Quando il Titanic affonda davvero

La dolce storia di un fallimento: Revolutionary Road, il film che riunisce la coppia magica Winslet-Di Caprio

Foto di scena tratta dal film: invecchiati e appesantiti, i due protagonisti sono più veri e credibili che mai

Non sono uno spettatore di bocca buona. Da quando ho Sky guardo almeno sei film alla settimana, uno dei dei quali la critica definisce ottimo se non capolavoro. Quasi mai sono d’accordo. La mia media di capolavori percepiti supera raramente un film a semestre.

Quest’anno la media pareva destinata a crollare: niente di accettabile per i primi cinque mesi. Roba da bruciare l’abbonamento.

A giugno la sorpresa. Ho votato capolavoro personale del primo semestre Revolutionary Road, film di Sam Mendes con Leonard Di Caprio e Kate Winslet protagonisti. Ne caldeggio la visione a chiunque. Non perché sia un bel film: non lo è per niente. Ma è un’opera che ti entra dentro e resta lì.

Valore in più: Revolutionary Road ha i peggiori presupposti che un film possa avere. Almeno tre, uno peggio dell’altro.

Il primo handicap: è tratto da un libro amatissimo. Quando mai da un bel libro è nato un bel film? Solo in rarissimi casi. Fateci caso: i libri che hanno dato il la a grandi film, come il Padrino o il Laureato, sono illeggibili.

I capolavori del cinema nascono quasi sempre da libri di serie B. Il motivo s’intuisce: i film hanno bisogno di storie semplici, quasi banali. In un’ora e mezza è difficile, se non impossibile, tradurre opere ricche di sostanza, grandi dialoghi, trame complesse.

Il secondo handicap: l’ha diretto un regista leccatino. Sam Mendes non è Kubrick né Scorsese. È  semplicemente un uomo in linea coi tempi: intelligente ma non geniale, bravo ma non talentuoso. Era partito benone con American Beauty (comunque accusato di essere un film con molta forma e poca sostanza) ma poi ha firmato un orrore come Era mio padre, che maltratta l’ultima apparizione di Paul Newman e il primo ruolo negativo di Tom Hanks. Qualche critico l’ha osato definire “Il nuovo Padrino”: fate che non incroci mai il frontale rabbioso della mia Multipla.

Il terzo handicap era il peggiore: come si può far meglio del meglio? Voglio dire, come puoi far recitare insieme, dopo anni, i due mostri di Titanic e sperare di reggere il confronto? Non puoi, hai perso in partenza.

Invece questo film ce l’ha fatta. Merito degli attori che interpretano la parte in modo semplicissimo, inchiodati in ruoli ed espressioni standard, quasi da scuola di recitazione. Ma che scuola, accidenti. Insuperabili.

Ho detto ancora niente sul film. Ma niente in effetti va detto. Bastano tre righe. È la storia di una coppia che si scopre intrappolata nella banalità del quotidiano: il lavoro, i figli, quattro amici, la casa. Decide coraggiosamente di darci un taglio netto trasferendosi all’estero, inventandosi un nuovo lavoro, ricominciando a sognare.

Ma il sogno fallisce prima di cominciare. Lui è frenato da una nuova proposta di lavoro e soprattutto dalla paura. Lei non accetta il voltafaccia. Crolla tutto. Finisce malissimo.

In tutte le critiche che ho letto, nessuna nota un particolare: i loro due figli, continuamente nominati, non vengono inquadrati nemmeno una volta. Eppure non te ne accorgi. Così come non ti accorgi della straniante musica che accompagna il film. Non è bella ma ti entra dentro. Esattamente come la storia, gli sguardi, i gesti dei due protagonisti.

Lo so che questa non è una recensione. Ma non importa. Volevo solo provare a trasferire un po’ di atmosfera: pesante, inquieta, senza sbocchi.

L’ho visto pensando “Madonna, che brutto film” per 119 minuti. Ne dura 12o. Ai titoli di coda ho totalmente cambiato idea. Ho visto un capolavoro.

Ci siamo dentro tutti, in questo film. Ci dice quanto è facile sentirsi diversi e quanto è difficile esserlo davvero. Ma anche che ci vuole più coraggio a sbagliare che a stare perennemente in equilibrio. E ancora: che le rivoluzioni e i cambiamenti cominciano dentro, non fuori.

