Cialtroni alla riscossa
Dedicato a chi non ce l’ha ancora fatta (nel lavoro, nella vita, nei sogni) ma ha le carte in regola per provarci ancora
Ho avuto un piacevole scambio di mail con una bravissima cantautrice che non ha, secondo me, il successo che le spetta. Le ho scritto che merita palcoscenici da stadio metropolitano, non da teatro di provincia. Mi ha risposto – gentile, misurata e leggera – che ama i teatri di provincia. E che sono i manager a invitarla, non lei a scegliere.
È vero. Com’è vero che sono il primo ad apprezzare i teatri di provincia. Sarei uno spettatore stupido se preferissi vederla a San Siro, a ottanta metri di distanza, piuttosto che sotto un palco, a portata di sorriso, senza code, biglietti, pedaggi e altre diavolerie.
Ma il fatto è un altro. Il fatto è che bisognerebbe sempre lottare per quel che è giusto. A partire dal riconoscimento del vero valore, compreso il proprio. Chi ha delle qualità ha il dovere di metterle in luce.
Guardate che lo dice la storia, non io. Einstein fu rifiutato all’università e sviluppò le sue teorie lavorando all’ufficio brevetti. Ma era un rompiballe che non si arrendeva mai. E dall’ufficio brevetti tediava mezzo mondo per farsi dare ascolto. Avesse aspettato la chiamata dei cervelloni, sarebbe morto buffone e sconosciuto.
Chissà quanti Einstein abbiamo perso per strada. Il punto è proprio questo: a me dispiace perdere gli Einstein per strada. Vivrei in un mondo migliore, circondato da storie migliori, libri migliori, oggetti migliori, cibi migliori, parole migliori, lavori migliori se tutti i fenomeni avessero la forza di credere in loro stessi. Almeno quanto crede in se stessa l’infinità di mediocri che prende spesso il loro posto.
Siamo un po’ tutti cantautori quando si tratta di tirar fuori i nostri valori. “Mica posso cambiare lavoro: magari non ne trovo uno migliore”. “Sono bravo, eppure nessuno mi chiama”. “Accidenti, vorrei tanto amare ma non trovo un referente all’altezza”.
Così ragioniamo tutti. E restiamo bravi cuochi, fotografi, musicisti ma non Vissani, Capa, Lou Reed. Ma sapete come fa un Lou Reed a diventare davvero Lou Reed, in qualunque campo della vita? Sentite questa storia. Vale per tutti.
Lou Reed e David Bowie in un celebre scatto: sembrano intimi, ma è un falso storico. Questo pezzo ve lo dimostra
Dopo i tempi d’oro con i Velvet Underground, sua prima storica band, Lou aveva pubblicato due dischi mediocri. Anzi, il primo mediocre: il secondo, da solista, un insuccesso totale. Guardate che non è facile fare due dischi inascoltabili dopo aver firmato capolavori come Sunday Morning e Rock’n'roll. Roba da impiccarsi con le corde della chitarra.
Papà Reed gli aveva detto: “Da domani smetti di drogarti e vieni a lavorare con me”. Quel giorno Lou, uno dei più grandi estimatori dell’eroina usata con discrezione, decide di usarla con meno discrezione e passa la notte a lamentarsi come un italiano degli anni Duemila: “Eh, cazzofuck, i produttori non mi chiamano più…” “Fuck, sono bravo ma, cazzofuck, che ci posso fare, sono mica io che decido dove suonare fuck…” “Fuck, nessuno mi capisce, colpa del pubblico, colpa della sfiga, fuck…”
Però il giorno dopo si sveglia, fa colazione (si droga), fa una passeggiata al porto di New York e poi si convince a chiamare un po’ di gente brava per un nuovo disco. Ritentarci. Ma stavolta sul serio.
Chi avreste chiamato voi? Gente brava, professionale, capace. Musicisti che fanno quello che chiedete senza rompere l’anima. Così si fa, no?
No. Infatti Lou esagera. Telefona addirittura a Londra e chiama un certo David Bowie. Uno a caso: il migliore! Secondo voi Bowie risponde al telefono al primo colpo? Ma va! Lou deve promettere droga newyorkese ad almeno tre filtri telefonici – segretaria, amica, moglie – prima di riuscire a parlarci di persona.
“Mr. Bowie, do you fuck know me? I’m Lou fuck Reed. Voglio fare un nuovo disco. Ma non mi riesce, fuck. Viene a darmi lei una mano?”
Sui libri del rock scrivono che “Bowie accettò di far da produttore” a Reed. Bum. Avete idea di che rompicoglioni possa essere David Bowie in sala d’incisione? Se vi aspettate uno che viene e fa quello che volete, vi dice “Bravo!”, esegue gli ordini, vi dà il consiglio giusto al momento giusto, siete completamente fuori strada.
Bowie arriva quando vuole e dice: “Prima regola: voglio tre quarti di tutto quello che incasserai. Seconda regola: scelgo io i musicisti da chiamare, scelgo i tempi, scelgo i luoghi, scelgo le musiche. Tu ti occupi del catering. Terza regola: entro in tutte le canzoni. Tutte. Faccio i cori, sistemo i testi, suono, metto le mani dove voglio. Quarta regola: chi è quella tipa laggiù? Oh, la tua signora? Stasera esce con me: tu hai da fare. Devi provare i pezzi, dal primo all’ultimo. No, non quella robaccia che scrivi tu. I miei, quelli che ti ho portato io. Avanti, al lavoro.”
Ecco, questo succede. Mica lo raccontano questo. Lo immagino io. Ma lo immagino bene, perché nelle interviste che trovate su Youtube, il chitarrista di quel disco, il celebre Mike Ronson (serve dire che lo aveva voluto Bowie?) racconta: “Era il suo disco eppure Lou non partecipava molto in sala d’incisione: se ne stava sempre seduto in un angolo, parlava mai, cantava e suonava la chitarra. A dire il vero la chitarra era sempre scordata: dovevo accordargliela di nascosto”.
Mi ricorda un po’ Fantozzi, il grande Lou. Chissà cosa pensava lui, newyorkese e amico intimo di Andy Warhol, circondato da quelle Drug queen inglesi, invadenti e petulanti.
