Una nuova rubrica: chi non compra campa

Dal primo gennaio apro una nuova rubrica: come vivere una decrescita serena e felice. Questo pezzo è perfetto per alzare il sipario.

Nella foto: l’America in recessione negli anni trenta. Radio Rai oggi ha discettato un’ora sulla differenza della percentuale d’inflazione tra l’Italia del 2009 e gli Stati uniti di allora. La paura della crisi raggiunge già livelli da comica.

Secondo me la crisi, un po’, ci fa bene. A me, che sono sostenitrice da un pezzo dell’opportunità di una piccola decrescita felice nel mio piccolo, sembra che finalmente abbiamo la possibilità di accorgerci che la crescita del pil non è mica la cosa più importante della vita. Mi fa abbastanza schifo sentire che adesso, per superare il momento, bisogna che mi fiondi in un centro commerciale e compri qualcosa, qualunque puttanata, basta che compri. Mi sembra che sia come dire a uno che ha mal di stomaco perché si è imbottito di farmaci che è il caso di imbottirsi di farmaci contro il mal di stomaco. Ecco, sì, a me fa questo effetto.

Adesso, per dire, è natale e mezza Italia si sta angosciando all’idea di doversi (doversi, ho detto) sputtanare uno o più stipendi in cose di cui non ha bisogno. Io sono evidentemente stupida, ma non riesco a capire perché. Forse sono un animale strano, probabilmente vengo da un altro pianeta, ma non sento la necessità di comprare un bel niente, se non una cosa per i miei bambini, che detto tra noi se la meritano alla grande. A mio marito compro un regalo solo perché lui, invece, pensa che la crescita del pil sia fondamentale, se non gli faccio un regalo si offende e io non ho voglia di litigare. Con mia madre e le mie sorelle non ci facciamo regali natalizi da quando siamo entrate nell’età della ragione.

Tutto questo non ha niente a che vedere con la taccagneria. Anzi a me piace fare ragali quando i regali hanno un senso. È il concetto dell’acquisto fine a se stesso che non condivido e a Natale l’acquisto è fine a se stesso.
Io, per me, regali non ne voglio. Non mi serve niente. (Beh, confesso che se mi regalano un libretto, però, lo apprezzo).

Quindi, in sintesi, la causa della crisi sono io in persona. Non compro, non chiedo agli altri di comprare per me. Il costo del pane non mi tange perché un chilo di farina a un prezzo accettabile lo trovo e con un chilo di farina ci faccio una pagnotta che mi dura una settimana o quasi. Il lievito lo nutro amorevolmente a questo scopo. Certo che devo fare la fatica di impastare.

Se andare a mangiare la pizza in 4 costa 40 euro (ma solo perché i miei figli fanno a metà) con 40 euro sfamo un reggimento con la pizza del mio forno. Malissimo che vada mi compro un alberello di pomi da mettere in giardino e malissimissimo che vada vorrà dire che pianto anche i pomodori (al momento l’orto è un argomento che tratto con abissale ignoranza, ma all’occorrenza posso ingegnarmi).
E’ possibile che in caso di crisi uno debba rinunciare alle vacanze. Tutte. Ok.

E’ anche possibile, però, che in caso di crisissima uno cominci a dare il giusto peso alle necessità. Io al momento non so quale sia il giusto peso. Sono certa al 100% di essere tra i privilegiati che dalla recessione possono imparare qualcosa e sono anche certa che i privilegiati siano la maggioranza. Restano gli altri, quelli che veramente devono arrabattarsi per sopravvivere.

Mi piacerebbe pensare che in caso di necessità potremmo ricorrere al mutuo soccorso. Mi piacerebbe l’idea che, disabituati alla rincorsa della felicità commerciabile, si ricominciasse a godere di qualcos’altro e che anche le persone riacquistassero un valore. Non parlo del genere umano come entità teorica: penso ai vicini di casa, alla famiglia, agli amici. Mi pare che nei racconti dei miei nonni ci sia stato un tempo in cui quando uno era più sfigato di te trovavi il modo di dargli una mano. Anche se avevi tu stesso delle vistose pezze al culo.

Sì, ho deciso, è l’ultima chance. Se non ci salva la crisi vuol dire che siamo irrecuperabili.

dicembre 17th, 2008 - Posted in Chi non compra campa | | 4 commenti