E infine, la cosa più importante: siccome è più facile perdere che vincere, bisogna imparare a difendere la sconfitta, non soffrirci troppo e ripartire daccapo.

Se qualcuno ha letto il libro, mi faccia sapere cos’ha detto a lui. Titoli di coda, ora.

Matteo Rinaldi

agosto 24th, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

Com’è dolce quel riso amaro

Ho ritrovato sul web “Sorriso amaro”, il bellissimo e sconosciuto documentario sulle risaie italiane. Racconta chi siamo meglio di una storia d’Italia in dodici volumi

Le protagoniste del film: ex giovani mondine, belle come a quindici anni

Ho scoperto questo capolavoro qualche anno fa, vagando nei canali minori di Sky (minori per modo di dire), quelli dedicati ai documentari. Si chiama Sorriso amaro. Un viaggio nel tempo sulle risaie italiane degli anni cinquanta, realizzato  da Matteo Bellizzi, giovane regista piemontese.

Mi ci sono imbattuto per caso ma dopo dieci secondi ero inchiodato davanti allo schermo. Credo di aver pianto e sorriso come neanche a dodici anni davanti agli Aristogatti. No, non è vero: mi sono emozionato decisamente di più con questo.

Bellizzi voleva raccontare la vita nelle risaie italiane degli anni cinquanta, quel periodo magico in cui l’Italia si trasformava. Da paese povero, agricolo, ignorante e pieno di voglia di vivere a paese ricco, industriale, ignorante e con scarsa voglia di vivere. Basta questo per amarlo.

Che fa il giovane regista? L’unica cosa possibile: va a prendersi una trentina di mondine, oggi settantenni, le carica su un pullman da gita scolastica e le riporta nella stessa risaia dove avevano lavorato, vissuto, sognato, sofferto e amato.

Il pullman è uno dei pochi luoghi dove il tempo non esiste. Dopo un quarto d’ora a bordo, le ex mondine – oggi nonne, magre o in carne, silenti o chiacchierone – diventano automaticamente studenti in gita. E cominciano a cantare. Cantano le canzoni che cantavano in risaia per sopportare le ore (proprio come in Riso amaro, con un insolito Vittorio Gassman doppiato, bello e cattivo). Respirano le emozioni di un Italia che non c’è più, pur essendo appena dietro l’angolo del tempo.

Tu davanti allo schermo, respiri la stessi aria. E son meraviglie. Quando cantano, hanno tutte sedici anni e sono bellissime.

Raccontano il lavoro di allora, le giornate a schiena piegata nell’acqua, tra insetti e sanguisughe, sgridate e risate. Raccontano i pianti e i sogni, le fughe e le emozioni. Compresa la storica comparsata proprio sul set di Riso amaro, girato tra di loro.

“Quanto eravamo poveri – racconta una protagonista danzando in mezzo alla risaia con un’energia che si era dimenticata di avere - e quanto era dura. Rispetto ad allora, oggi sono una signora!

E però il documentario racconta anche la grande differenza italiana tra povertà e misera (eravamo poveri, mai miseri), tra lavoro duro e sfruttamento, tra durezza e crudeltà. Il regista riporta sul set perfino un vecchio capo di allora e l’abbraccio con le ex mondine è caldo e sincero.

Dopo venti minuti di Sorriso amaro sei innamorato di tutte le protagoniste, hai compreso un po’ meglio tua nonna e soprattutto il tuo paese, il tuo passato, il tuo presente. Non serve neanche rimpiangerlo: basta capirlo. Automaticamente rivaluti un’Italia che non ha una storia così malandata come molti altri paesi. E che è, soprattutto, l’Italia che ti ha cresciuto.

L’ho cercato per cinque anni, dopo quella prima visione casuale: ho scritto a Sky e  pure a Bellizzi, senza risultati. Ma sono un maniaco, e alla fine ci arrivo. L’ho ritrovato.

Dove? Beh, siamo in Italia, il Paese dalla memoria più corta del mondo: l’ho ritrovato sul sito di Al Jazeera. Guarda un po’ se devo ringraziare il Qatar per ritrovare l’Italia. Il documentario non è intero e ha i sottotitoli in inglese. Ma finché non impariamo a sfruttare internet per bene anche qui, accontentiamoci.

Se avete in mente una rapida occhiata, lasciate perdere. Ci vogliono il tempo, la pazienza, il buio, la sera tardi, il silenzio. Buona visione.