Non è tutto. Avete presente la canzone più celebre di quel disco, Walk on the wild side, quella col giro di basso che pare ideato da Mozart in persona? (Se non avete presente, fate finta di niente: eccola. Ascoltate e tornate subito).
I musici raccontano che il me-ra-vi-glio-so giro di basso che dà il cuore a tutta la canzone, a tutto il disco ((Transformer si chiama, meraviglia pura), a tutto il decennio e forse a tutto il rock’n'roll da lì in avanti, lo inventò il bassista, un session man pagato a ore, Herbie Flowers.
Racconta Herbie: “Noi musicisti a ore guadagnavamo poco. Però c’era una strana regola: per ogni sovraincisione, la paga quotidiana veniva raddoppiata. Decisi così di aggiungere un contrabbasso in extremis a quella canzone. Mi uscì questa roba qui”.
Questa roba qui, il risultato, è una delle più belle canzoni di uno dei più bei dischi dell’universo. E da allora Lou Reed è Lou Reed, e non un impiegato del catasto che però suonava tanto bene.
Ecco come vanno le cose nel mondo. E se vanno così nel mondo, figurarsi in Italia, dove la meritocrazia è una parola che non appare nemmeno più sui dizionari.
Scrivo queste cose per me stesso, anzitutto. Non per imparare a diventare Lou Reed. O forse anche un po’ per questo. Magari lo faccio solo per dare una spiegazione, per darmi una spiegazione più realista di quella, pigra e fatalista, che viene così naturale darsi.
Ora, se il vostro problema è diventare dei bravi cuochi e domattina chiamate David Bowie… ecco, non avete capito il senso. A ognuno la sua strada, ma con questa mentalità. Ragionate e datevi da fare. Poi fatemi sapere com’è andata.
Matteo Rinaldi
agosto 26th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 12 commenti
Il sole del nord
A un certo punto ti accorgi che cominci a invecchiare. Capelli grigi, rughe più marcate, schiena che si inchioda senza motivo.
Non mi preoccupo. Per prima cosa l’adolescenza oggi finisce a sessant’anni. Tra i cinquantenni che conosco non ce n’è uno che consideri il futuro una strada tracciata. Tra i sessantenni meno che meno.
Poi mi piacciono i segni del tempo. I miei e quelli di chi mi sta vicino. Infine: l’età vera è quella che hai dentro. Pare una frase da cioccolatini ma è una magnifica verità.
Ogni tanto però mi attanaglia la paura. Le rughe mi appaiono profonde, gli anni mi pesano, le angosce serpeggiano.
La cura più semplice: non smettere di cercare l’entusiasmo, cioè la giovinezza, dentro di noi. La realtà è che a 45 anni molte cose riescono meglio che a venti e trenta. Perfino le più insospettabili.
I bravissimi Stranglers negli anni Ottanta in uno dei loro capolavori: Always the sun. C’è sempre il sole.
Gli Stranglers qualche anno fa ci riprovano con un cantante giovane, bello, grintoso. Emozioni zero. Altro che sole.
Il vecchio cantante degli Stranglers, Hugh Cornwell, ritrova il sole da solo. Sbagliando gli accordi, stonando, mimando gli strumenti con la bocca. Io però mi emoziono più che a quindici anni. Ritrovo il sole.
Matteo Rinaldi
luglio 16th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 6 commenti
Tu sei la mia simpatia
Finalmente ho visto Cristina Donà in concerto. Torno con un’ammaccatura, una certezza e un dubbio amletico

Lo so. Questo è il titolo più imbecille in quasi trent’anni di disonorata carriera scrivana. Ma non importa. Per Cristina Donà, che è in realtà la mia David Bowie personale, mi concedo questo e altro.
L’ho vista a viva voce dopo due anni di attesa. Attesa attiva però: non ho fatto che inseguirla. Trentino, Lombardia, Umbria, Afghanistan. Ovunque ho fatto il possibile per andare. Ovunque ho fallito.
Le prime volte non immaginavo che vedere CD dal vivo fosse un’impresa: biglietti sempre pochi e rapidamente esauriti. Lentamente ho imparato ad attrezzarmi. Una volta ho chiamato il giorno stesso dell’annuncio sul web, sei mesi prima dell’evento.
Sono sicuramente il primo, pensavo. Pronto, buongiorno, vorrei prenotare due bigl… “La mettiamo subito in lista. Ne ha solo duecento davanti“. Possibile? Sì. Aveva scelto un teatro bellissimo, però con soli cento posti. “Ci dispiace, ma Cristina è fatta così. Non c’è modo di convincerla a spostare il concerto al palasport, che ne tiene tre volte tanto“.
E se rubassi un biglietto? Mi informo. Scopro che li tengono nel caveau della più inaccessibile banca svizzera.
Qualche mese fa pare fatta: canta sul lago di Levico, in Trentino. Mai così vicina. Non mi illudo. Probabilmente il concerto non è sul lago. È nel lago, in immersione. Comunque non ho il piacere di scoprirlo: il biglietto c’è ma non si può comperare. Troppo facile andare a Levico o fare un bonifico. “Solo attraverso gli istituti di credito di un solo circuito” mi informano gli organizzatori. L’isitituto è una roba tipo Cassa rurale di San Martignacco in Pastellonia. Nessuna filiale nel raggio di chilometri. Nessuno sportello. Nessun telefono.
Ma non mi arrendo. Scopro dal suo sito che Cristina è in concerto a Erbezzo, colli veronesi, sul piazzale della chiesa, domenica 4 luglio. Stavolta nessuno mi fermerà.
Erbezzo è a 80 chilometri da casa. Parto in anticipo fantozziano – tre ore – perché sospetto agguati della malasorte: la piazza invasa da dodicimila donaisti esagitati; code di veronesi di ritorno dagli alpeggi; e soprattutto scherzi degli organizzatori. Magari hanno deciso di spostare il concerto in una baita a settemila metri di quota.
Invece tutto bene. Niente mi può fermare. Ma poco prima di Erbezzo freno a uno stop, sento un tremendo PUM! e un secondo dopo un BANG! Un’auto mi tampona e sbalza tre metri avanti. Scendo calmissimo. Tanto so bene chi è stato: sono gli organizzatori del concerto che mi vogliono fermare!
