroventata.

Pronto charter? Stiamo rientrando. Ma abbiamo bisogno di bere qualcosa prima di recuperare la roba e liberare la barca. “Ok, lasciatela pure ormeggiata a riva che mando il ragazzo a controllare”.

Ormeggiamo con le mani ustionate dal sole, dalle scotte e dagli ormeggi. Cerchiamo un bar per riprendere sembianze umane e torniamo alla barca. Dieci minuti in tutto. Nel frattempo il ragazzo è arrivato, ha controllato che tutto fosse a posto e ha… Riormeggiato la barca come la sera prima! A sedici metri dalla riva, con lo stesso filo interdentale d’acciaio, teso, rabbioso e, a quest’ora del giorno, arroventato.

Non ho nemmeno la forza di chiamare il charter per insultarlo. Finisco di rovinarmi le mani, recupero la roba, carico l’auto e riparto. La coda per uscire dal lago è tripla rispetto all’andata.

Oggi è settembre. C’è quest’arietta di fine estate, la vita che torna alla normalità, i primi freschi della sera, la luminosità asciutta del tramonto… Ho annusato l’aria è ho sentito la voglia che ritorna. È il momento ideale per un giro in barca. Chi viene con me? Sono disposto anche a pagare; voi però informatevi sulla smulfa, lo scribbolo e il caragnello.

Matteo Rinaldi

Qui un passato (prossimo) di disavventure che a questa le fanno un baffo. Il mare d’inferno, solo on line.

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