Matteo Rinaldi

aprile 12th, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 9 commenti

Era una vita

(m.r.) Ho rivisto satira in tivù. Ho sorriso a fior di labbra (40%), ridacchiato (40%), riso di pancia (20%).

Tre minuti di battute e battutacce sulle elezioni farsa in Afghanistan, tre contro chi governa e contro chi vorrebbe governare (più cattive contro chi governa, com’è doveroso), due contro la stupidità dei potenti e la stupidità degli sfigati (più cattive contro i potenti, com’è giusto).

Era una vita e ne sentivo la mancanza.

Hanno messo i sottotitoli italiani al David Letterman Show.

agosto 25th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 5 commenti

Che bello il calcio con la sordina

Un consiglio da amico ai fortunati condivisori di Sky: spegnete i telecronisti e godetevi la partite

Inattesa novità quest’anno per i possessori del pacchetto Sport di Sky, con cui vedere anticipi e posticipi di serie A. Gli incontri sono sopportabili solo a patto di essere totalmente sordi o maestri zen: non c’è altro modo per resistere a telecronache in cui ogni passaggio di piatto è “un capolavoro leonardesco” e ogni tiraccio verso la porta viene accompagnato da un urlo che pare l’orgasmo di Vanna Marchi. Ma quest’anno c’è una novità.

Invece di lanciare il telecomando contro il televisore, premete il tasto “i” e agite sulle scelta lingue, come fate quando volete sentire le voci originali nei film americani. Scegliendo l’opzione “inglese” non arriva un telecronista in diretta dalla Bbc, almeno per il momento. Spariscono però i nostri e la partita prosegue con i suoni e le voci dello stadio, i cori dei tifosi, le urla delle panchine e, spesso, i dialoghi tra i giocatori.

L’effetto è straniante solo per i primi trenta secondi. Ogni tanto vi capiterà di distrarvi – le partite in Italia non sono quello spettacolo che pretendono di essere – e inizialmente vi parrà assurdo guardare Binozzi che passa a Patuzzi senza che una voce vi dica “Ecco Binozzi che passa a Patuzzi”.

Ma dopo cinque minuti scoprirete un altro calcio. Un calcio che vi obbliga a ragionare con la vostra testa (che bel colpo di testa, che brutto passaggio) e perfino a riconoscere i giocatori dal passo, dalla posizione in campo e dal numero sulla maglia. Imparate più così, sulle partite, che ascoltando i consigli di Bagni. E soprattutto: siete obbligati a decidere da soli – da soli! – se quel tiro era un davvero un capolavoro inenarrabile, un bel tiro o una schifezza stratosferica.

A me piace sentire le voci dei portieri grazie ai microfoni piazzati di fianco alla porta. Ce n’è qualcuno di isterico che pare uscito dal calcio amatoriale: “Occhio! Chiudi! Michele!” MICHELEEEE!”. Ma la stragrande maggioranza chiama la difesa con una tranquillità implacabile. E mi piace sentire i giocatori quando parlano tra loro, s’incazzano e si spiegano con accenti e cadenze che partono da Bolzano e Agrigento passando per l’Arkansan e l’estremo Oriente.

Se Sky non se ne accorge e mi lascia questo giochino per tutto il campionato, capace che confermo l’abbonamento anche l’anno venturo.

Matteo Rinaldi

agosto 24th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 8 commenti

Confessioni di una mente pericolosa

Un film da guardare e riguardare, soprattutto se non sopportate Julia Roberts e pensate di appartenere a un popolo passabilmente sveglio

Foto di scena da “Confessioni di una mente pericolosa”. Qui uno spezzone del finale, con l’ultimo gioco ideato (e mai prodotto, ma non si sa mai) da Barris

Secondo voi esiste un film con Julia Roberts capace di non farvi odiare Julia Roberts? Anche se pare impossibile, la risposta è sì. Il film si chiama Confessioni di una mente pericolosa. È uno di quei film per cui vale la pena di abbonarsi a Sky.

Lo trasmettono almeno un paio di volte al mese, secondo me a beneficio degli imbecilli come me che se lo guardano ogni volta daccapo, in inglese o in italiano, trovandoci sempre qualcosa di nuovo.

Che ha questo film di particolare? Che il regista George Clooney (voto otto) ha il grandioso merito di aver diretto l’odiosa Julia:

a. facendola apparire in tutto per meno di dieci minuti;

b. contenendo i suoi sorrisi-fornace nel limite sopportabile di tre:

c. facendola morire con gli occhi spalancati e la bocca saldamente chiusa.