Ho subìto lo stesso incidente qualche anno fa. Perciò sono esperto. Sono semplicemente l’ultimo protagonista di un tamponamento a catena: un’auto non ha frenato in tempo e ha centrato l’auto davanti che è rimbalzata contro una terza auto rimbalzata a sua volta sulla mia.
La prima auto è distrutta ma nessuno si è fatto niente. Le altre appena ammaccate. Figuratevi se me la prendo per una bottarella alla Multipla. E poi non ho tempo, dobbiamo fuggire al concerto. Ma mia moglie, presa a compassione, aiuta una coppia di signori sotto shock (sono i primi colpiti) a compilare le carte assicurative in burocratese.
Il tempo corre. Il signore che mi ha tamponato mi lascia il numero di telefono dicendo “Scusate, ma io devo scappare”. Beato lei. “Sa, sono l’organizzatore di un concerto che inizia tra poco a Erbezzo e…”
Giuro! Tutto vero! Ho testimoni. Trattenetemi o faccio una strage!
Invece dài, alla fine ripartiamo e arriviamo. Miracolo, troviamo anche parcheggio comodo e posto a sedere a tre metri dal palco.
Cristina, a questo punto puoi anche suonare e cantare malissimo. Puoi anche ripudiare i tuoi capolavori e presentare tutte le canzoni del tuo prossimo album segreto: “The best of Laura Pausini and Black Sabbath“.
Invece canta e suona benissimo, anzi meglio. Se dodici sono i suoi pezzi che amo più di tutti, me ne regala dieci, uno in fila all’altro. Ha una band di onesti session men, che suonano divertendosi, semplici e impeccabili. Bravissimi, ma mi convinco una volta di più che Cristina è ancora meglio da sola, voce e chitarra acustica. Una band, secondo me, ha un senso se vive le canzoni dalla loro nascita. Se è un accompagnamento, un arricchimento, se ne può fare a meno.
Me ne convinco del tutto quando Cristina canta Settembre (oh!) senza neppure la chitarra: solo voce e un filo di batteria. Me ne riconvinco quando suona un paio di pezzi solo in acustica. È come ascoltare Neil Young che fa Cowgirl in the sand. Ci sono diecimila versioni, sul tubo, di Cowgirl in the sand. Con orchestre, grandi orchestre, bande, virtuosi, elettronici e elettrolitici. Nessuna vale quella in acustica. Young ha solo un’armonica. Cristina nemmeno: stringe le labbra e mima il suono della tromba, ma così bene che tra il pubblico ci si domanda dove sia il trucco.
E poi è simpatica, fa battute, sorride benissimo. Ha una dolcezza infinita nel dedicare un pezzo a una bambina scomparsa da poco, nominandola appena. Non serve sbattere in faccia a tutti quello che si sente davvero.
Presenta tre volte la band, come se fosse la grande protagonista della serata. Bello il feeling che sa creare. Si muove con semplicità, ma non rinuncia a un po’ di teatralità, sopra le righe e dunque accattivante. Bella voce quando parla con il pubblico e con la band. Bellissima quando canta. E poi è una voce sua, tutta sua, del tutto priva di tecniche ricercate eppure carica di personalità e intensità che mi lasciano ogni volta a occhi sgranati. Ecco, l’unico neo: non guarda quasi mai le persone negli occhi. Un po’ perché li tiene strettissimi, anche a causa delle luci, un po’ perché glieli copre una frangetta da quindicenne.
Eppure, se oltre alla voce ci inchiodasse alle sedie anche con un paio di sguardi, secondo me sarebbe costretta a suonare davvero nei palasport. Ma quali palasport: negli stadi.
Ed ecco infatti il dubbio amletico. Me lo chiedo mentre la guardo suonare le ultime canzoni, quando regala un po’ di rock’n'roll ammericano scusandosi con la piazza per il rumore. Ma una Cristina Donà non s’incazza a pensare che suona a Erbezzo invece che a San Siro? Perché sono sicuro che si renda conto che le sue canzoni, la sua voce, la sua presenza sul palco valgono cento stelle, stellone e stelline della musica italiana ed europea.
Com’è possibile continuare a suonare (e lavorare, e vivere, e immaginare) sorridenti e incuranti quando ci si accorge di com’è ingiusto tutto questo? Ingiusto, semplicemente ingiusto. Scusa Cristina, ma io non sono così bravo. La soluzione tu la dai. È nella tua canzone più battistiana, Migrazioni: Pensa leggero, come un foglio leggero / assecondando anche le curve violente / Vola leggero su di un foglio leggero / La paura appesantisce la mente.
Non è mica facile, ma ascolto e provo. Alla prossima. PS: ci vado in treno, alla prossima. Vediamo che si inventano stavolta.
Matteo Rinaldi
luglio 7th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 8 commenti
Mai coverto
L’arte di proporre le cosiddette cover, i rifacimenti dei pezzi altrui: per un capolavoro, dieci orrori. Ma con Neil Young mi ricredo

Neil Young in uno scatto d’epoca. Ci crediate o no, quando suonava con i Buffalo Springfield non lo facevano cantare perché consideravano inadatta la sua voce. Patti chiari: se non vi piace Young, saltate il pezzo e amici come prima.
“Alzi la mano chi, qua dentro, non ha mai suonato la chitarra in vita sua” disse un giorno un grande chitarrista in concerto al palasport di Vicenza. Su tremila presenti, cinque mani timidamente alzate. Mi resi conto allora che diventare un bravo chitarrista sarebbe stato molto più difficile che vincere al totocalcio.
Non sapevo ancora che tra quei 2995 chitarristi la stragrande maggioranza si sarebbe rovinata l’esistenza – oltre a momenti di esistenze altrui – suonando e violentando pezzi degli altri. Gli americani le chiamano cover, e allo stesso modo ormai le chiamiamo anche noi.
Fare cover non è difficile. Lo diventa solo per un grande errore di fondo: chi interpreta brani altrui pretende di abbellirli con variazioni, colpi d’ala, reinterpretazioni, spruzzi di strumenti nuovi e svolazzi rococò. Risultato: ho visto cose che voi umani non vorreste nemmeno immaginare.
Qualche giorno fa gironzolavo per youtube in cerca di un vecchissimo filmato di Neil Young. Un amico si è procurato il film girato dal cantautore quarant’anni fa e ha organizzato una serata nostalgia tra vecchi younghiani a base di capelli lunghi, com’eravamo, Don’t let it bring you down.
A me Young ha già rovinato la giovinezza: mi sono massacrato le corde vocali cercando di cantare con il suo altissimo semifalsetto. Avendo un tono più simile a Tom Waits, il risultato era tremendo e soprattutto massacrante.
Però, di nascosto, Neil Young mi piace ancora. Volevo solo fuggire dalla visione del film. Sono sicuro che mi avrebbero obbligato a fare il coro finale con (signore, pietà) The needle and the damage done, canzone che ha un doppio effetto: calamita sfighe atroci e fa saltare le corde vocali con la frequenza dei mi cantino nelle chitarre maltrattate.
Ho scoperto così che il vecchio Young è stato rifatto da moltissimi grandi. A volte bene, più spesso male: la bravissima Annie Lennox ad esempio, lo reinterpreta facendo solo rimpiangere l’originale.
Ma centinaia di gruppi e di solisti, anche giovanissimi, omaggiano Young con versioni davvero notevoli. Tra i tanti, per me spiccano nettamente i Radiohead, che già ascolto ma che da oggi ascolterò con più piacere. Sa questo video (qualità pessima, ma chi se ne frega) scopro che a fine concerto spengono tutta la roba elettrica, indossano due acustiche e fanno Tell me why, un pezzo stra-minore. Anch’io io lo suono di nascosto e a bassa voce da venticinque anni.
Ecco, anche loro lo suonano un po’ di nascosto e a bassa voce, ma il più possibile fedele all’originale. Tre punti in più ai Radiohead.
E poi scopro una versione eccezionale di Harvest fatta dai Verdena. Più la ascolto, più mi piace: sono letteralmente incollati all’originale. Guardate che non è facile: duro tenere a freno l’istinto di metterci del tuo. Harvest poi è un pezzo semplicissimo da suonare, perciò facilissimo da rovinare. Questa versione, perfetta, mi obbliga a diventare seduta stante ascoltatore dei Verdena.
Poi c’è da perdersi tra i video fatti in casa. Questa cantautrice yankee ad esempio merita dieci e lode non solo perché è simpatica e canta benissimo, ma perché riesce a rendere bella perfino una delle rarissime canzoni di Neil Young che di suo fa letteralmente pena: A man needs a maid, letteralmente “Un uomo ha bisogno di una donna di servizio”. Ci vuole coraggio. Ma che brava, accidenti.
Chiudo con quest’altra chitarrista, che si lancia con Long may you run (Possa tu correre a lungo), piccolo grande pezzo younghiano degli anni Settanta. Il video è opaco, lo sguardo sempre basso, la voce tremolante, la mano sinistra sempre in leggero ritardo, la destra che spennetta a tutto pollice e contro ogni logica. Eppure c’è tutta l’anima che serve. E c’è voce. Che anima. Che voce.
Oh, lo avevo detto forte e chiaro che chi non ama Neil Young doveva saltare a piè pari. Chi lo ama invece, apprezzi e si lanci: intubi la sua versione senza vergogna.
Matteo Rinaldi
febbraio 20th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 15 commenti
Avion Travel, arriva la banda larga
Piccola Orchestra Avion Travel: un gruppo che pare una formazione di calcio degli anni Sessanta. Servono altre ragioni per amarla?

La Piccola Orchestra dal vivo. Perfetti come in sala d’incisione. Da rodersi d’invidia
Debbo la scoperta di questa band all’amico Michele, musicista dai gusti orrendi che ogni tanto la imbrocca. Qualche anno fa gli rubai una cassetta che mi interessava e sul lato B trovai questo gruppo dal nome infinito. Piccola Orchestra Avion Travel.
L’avrei saltato a piè pari (musicisti classici dalla tristezza infinita, mi parevano dal nome) quando buttai l’occhio sui componenti, che Michele aveva vergato a penna biro come fanno solo i quindicenni ad aeternum.
Non mi parevano veri: Peppe Servillo, Fausto Mesolella, Mimì Ciaramella, Peppe D’Argenzio e Ferruccio Spinetti. Avessi dovuto inventare cinque nomi così colorati non mi sarebbe bastato un mese. Incassai nello stereo dell’auto.
Non c’erano neanche i titoli delle canzoni, sulla cassetta. Ora che ci penso: non c’era neanche internet, allora. Era impossibile scoprire qualcosa in quattro e quattr’otto. Però, le canzoni!
La prima si chiamava Cuore Grammatico e al terzo ascolto mi aveva già conquistato. E nello stesso tempo, umiliato: non avevo capito né gli accordi, né il tempo, niente. Non c’era niente che assomigliasse ai solito do-fa-sol-la minore-do con cui si fa il novantanove per cento della musica occidentale. E niente che si avvicinasse al solito quattro quarti, tum-ta-ta-ta, tum, ta-ta-ta. Niente che assomigliasse alle solite armonie. E soprattutto: avevo capito che neanche sotto acido lisergico sarei mai riuscito a immaginarlo un pezzo costruito così.
Anche le parole erano la negazione della semplicità. E la batteria, il contrabbasso. Della chitarra neanche a parlarne: io che sono un discreto chitarrista non riesco neanche ora, a distanza di anni, a imitare un accordo uno.
Eppure, tutti assieme, sono una meraviglia di leggerezza, armonia, semplicità. Dopo Cuore Grammatico ascoltai tutte le altre. Aria di te. Capolavoro totale. Belle caviglie. Ma che titolo è? Ma chi sono questi? E poi il capolavoro: La famiglia. È la storia di due fratelli della malavita campana: uno tranquillo, magro e capace; l’altro grasso e chiacchierone. A causa delle sue sparate, ogni colpo che va a segno finisce male. Gli piombano addosso poliziotti e mettono tutti in galera, compreso il fratello sveglio e sempre più incazzato.
Si sente al volo che per cantarla non hanno dovuto andare a farle davero, le rapine. Ma si sente anche che l’aria della canzone non è così diversa dall’aria che tirava attorno a case e cantine dove andavano a suonare.