Vabbè, non è per questo che il film merita davvero. È la combinazione di elementi. George sceglie una storia fuori dal comune e la dirige con ironia e leggerezza. Pazienza se i critici italiani lo stroncano: guardano il film una volta sola, mica cinque come me. Come possono capire certe finezze?

Confessioni di una mente pericolosa racconta la storia di Chuck Barris (1929) conduttore televisivo americano negli anni Sessanta e poi produttore. È lui il (vero) inventore di popolarissimi programmi quali Il gioco delle coppie, La corrida, Il prezzo è giusto. Anni fa Barris scrisse una singolare autobiografia, Confessioni di una mente pericolosa, in cui racconta di essere stato, grazie alla copertura del suo lavoro, un sicario della Cia, inviato a uccidere persone in giro per il mondo durante gli anni della Guerra fredda.

Clooney (che si ritaglia un piccolo ruolo) racconta la storia così come la descrive l’autore: Barris inventa i giochi, convince i produttori a metterli in onda, lavora ai suoi show e li conduce. Ogni tanto, parte per il mondo ad accoppare qualcuno. Talmente assurda da apparire plausibile.

Il protagonista, Sam Rockwell, è bravissimo: eccessivo, delirante, sornione. Una specie di Al Pacino dei nostri tempi. Il ritmo è altissimo tra colori sgargianti e particolari che sfuggono rapidi: ho capito che un tizio muore solo alla terza visione.

E infine le curiosità che sbucano dietro ogni scena. Come la rapida ascesa professionale – e l’altrettanto rapida discesa – in un paese meritocratico come l’America. Dove basta una buona idea e una bella faccia tosta per arrivare dovunque, ma anche un errore per finire in mezzo alla strada. Il nostro protagonista deve infatti cambiare vita da un giorno all’altro perché alcuni suoi programmi diventano, improvvisamente, vecchi e superati per il pubblico americano. Tutti a casa dall’oggi al domani e buona fortuna.

Il film cita proprio quei programmi lì: Il gioco delle coppie, La corrida, Il prezzo è giusto. Che nel 1967 diventano improvvisamente vecchi, superati e cancellati. Non so perché, ma quella cosa mi ha inquietato più delle fauci di Julia Roberts.

Matteo Rinaldi

luglio 15th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

A lezione da Mario Monicelli

Visto su Raisat “L’artigiano di Viareggio”, un’ora di ricordi, sensazioni e idee su e soprattutto di Mario Monicelli. Il documentario vale da solo il mensile a Sky.

Il grande Mario Monicelli fotografato ad arte

Lo vale sì, l’abbonamento mensile a Sky. Quello che fa inorridire allo stesso modo i cinefili col mito della sala cinematografica e gli italioti col mito della tivù gratuita. Sarà che mi aspettavo – e in fondo cercavo – la solita carrellata di ricordi (“Quella volta che Gassman s’inciampò sul buffet”), invece questo film di Marco Cucurnia è un lavoro fatto col cuore e col cervello. Un po’ perché a raccontare Monicelli sono, tra gli altri, Susi Cecchi D’Amico, Age e Scarpelli, Tiberio Murgia e Paolo Villaggio. Ma soprattutto per lui, che ti lascia di sasso con i suoi racconti, lucidi e positivi anche se non li accompagna, nemmeno per sbaglio, con un sorriso.

Tre cose su tutte. Terza posizione per il cinema dei tempi suoi. Che non ha ha niente a che vedere con quello che immaginavo: “Cinema muto? Ma cos’è il cinema muto? In quegli anni in sala c’era un tale casino – gente che chiamava, che parlava, che mimava le battute degli attori – che io non mi sono mai accorto che mancava il sonoro. Me lo ricordo molto meno muto di adesso”.

Seconda posizione per il fatto che era un cinema (e forse un Italia) senza orari: “Entravi quando volevi. Io all’ora d’inizio non ci badavo mai: guardavo un film anche a a partire dall’ultima mezz’ora. Pensavo che poi avrei capito guardando l’inizio. Mi pareva normalissimo, anzi perfino più bello. Credo di aver sempre fatto cinema con questa stessa logica”.