Ma soprattutto si sente – e si vede, da righe e rughe nelle loro facce – che questi Avion Travel sono gli stessi musicanti che vent’anni fa suonavano assieme a me e migliaia di altri gruppetti. E che a suon di punk, rock, new wave, capolavori e orrori hanno cercato fortuna smarrendo, uno alla volta, la strada. Loro no.
Nelle facce, nei suoni e nelle parole degli Avion ci leggo tutto questo: le centinaia di di trasferte per partecipare a concertini e concertacci (Michele li conobbe che dormivano in un prato per un festival di serie C a mille chilometri da casa), concorsi e concorsacci, insulti e applausi, stanchezze e rinascite. Vita dura, insomma. Come quando, all’indomani di un capolavoro come questo ellepi titolato Opplà, scopri magari che hai venduto duemila copie in tutto, sei più povero di prima e ai concerti non fai il pienone nemmeno a Caserta. Però decidi di continuare.
E per fortuna. Perché sentire – e vedere – suonare questi ex ragazzi mi esalta e mi emoziona. Servillo, Mesolella e Ciaramella suonano chitarre e batterie come le suonerei io se avessi avuto la forza e il coraggio di non mollare mai. Ok, di D’Argenzio e Spinetti magari non è pieno il mondo, ma ce n’erano tanti che avevano i numeri. Non la stessa grinta, evidentemente.
Scopro su internet che il cantante Peppe Servillo è fratello dell’attore Toni Servillo. Curioso che nella stessa famiglia possano crescere due artisti così diversi ma altrettanto bravi. Curioso che il caso metta assieme un chitarrista come Fausto Mesolella e un bassista come Ferruccio Spinetti, che oggi ha lasciato la band (ma ogni tanto torna) per suonare in duo con Petra Magoni.
dicembre 23rd, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti
Suoni e visioni
I magic moments esistono. Tutti ne abbiamo persi parecchi. Qualcuno magari anche no
Ho quasi visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Quasi, purtroppo. Quasi viste, quasi sentite.
Per esempio ho visto Paolo Rossi che dribblava tutta la Lazio, l’arbitro, il guardalinee, il pubblico e poi andava a fare tre gol tre di fila al miglior marcatore italiano del momento, Lionello Manfredonia. Ma in realtà l’ho quasi visto: ero sotto il metro e cinquanta allora. Allo stadio Menti c’era un tale casino che non vedevo nemmeno il colore del cielo. Pazienza.
Raggiunto il metro e 74 ho visto un bambino magro di nome Roby Baggio che saltava tre uomini di fila danzando a pelo d’erba con la maglia biancorossa. Il giorno prima mi aveva detto: Il mio più grande sogno è comperarmi una Golf. Chissà se ci riuscirò mai!.
Neanche un cane libero. Allora il bambino ne saltava un quarto. Niente. Non si smarcava nessuno. Il bambino alzava la testa e, da quaranta metri, tirava una botta paurosa a effetto. Il portiere restava immobile da una parte e palla cadeva dall’altra, battendo però sull’incrocio dei pali e schizzando fuori.
Io stavo già per spellarmi le mani, in gradinata, quando ho sentito forte e chiaro l’intero settore distinti che chiariva al mister, Bruno Giorgi, quant’è sacro il calcio per i vicentini: “Tire’o fóra, porco dindio! Non te vedi mìa che’l bocia non ne intìva una, uncò!”
A due metri e settanta di altezza ho visto Andrea Garzotto segnare il più bel gol della mia carriera di calciatore amatoriale. Si appese nel nulla per due eterni secondi lasciandosi sotto tutti gli altri e mollò con la fronte una sventola al pallone che piegò le mani al portiere. Uno a zero per noi. Durò poco, va bene, ma questo è un altro discorso.
A mezzo metro di distanza ho guardato Gelindo Bordin correre e sbuffare poco prima di partire per un lungo viaggio in Asia. Pensavo avesse una faccia troppo sofferente per fare il maratoneta. Lui mi disse che la fatica è niente, nelle corse lunghe. Nella maratona quello che ti ammazza è lo schifo, l’orrore, il senso di annientamento che ti prende dopo due ore. La fatica è un’amica, sorrideva. Da quel viaggio tornò con la medaglia d’oro.
A mille metri d’altezza ho pilotato un aereo concedendomi pure l’onore di un mezzo tonneau delicatissimo e incassando i complimenti del pilota (ce n’era anche uno vero a bordo). Avevo letto tutti i libri dei migliori piloti della seconda guerra mondiale e sapevo almeno l’abc. “Lei è proprio portato: deve continuare!” mi disse. Ma appena rimesso i piedi a terra cancellai seduta stante dieci anni di sogni e decisi che mai più sarei salito su una simile scatoletta in vita mia. La barca a vela al confronto è una cosa che dà sicurezza. Non se se rendo l’idea.
A dodici anni ho guidato un treno. Il controllore disse che assomigliavo a suo figlio e mi fece sedere al volante del Venezia-Vicenza. Il fatto che il volante non c’era mi sconvolse e nello stesso tempo mi rassicurò. C’era solo una leva: in avanti acceleravi, all’indietro frenavi. Sbarcai una cinquantina di passeggeri a Grisignano di Zocco, ripartii dolcemente e tra me e Zeus, in quel momento, non c’era davvero molta differenza.
Ma questo è niente. Perché migliaia sono le cose che invece non ho visto e sentito. E che avrei potuto vedere e sentire solo con un po’ meno di pigrizia. E non è delle finali di coppa, dei mondiali, dei concerti stratosferici che m’importa. È di momenti come questo. Che una volta persi, son persi per sempre. Ma che devono essere lo stimolo per non smettere mai di cercare, provare, apprezzare, rischiare, sognare.
(I Csi in And the radio plays, concerto semiacustico. La canzone, l’atmosfera, le sonorità sono magia. Le facce soprattutto, sono magia).
Matteo Rinaldi
ottobre 30th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti
Ahi settembre, mi dirai
Il vero capodanno delle nostre vite è tra settembre e ottobre, non a gennaio. Tutto ricomincia da qui.
Il capodanno gennarino va bene per i regali e per i bambini. Ma non esiste più: è roba che riguarda i nostri avi, gente che lavorava a stretto contatto con la terra e il sole.