Prima posizione per questa storia. “Il primo film per cui lavorai era diretto da un regista mitico dell’epoca. Uno di quelli che hanno carisma e atteggiamenti. Urlava alla troupe, faceva sceneggiate pazzesche. Ne ero affascinato: questo è il vero cinema. Tanto più che poche settimane dopo lavorai per un film diretto da un tizio col profilo sempre basso, accomodante, che accettava consigli da tutti: se lo scenografo voleva cambiare scena, lui accettava. Se l’attore chiedeva di accorciare la battuta, lui lo accontentava. Lo disprezzai immediatamente”.

“Quando uscirono le due pellicole, scoprii che quella del pazzo creativo era una schifezza. La seconda un film vero. Da allora cambiai totalmente idea su come ci si deve comportare”.

Non so se è una grande lezione di cinema. Certamente di comunicazione, ovvero di vita.

Matteo Rinaldi

luglio 7th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai, Chi non spiega si piega | | 3 commenti

Sky, più del grande calcio può la piccola cucina

Elogio di un programma minore che nulla insegna se non il valore della passione

La forza del giovane cuoco Simone Rugiati: trasmettere emozioni anche a chi non sa andare oltre la pasta in bianco

Oggi cucino io (Raisat Gambero Rosso, mezzo pomeriggio) tratta di ricette, materia per me paragonabile alla fisica nucleare applicata. Non bastasse, ha il titolo più demenziale del mondo. Perfino gli antichi giochi televisivi delle Bonaccorti e delle Clerici, raggianti tra verdure e pentolame, avevano nomi più ricercati e creativi. 

Questo però è un ottimo programma. Perché lo conduce Simone Rugiati, il cuoco più improbabile e quindi affascinante del mondo. Basta una puntata per capire che non imparerete una sola ricetta. In compenso vi divertite e imparate a considerare la cucina con maggior rispetto. 

Simone è giovane, belloccio, casinista. Fa televisione come i quarantenni Fazio e Fiorello se lo sognano. Ci mette una fisicità esagerata, eccessiva, degna di un Benigni dei tempi d’oro. Risultato: se vagando tra i canali v’imbattete su Rugiati, non vi schiodate più. Perché cucina panini imbottiti o insalate orientali di pollo con la stessa passione ed energia: parla, straparla, vaga senza sosta, rovescia gli ingredienti, butta via, ricomincia. Non vi lascia un solo secondo per provare ad annoiarvi.

Avete presente il cuoco televisivo tradizionale, rigido come un baccalà che si limita a muovere mani e labbra? Simone ha capito che l’attrazione è lui, non il tristissimo piatto di cotolette flambè alla norvegese. Perciò spiegando, saltando, impastando e cucinando, ci tras-mette passione, voglia di vivere e fantasia. Piaccia o meno, sono le persone che comunicano passione a non lasciarci indifferenti. A me poi fanno bene: mi tirano su. 

Ho raccontato Simone Rugiati a un cuoco vero, convinto che mi avrebbe preso a schiaffoni. Macché. “Lo guardo anch’io e lo copio pure: è un fenomeno. Giovane ma capace di inventare come i grandi cuochi“.

Va a capire se è vero o se il suo fascino sta nella confusione che fa e nella passione che ci mette. Io non ho i mezzi per capirlo. Ma che m’importa? Lo guardo lo stesso e continuo a cucinare pasta in bianco. Ma poi cerco di fare le cose che so fare con un filo di passione in più.

Matteo Rinaldi

febbraio 4th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

Miracolo in tivù, la vela tiene svegli

Su Yacht & Sail, canale di Sky, un programma a puntate sulla Volvo Ocean Race. Dove le barche corrono come scooter e i velisti non hanno la pancia ma strappano emozioni

Una barca in gara: tre minuti al timone e sei autorizzato a camminare a un metro da terra per sei mesi

Otto più a Sky e al canale Yacht and Sail. Dedicato molto agli Yacht e poco al Sail, il canale ci dà finalmente una buona ragione per pagare l’abbonamento: una serie dedicata alla Volvo Ocean Race. Non commento né la gara né le barche, mostruose ma non immorali (a parte i nomi: Puma, Telefonica, Eriksson e altre multinazionali assortite).

Mi affascinano invece gli equipaggi: paiono addirittura umani. Nel senso che portano la barca divinamente, sono sempre al limite ma riescono a sorridere, a fare battute e perfino a togliere gli occhiali da sole quando parlano. Robe mai viste nel mondo della vela.

Il regista del programma, un fenomeno, ha piazzato manciate di telecamere in ogni barca e ha registrato ogni istante della gara. Ma soprattutto ha avuto il coraggio di tagliare il novanta per cento del materiale, salvando solo il meglio.

Così le puntate corrono veloci e piene di sorprese. Eccoci a bordo di una barca che pare velocissima, roba da far impallidire i mototaxi in laguna veneta. Poi inquadrano la strumentazione: 25 nodi, una velocità che è quasi impossibile raggiungere anche a motore. E questi viaggiano come se fosse la cosa più normale del mondo.

E poi secchiate d’acqua che neanche in un kolossal holliwoodiano. Ogni volta che la prua batte sull’onda (trenta volte al minuto, circa duemila volte in un’ora), l’equipaggio è investito da cascate. Ma quando inquadrano il timoniere vedi che gode anche se porta la barca concentrato come uno scacchista ai mondiali. Ha le mani che non stanno ferme un secondo: una continua correzione di tre gradi a sinistra, poi due a destra, poi ancora tre a sinistra, poi di nuovo a destra… Per cinque ore di fila! Fanno diecimila correzioni, settemila sbam! di prua, quattromila docce ghiacciate dalla testa ai piedi.

Poi ti sposti sulla barca dei russi (c’è un miliardario, padrone di supermercati, che ha investito qualche milione in questa impresa) e vedi un errore impercettibile tra timoniere e randista. La barca si alza come un foglio di carta e si rovescia su un lato in mezzo all’oceano. Tutti si agitano un po’, come quando da noi salta la corrente. Poi con calma si rimettono al lavoro. 

Un momento bollente della gara. Ma nei momenti di calma piatta non si scompongono: fanno il bagno come dei turisti qualsiasi

Poi ecco gli spagnoli che spaccano il timone e non fanno una piega. Spaccano le derive e non fanno una piega. Si spacca pure il boma, e qui ti aspetti che s’incazzino davvero. Macché: smontano tutto, cazzano la randa come se fosse un fiocco e continuano a navigare, un po’ delusi perché fanno diciassette nodi invece che venti. E tu pensi a quando ti agiti perché la vela ha una leggera increspatura. 

E allora capisci che andare in barca così non ha niente a che vedere col tuo andare in barca. Un po’ come giocare al calcio in Seconda categoria e confrontarsi con i professionisti. Ecco, rispetto ai pro questi riescono pure a essere simpatici. Come il marinaio della barca spagnola che parla alla telecamera dalle profondità della stiva, durante la navigazione. È immerso nel buio, ha solo gli occhi che brillano e col tono di un attore drammatico mormora: “Ho scelto questo mestiere perché amo l’acqua, la sfida, l’avventura. Volevo sfidare il vento, la forza della natura. Volevo timonare, resistere ai flutti, alle intemperie. E ora eccomi qua (l’inquadratura si allarga) nel buio (si allarga ancora su… una macchina da cucire) a fare il sarto, dannazione, per rammendare il fiocco strappato”.

Mica tutte le puntate sono così. Ma queste bastano e avanzano per rivalutare tutti i velisti del mondo. Durante una sosta della gara, in India, un campione di Puma esce in taxi a caccia di vita notturna. Solo che in India i taxi sono le nostre Ape Car, truccate come facevamo noi negli anni ottanta. Forse meglio. Il taxista guida come non abbiamo osato mai: in curva alza due ruote su tre. “Cristo – urla il campione – e io che pensavo il pericolo fosse filare in mezzo all’oceano. Aiutooooo!”.

Matteo Rinaldi

gennaio 21st, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai, Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Faccio la barba al pelo

Lettera aperta ai dirigenti Sky. Se disdico l’abbonamento sport, non si dica che non avevo avvertito

Nella foto: un telecronista degno di questo nome deve mantenere l’aplomb sempre e comunque. Oggi basta una ciabattata che rotola in rete per esaltarlo come un Capezzone  

Egregi signori di Sky, anzitutto grazie. Da quasi cinque anni sono un vostro affidabile abbonato. Ho parabola e decoder in regola, saldo il conto attraverso la banca e pago tre pacchetti completi: mondo, cinema e sport.

Ma ora, per favore, aiutatemi. Ho l’istinto, sempre più insopprimibile, di disdire il pacchetto sport perché irritato dal vostro atteggiamento verso il calcio. Il fatto è che il calcio mi piace. Per questo vorrei che lo trattaste come i film, gli spettacoli, i documentari. Cioè volendogli bene, senza servilismi e isterie. 