Dai tempi dell’asilo è tra settembre e ottobre che cominciano le nostre annate. È questo il momento di fare il punto della situazione, fissare gli obiettivi, ragionare su quel che vogliamo.
Io faccio un esame di coscienza sull’annata appena trascorsa, la analizzo, metto i più e i meno. Dove ho sbagliato, perché ho sbagliato. Dove ce l’ho fatta, perché ce l’ho fatta. E poi decido quel che devo fare per la nuova.
Il lavoro va svolto in una serata tranquilla, oppure in macchina, durante un viaggio solitario. Ma anche passeggiando. Quest’anno lo farò in barca, visto che ho l’occasione. Con carta e penna, perché verba volant e scripta manent.
Se per cominciare ho bisogno di motivarmi, (ragionare è difficile, altro che no) ascolto tre pezzi che a settembre sono stati dedicati. En passant: credo sia il mese che più ha ispirato musicisti e musicanti. A me piaccioni i settembre di Alberto Fortis, (qui non più giovane, perfino stonacchiato, però cazzo!) Cristina Donà (che sbaglia accordi e dimentica le parole: non aveva ancora ripulito il pensiero ma è ancor più bella da vedere e sentire) e Lou Reed.
Per questo in barca posso dimenticare anche il Gps, ma non l’Ipod.
Matteo Rinaldi
settembre 21st, 2009 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Tu ridi
I dieci pezzi più commoventi della mia vita. Qualcuno magari anche della vostra
Ascolto musica soprattutto quando scrivo, per piacere e per lavoro. e la ascolto quando faccio le cose più facili, quando voglio rilassarmi o lasciarmi andare. Ascolto musica per liberare sensazioni che altrimenti resterebbero chiuse dentro, senz’altro modo per uscire.
Ci sono pezzi che non posso impedirmi di cantare a voce alta. Pezzi che non posso impedirmi di scattare in piedi e mimare una danza tribale. Poi mi vergogno. E mi risiedo.
Ma mi vergogno davvero solo quando ascolto i pezzi che seguono. Pezzi che ogni volta mi lacrimano gli occhi. Ogni volta! Sono quelli – ognuno ha i suoi – che ti ribolle qualcosa dentro e devi morsicarti le labbra per non piangere.
NB: nessuno può permettersi di criticare i pezzi strappalacrime altrui. Al massimo si può condividere qualcosa.
NB2: per fare questa Top 10 le ho dovute ascoltare tutte in fila, le mie canzoni strappalacrime. È stata durissima. Intendo scrivere, per giustizia, anche quello sulle canzoni più allegre e soprattutto su quelle più eccitanti. Ma ho paura. Non so come ne verrei fuori dopo la decima.
10: Quando sarai grande, Edoardo Bennato (Burattino senza fili, 1977)
Quattro accordi e un concetto semplicissimo: la vita è una brutta bestia bimbo, ci sono cose che non capisci. Forse, quando sarai grande. Per anni ho pensato a quanto sarebbe stato bello cantarla cullando un bambino. Avevo ragione. Ho cullato una sorella a sedici anni, un fratello a diciotto, due figlie a trenta. È stato sempre meraviglioso. (Qui in un live primi anni ottanta. Ma quella in studio è più calda).
9: Chiedo scusa se parlo di Maria, Giorgio Gaber (Far finta di essere sani, 1973)
Il mio amico Diego ha chiamato sua figlia Maria per questa canzone. Giù il cappello per la scelta. Magnifica, tenerissima, da ascoltare tutte le volte in cui ci sentiamo fuori posto. E anche tutte le volte in cui siamo fuori posto, non abbiamo capito e non vogliamo capire. (Qui in un video che non centra niente con la canzone: fuori posto e dunque perfetto).
8: Lividi e fiori, Patrizia Laquidara (Indirizzo Portoghese, 2003) e Sunday Morning, Velvet Underground (The V.U. and Nico, 1967)
Che l’amore sia lividi e fiori lo avevo capito già a quindici anni. Però non me lo avevo mai cantato nessuno in questo modo. (Qui in un video a immagine fissa. Perché, giustamente, c’è solo da ascoltare, a occhi chiusi).
Che la domenica mattina sia un momento di magia quasi ancestrale lo avevo capito anche prima dei quindici anni. Però non me lo canterà più nessuno in questo modo.
7: Piccolo uomo, Mia Martini (1972)
Mi è sempre piaciuta, mi ha sempre commosso e non ho mai capito perché. Poi ci sono arrivato: un po’ è la voce di Mia Martini, qui in una versione televisiva, che cantava con una semplicità totale, praticamente ad anima nuda. Ma soprattutto: l’ha scritta Bruno Lauzi. Andate a vedere cosa ha scritto Lauzi, oltre alla Tartaruga: Amore caro amore bello, Lei non è qui non è là… La Kleenex avrebbe dovuto riempirlo d’oro.
6: Bridge over troubled water, Simon & Garfunkel (1970)
Ho ingiustamente odiato S&G per vent’anni perciò l’ho scoperta tardissimo. E neanche mi piaceva: troppo falsetto, troppo pianoforte. Poi un giorno è comparsa, in macchina, mentre gli occhi navigavano sulle Dolomiti bellunesi. Sarà stato quello. Unica controindicazione: dura una vita. Ho dovuto guidare coi tergicristalli accesi fino a Conegliano. (Qui in una versione brevissima, durante una prova, con i nostri che essendo persone serie ci scherzano pure su).
5: More than this, Roxy Music, (1982)
Trovateci voi delle parole giuste per questa canzone. Mi basta il titolo, la voce di Ferry, l’andazzo sdolcinato ma impeccabile, delicato ma grintoso. Ascoltare: Neppure l’orrore del video anni ottanta la svilisce.
4: Ogni volta, Vasco Rossi (1982)
Ok, Vasco l’ha scritta con l’idea di scrivere un pezzo strappalacrime. Però ci è riuscito bene. Ascoltare in silenzio: quando dice “Ogni volta che qualcuno si preoccupa per me” se non vi si stringe il cuore siete dei killer (di sentimenti) professionisti. Bella perfino a San Siro tra milioni di persone. Anche se il top è sentirsela tutta da soli, al freddo e tristissimi.