Quando un calciatore segna un bel gol vorrei che il telecronista dicesse Che bel gol! oppure Ragazzi, che rete. Ce lo godremmo di più, tutti quanti. Perché se uno centra il sette da 30 metri non servono stimoli iperacustici per farci emozionare. Urlare Aaaaaa leeeex  Deeeeel  Pieeee  rooooo!!! è didascalico ed esagerato. Vale lo stesso per Kaaaaa Ka!! o Iiiiiiiiiiiiii-braaaaaaaaaaah!, ormai un disco rotto e francamente noioso per ogni palla che finisce in rete.  

Ammetto che non tutti i gol sono descritti così. Di norma la rete viene sobriamente definita Conclusione epica oppure Realizzazione indimenticabile o anche Impressionante ed eclatante sciabolata. Al confronto i vecchi pazzi di Novantesimo minuto parevano suore di clausura. 

Nella foto: Giorgio Bubba. Tornasse in pista con Sky, sarebbe considerato freddo e misurato 

Eppure so per certo – me lo ha confermato un bravo cronista Sky – che a tutti loro è severamente vietato parlare come novelli Giorgio Bubba o Tonino Carino. Nessuno può sognarsi di dire I biancoscudati per indicare i giocatori del Padova o i blucerchiati per la Sampdoria. Ed è molto meglio, davvero. È bellissimo anche non sentire arcaismi come Fa la barba al palo o Grande prestazione degli isolani, giustamente aboliti.

Ma allora perché Prorompente magia vale ancora? Perché sento Fraaaaaan ceeeeeeee scoooooo TÖT-TÏ! (l’umlaut nel finale indica la bocca a culo di gallina) anche quando Fraaaaaan svirgola un tiro che voleva andare a destra e finisce nell’angolino opposto?

Mi sa che sono un vecchio barboso, ma non riesco più a fermare il pollice. Che con una prorompente magia sul telecomando cambia canale, atterrando da qualsiasi altra parte. E allora diventa bellissimo anche Difficoltà psicologiche dell’iguana in amore su Natural Channel. Dove nessuno urla Iiiiiii guaa naaaaa!!! neppure quando il rettile raggiunge l’amplesso dopo un’estenuante corteggiamento. Eppure questa sì che è una vera impresa.

Maaaa teeee oooo Riiiii nal diiiii!

novembre 20th, 2008 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 2 commenti

Sky costa meno di Mediaset e Rai

Smascheriamo il volgare complotto della tivù privata, tutt’altro che gratuita

Foto: nonostante la conferma di Maurizio Compagnoni (quello che in caso di gol dice “Re-te! Re-te! Re-te!”; un po’ come dire “Avverto un sensibile malessere” dopo aver preso un calcio negli zebedei) Sky tv continua a crescere. Fatti due conti, se lo merita. 

Mi vergogno un po’ a pubblicizzare il canale del monopolista mondiale Rupert Murdoch. Uno per capirci, che può lasciare Silvio B. venti minuti in attesa al telefono con Per Elisa monofonica in sottofondo. Però la differenza è abissale: su scala uno a dieci, Sky mi dà un prodotto che vale 7, il monopolista locale 2. 

Ma voglio mettere le cose in chiaro, smascherando anzitutto il falso teorema del monopolista locale: la presunta gratuità del suo servizio. Niente di più falso.

Prendiamo in esame la visione di un film seguendolo in contemporanea su una rete Mediaset e su Sky. Il film è Scarface (1983) regia di Brian De Palma, Al Pacino protagonista assoluto e Michelle Pfeiffer in omaggio.

Lo Scarface di Sky dura 170 minuti (molto lungo, però ti incolla alla poltrona). Una sola pausa, tra primo e secondo tempo, per andare a prendere il gelato in frigo.

Lo Scarface di Mediaset dura 220 minuti (troppo lungo ma non puoi farci niente). Il primo tempo comincia con venti minuti di ritardo – tra anteprime e pubblicità – e viene stirato da sei interruzioni pubblicitarie, per un totale di almeno 24 spot (ma arriviamo ben oltre). Tra primo e secondo tempo il gelato puoi realizzarlo artigianalmente: sei costretto a vedere telegiornale (con non meno di  6+6 spot) e previsioni del tempo (6 spot minimo). Ma non preoccuparti: sono quasi sempre gli stessi, a rotazione, per tutta la sera.

Il secondo tempo ha un’altra mazzata di spot, però inferiore: almeno venti minuti di film infatti sono stati tagliati, di soppiatto e senza preavviso, per far rientrare i tempi nel palinsesto. Chissà che i registi imparino una buona volta a fare tutti i film lunghi uguali.

Lo Scarface di Sky si vede da dio. Se avete un televisore decente – anche senza alta definizione – potete divertirvi a contare i nei sul collo della Pfeiffer. L’immagine non balla, l’audio è impeccabile.

Lo Scarface di Mediaset si vede così così. Se avete un televisore decente potete provare a scoprire il colore degli occhi della Pfeiffer. Attenti però, non fate confusione. Quelli che state ammirando sono marroni e appartengono a Emilio Fede, intervenuto a sorpresa per raccontarvi gli sviluppi del caso Franzoni.

Lo Scarface di Sky ha il doppio audio. Potete vedere il film in lingua originale. Pare una follia togliere la voce di Amendola, ma fatelo: che ci crediate o no, il film è addirittura migliore. Al Pacino recita in americano con accento cubano. Mostruoso, eccessivo, imperdibile. Anche se non capite una parola. Da allora guardo sempre i (bei) film due volte: in italiano prima, in lingua originale poi. Se volete ci sono anche i sottotitoli. Che vi insegnano pure a scrivere tagliando metà delle parole senza svilire il discorso.

Anche lo Scarface di Mediaset ha il doppio audio. Nel senso che c’è l’audio da film e quello da spot: il volume raddoppia quando arriva la pubblicità. E voi saltate sulla sedia. Le urla di casalinghe eccitate e pensionati ridentati paiono quelle dei film di Wes Craven, quando il pazzo col coltello sorprende alla spalle la ragazza seminuda.

E veniamo al cuore del problema. Lo Scarface di Sky costa. Se avete il pacchetto classico (cinema più sport), spendete circa 50 euro al mese. Ovvero poco meno di due euro al giorno, a perdere. Io almeno qualcosa perdo, perché vedo in media quattro film alla settimana, più mezza partita di calcio, spruzzate di sport e Yacht and sail. Quando riesco mi godo qualche extra, tra cui l’eccellente trasmissione pirata di Raisat in cui si nascondono tutti i migliori autori dalla Rai. Non li hanno ancora scoperti, per nostra fortuna.

Foto: quando Mediaset era un tivù giovane, trionfavano le tette ma anche intrattenimenti freschi, giovani, perfino innovativi. Oggi è una tivù per un pubblico anziano, come dimostra chiaramente la sua cartina tornasole: la pubblicità.

Lo Scarface Mediaset costa il triplo. Solo che pagate senza fiatare. Per vedere un film di due ore avete regalato loro 30 minuti extra del vostro tempo per sorbirvi (gratis) spot su margarine, fuoristrada, dentiere, crociere e pannoloni. Facciamo il conto della serva: il vostro tempo vale almeno 10 centesimi a spot? È una miseria, perché in realtà vale molto di più, ma teniamoci bassi. Guardando senza fiatare 48 spot – e vi è andata bene, in alcune trasmissioni sono il triplo – avete regalato loro poco meno di cinque euro in un colpo solo.

Capisco che non è la stessa cosa. Un conto è pagare soldi veri, un’altra pagare un valore che non potete toccare. Però il vostro tempo è un valore il famoso mercato lo considera molto prezioso. Le aziende che passano i loro spot a Mediaset pagano milioni di euro perché voi – volenti o nolenti – li vediate. E voi eseguite, in cambio di un film, un programma, un varietà.

Morale: con i suoi due euro al giorno Sky costa molto meno di Mediaset (o della Rai e di La7). Detto questo, liberissimi di continuare a guardare la solita tivù. Io preferisco il monopolista mondiale, con cui almeno il rapporto è chiaro e trasparente. Di certo ho riscoperto il piacere della televisione. E soprattutto: non potrei tornare indietro. Impossibile guardare un film (ma anche una trasmissione) su un canale privato quando avete fatto la bocca a una tivù cinque volte superiore. Piuttosto rottamo la Loewe e passo le serate su internet. O a battere il fante, che ormai ho raggiunto l’età.

Matteo Rinaldi

settembre 18th, 2008 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

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