3: Diamante, Zucchero (1995)
La canzone è di Francesco De Gregori, che probabilmente non l’avrebbe cantata così bene. D’altro canto Zucchero non l’avrebbe scritta così calda, viva, emozionale. Anche qua la lacrima è un po’ scientifica. Però che bellezza. Qui una versione zuccherosa, ma sul Tubo ce ne sono dell’autore e – mica male -pure di Mia Martini.
2: Santa Lucia, Francesco De Gregori (Buffalo Bill, 1976)
Francesco De Gregori l’ha pubblicata a 25 anni. Forse è un po’ mielosa e cantata in tono troppo acuto. Forse. Ma quando arriva il bambino al secondo piano che canta, ride e stona, per andare lontano fa che gli sia dolce eccetera… Come cazzo ha fatto quel maledetto a trovare queste parole? Come posso trovarne di accettabili per dirgli un semplice grazie? Qui la versione originale videata da un appassionato.
1: Time has told me, Nick Drake (Fives Leaves Left, 1969)
Il tempo mi ha detto. Basta il titolo. Che cosa può dirti il tempo? Buone notizie no di sicuro. Poi senti questo ragazzo che crea con la classe di Mozart ma tiene tutti gli strumenti sottovoce, per non disturbare. E canta con bassi alla Pavarotti e alti alla Callas ma a bassa voce, che pare si vergogni. E poi muore, in silenzio, da solo, giovanissimo. Ascolta, commuoviti e cerca sempre il bello che c’è nella tua vita. Qui l’originale, con foto (toh, tristissime) di Nick.
Siccome piango ogni volta che l’ascolto, mi sono sempre rifiutato di leggere il testo. Sai mai che mi deludesse. L’ho fatto solo per scrivere questo pezzo. Ed eccolo qui, che accompagna la canzone. Sto piangendo daccapo tutte le le lacrime che non ho pianto dai tredici ai trentatre anni. Perché mi vengono queste dannatissime idee?
Matteo Rinaldi
settembre 14th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 12 commenti
Metteteci una Petra sopra
Quando la musica è maestra di comunicazione: Petra Magoni in “Mamma mia dammi cento lire”

Petra Magoni e Ferruccio Spinetti: grande musica e grande comunicazione
La cosa che più stupisce i corsisti che affrontano con me l’argomento comunicazione per la prima volta è la torta che trovate di seguito. Di solito la presento con questa domanda retorica: “Quando parlate per convincere qualcuno sono più importanti le parole che avete scelto, la voce che usate o i movimenti del corpo? Pensate a quando avete cercato di convincere un vigile che intendeva multarvi, un datore di lavoro maldisposto, un partner incazzato.”
Per tutti è naturale pensare che la risposta esatta sia questa: parole 60 per cento, voce 30, corpo 10.
E vorrei vedere. Siamo stati educati e cresciuti per almeno tredici anni scolastici a ragionare in questo modo. Peccato sia totalmente sbagliata. La risposta esatta è questa.

Vista così pare una boutade. Possibile che contino così poco le parole, la comunicazione verbale? Nei corsi premetto che tutti hanno il diritto – anzi il dovere – di non crederci affatto. Ma dal giorno stesso devono cominciare a fare attenzione a se stessi e alle persone che stanno loro attorno, osservando come si muovono, come parlano, come riescono o non riescono a farsi ascoltare.
La bellezza di un corso di comunicazione è che i primi risultati arrivano in meno di due ore. Chi ha voglia di mettersi in gioco elimina fin da subito gli errori più comuni. Dal giorno dopo continuerà a sbagliare almeno due volte su tre, ma ogni volta riuscirà a rendersene conto e, un po’ alla volta, a correggersi. Con risultati soprendenti.
Di comunicazione mi è venuta voglia di parlare guardando questo video su YouTube. La protagonista è Petra Magoni che, assieme a Ferruccio Spinetti e Stefano Bollani, ripropone un celeberrimo pezzo popolare italiano. Prima ascoltare, guardare e apprezzare. Poi proseguire.
Detto che questo pezzo andrebbe ascoltato obbligatoriamente da tutti gli italiani almeno due volte l’anno per rimembrare chi siamo e da dove veniamo, domando a chi ha voglia di rispondere un commento in libertà sulla comunicazione non verbale di Petra Magoni (sulla verbale e paraverbale c’è poco da discutere). Secondo voi è corretta? Efficace? Sbagliata? Migliorabile? Petra è troppo ferma? Che effetto vi fanno quegli occhi sbarrati? Poi vi dico come la penso io.
Matteo Rinaldi
agosto 31st, 2009 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 14 commenti
Bye bye love, dannato il giorno che ti ho sentito
La più celebre canzone degli Everly Brothers è un inno all’infelicità. Per non parlare delle altre. Ma vi prego, non portatemele mai via

Gli Everly Brothers negli anni 50: due voci, tre accordi, 400 donne che se ne vanno
Perché il novanta per cento dei nostri grandi amori musicali arriva tra i sedici e i vent’anni? Pensavo fosse colpa delle freschezza mentale, cioè la capacità di ascoltare cose nuove senza pregiudizi che un po’ alla volta scema riducendoti a scemo. E mica solo nella musica.
Sbagliavo. La freschezza mentale non centra. Caso mai la pigrizia cervellotica. Scopro gli Everly Brothers, questa straordinaria band americana anni Cinquanta, a sedici anni, quand’ero un perdigiorno con meno ritegno di adesso, scarso di freschezza mentale ma fortunatamente anche di pigrizia.
Sto guardando Happy Days in tivù e mi accorgo di un curioso stacco musicale tra il “Ciao ragazzi” di Ricky e lo “Yuk” di Potsie. Dura tre secondi e la voce dice “Bye bye life” o “Bye bye long”. Poi Fonzie fa “Hei!” e non si capisce più niente.
A sedici anni non hai limiti. C’è chi si lancia da un treno in corsa. Chi ferma un carro armato mettendosi davanti ai cingoli. Chi affronta un negozio di dischi con un: “Buongiorno, cerco un disco anni Cinquanta. Non so il titolo e neanche l’autore. Ma le parole dicono Bye Bye life, Bye Bye Long, Bye Bye Qualcosa“.
Mi mettono davanti a una fila con scritto “R’n'r 50-60″ e mi abbandonano. Centosessantamila titoli! Sono le tre del pomeriggio. Alle otto di sera ho una cultura musicale che neanche Claudio Cecchetto. Il settecentesimo disco ha la copertina giallastra e tra i titoli un “Bye Bye Love”. È questo? Il commesso, mosso da pietà, me lo fa ascoltare. È lui! L’album si chiama “Il molto meglio degli Everly Brothers” (The very best of) e i fratelli Everly sono due facce da pazzi coi capelli a spazzola che sfiorano il soffitto. Compero e volo a casa.
A casa il disco neanche lo ascolto: ero uno da cassetta io. Mai amato quelle robacce nere, grandi, ingombranti. C’erano pazzi che li santificavano, evitando di sfiorarli con le dita e carezzandoli prima di ogni ascolto con uno straccio candido “per togliere la polvere e non rovinare la puntina“. Solo in cassetta la mia musica è la mia musica. Rew, play e via.
Bye bye love è bellissima anche dopo trent’anni. E anche oggi, che ne son passati cinquanta. La canzone parla di uno che dice addio al suo amore: Ciao amore, ciao felicità, benvenuta tristezza, penso che sto per piangere, anzi sto per morire. Secondo me alla fine della canzone si suicida. Sarà che a donne sono messo malaccio, ma me li sento vicini, i fratelli Everly coi capelli a spazzola.
E poi sento il resto. E che resto. Secondo pezzo: Piangendo sotto la pioggia. Il mio inglese è pessimo ma negli anni cinquanta cantavano chiari e scanditi come Mina. Capisco che lei l’ha lasciato, lui è disperato ma per fortuna piove così nessuno può vedere le mie lacrime che si confondono con la pioggia. Aiuto! Terzo pezzo: Devoto a te. Parole: Puoi picchiarmi, ti sarà devoto. Puoi umiliarmi, ti sarò devoto. Puoi uccidermi, massacrarmi, evirarmi, sputarmi, licenziarmi, deridermi, affittarmi, ti sarò devoto.
Tutte le canzoni hanno tre accordi, pochi strumenti, la prima voce normale, la seconda più alta di tre toni. Quarto brano: Finché mi hai spezzato il cuore. Allegria! Quinto pezzo: Così triste nel vedere un buon amore che va male. Testo: Ci si amava, era bello, io ero tutto per te, avremmo fatto grandi cose. Ma tu niente. E io sono così triste nel vedere un grande amore che va al diavolo.
Ma parleranno anche di una storia decente, di politica, di sport, di cucina? Sesto pezzo: Problemi. Indovinate di cosa. Settimo: Forse domani. Ma forse anche no, Dio! Ottavo: Suonando da solo. Nono: Glielo diciamo che…?. Decimo: Porta un messaggio a Maria. Non un bel messaggio, se aveste dubbi. Undicesimo: Sono così solo che potrei piangere. Dodicesimo: Tutto quello che posso fare è sognarti. Tredicesimo: Il clown di Caterina, che al confronto la bambola di Patty Pravo era Lucrezia Borgia.
Hei, il quattordicesimo si chiama Ebony Eyes (forse Occhi d’ebano) e non pare triste. Ascolto: c’è lui che va a prenderla all’aeroporto. Si amano alla follia, lui e Occhi d’ebano. Si riabbracceranno dopo una vita. È solo un po’ in ritardo, l’aereo. Ma quanto sarà bello, lui e Occhi d’ebano. È davvero in gran ritardo, l’aereo. A un certo punto chiamano tutti quelli in attesa del volo, compreso lui. Abbiamo una notizia terribile da darvi… Addio Occhi d’ebano. Ma Guccini chi è? Un allegrone da sagra!
Scopro però che un pezzo allegro lo hanno fatto: si chiama Wake up pretty Susy. Nel testo: “Alzati Susetta, che ci siamo addormentati e adesso chissà che diranno tuoi quando ti porto a casa. Cristo, è tardissimo, chissà cosa diranno tutti gli altri. E… non abbiamo neanche fatto sesso“. E te pareva!
Scopro che il pezzo, bellissimo, glielo hanno poi rubato quindici anni dopo Simon and Garfunkel, facendone un successo planetario. Odio seduta stante S&G perché sono indignato dalle ingiustizie profonde.
Ci metto vent’anni a scoprire che S&G sono due signori, altro che. In una celebre intervista dicono papale papale: “Noi che ne sapevamo che saremmo diventati bravi? Veramente avevamo in testa una sola cosa: imitare gli Everly Brothers.“
E non basta, perché in un celeberrimo concerto con un triliardo di persone (gli Everly al massimo ne facevano settantadue) a un certo punto abbassano le luci e dicono sottovoce “Abbiamo una sorpresa per tutti voi“. E fanno salire sul palco due ultrasessantenni coi capelli a spazzola, ormai decrepiti ma sempre fantastici. Non so cos’abbiano suonato in quel concerto oltre a questa versione – mica male davvero – dell’ormai nonna Susy. Forse “Angoscia e malumore per un amore che è finito come lacrime nella pioggia mentre navi di innamorate affondano cercando di raggiungere i promessi sposi a loro volta precipitati da un pallone aerostatico“.
Ma non importa. La verità è che non c’è canzone degli Everly che non sia stata fatta, rifatta e strafatta da gruppi rock, jazz, punk, reggae, disco, funk. A partire dai Beatles (tre tentativi) per arrivare ai Pocodibuon. Ma non ce n’è una fatta bene, perché la semplicità assoluta, la freschezza, mica è facile da imitare. Meglio sentire loro: non c’è brano che non sia ancora bellissimo da ascoltare, riascoltare, suonacchiare, fare in coro, rovinare. Basta una chitarra e un filo di voce. E una toccatina veloce alle parti basse, ogni tanto, giusto perché non si sa mai.
Una delle dozzine di versioni di Bye Bye Love. Questa è tratta da un vecchio filmato da karaoke americano, con tanto di testo allegato. Impeccabile per entrare nell’allegria coinvolgente dei fratelli Everly.
Matteo Rinaldi
luglio 20th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 11 commenti


