Il ragionier Filini sale a bordo

Dove nasce l’ignobile figura dell’armatore? Una volta pensavo fosse uno sciocco imprevidente. Poi ho capito: è la disperata evoluzione dell’organizzatore di uscite a vela. Che qui vi presento in tutto il suo tragico profilo.  

 

(nella foto: l’entusiasmo di un equipaggio nella stagione invernale)

 

Se i cantieri a vela riescono ancora a vendere i loro gusci guadagnando decine di migliaia di euro, il merito va a una sola figura: l’organizzatore. Questi è il pazzo che si mette in testa di radunare un gruppetto di amici per fare un giro in barca. Sembra semplice, vero? Scoprirà sulla sua carne in quale girone dantesco si è andato a infilare.

Provate a convincere cinque persone ad apprezzare la politica. In fondo, spiegate, può essere una cosa piacevole, perfino pulita. Dopo tre mesi, uno che vi ascolta lo trovate. 

Provate a convincerli a uscire in barca a vela d’inverno. In fondo, spiegate, può essere una cosa piacevole, perfino divertente. Dopo tre minuti uno forse non vi ha ancora mandato in malora. Forse.

Se siete intelligenti non ci avete neppure provato. Ma se siete intelligenti avete passioni più semplici della vela: la caccia alla volpe, la tassidermia, l’autoflagellazione. Ecco infatti quello che vi aspetta se vi ostinate a organizzare uscite in barca nel periodo invernale. 

Data prevista per l’uscita: una qualsiasi domenica di febbraio.

Lunedì (6 giorni prima) dovete:

• preavvisare almeno dieci amici che domenica si potrebbe veleggiare. Seguono timidi “Huum, proprio domenica?”, annoiati “Ci sarebbe Marrapollese-Crotone in tivù” o impietosi “Puah, vacci da solo”. Dovreste ringraziare questi ultimi: la vostra rovina sono i “Si può fare, organizzi tu?”, che vi ostinate a considerare risposte positive.

• telefonare alla società di noleggio perché tenga libera almeno una barca e preavvisi il responsabile dell’ormeggio (di solito lo dimenticano).

• prevedere con largo anticipo le condizioni atmosferiche: nessuno, nemmeno il colonnello Bernacca, osa farlo con più di quattro giorni d’anticipo, ma gli amici pretendono di sapere: devono organizzare il week end con largo anticipo.

• rifare il giro di preavviso confermando che la barca c’è. Seguono risposte entusiaste: “Ah, peccato, la Marrapollese è in gran spolvero…”. Dei dieci nomi iniziali tre danno già forfait. Tenete duro, non irrigiditevi, non nominate Dio invano. 

Martedì (mancano 5 giorni) dovete:

• azzardare una previsione meteo basandovi su internet. Gli unici siti che si sbilanciano sono il curioso Meteoviagra.org e l’equivoco Hardcoreweather.com. Il primo dice: 20% pioggia, 30% sole, 50% di sconto per confezione Viagra Family 400 pezzi. Il secondo vi avvisa che domenica prossimo sarà bellissimo! Nelle Antille olandesi.

• richiamare (terza volta) gli amici per ricordare l’impegno preso. Il primo se n’era totalmente dimenticato e aveva fissato un giro in moto con la fidanzata. Potete chiamarla per chiedere scusa? In fondo siete voi il responsabile! Il secondo si offende per l’insistenza. Il terzo aveva capito la seconda domenica del mese venturo: viene lo stesso, ma la prossima volta siate più precisi. Al quarto già piangete. Finito il giro (quattro ore al telefono) siete rimasti in cinque: voi e (nomi di fantasia) Cino, Dino, Lino, Mino. Forse ce la fate.

Mercoledì (ancora 4 giorni!) dovete:

• inviare il versamento via internet alla società di charter. Allegate penale di seimila euro in caso di danni. Il computer s’inchioda e non invia. Provate e riprovate, dalle due alle sei del pomeriggio. Riuscite solo a:

• navigare follemente tra i siti meteo del web perché un amico vi ha detto che un pescatore istriano dice che domenica farà brutto. Tempoeborsa.com vi rincuora: i vostri investimenti sono destinati al fallimento ma domenica non pioverà. Payformeteo.it vi chiede quindici euro per una previsione Premium Personal Doc. Pagate immediatamente. Vi avvisano che ci sarà il sole e che siete dei taccagni: con la Premium Top Golden – solo 3 euro in più – vi promettevano dieci nodi di vento, trentacinque gradi e donne nude stese in coperta. 

Giovedì (meno 3! meno 3!) dovete:

• litigare con l’impiegata del charter che giura di non aver ricevuto nulla. Chiamate in banca (non rispondono), andate alla filiale (è già chiusa), tornate al computer dove, disperati, fate un nuovo versamento. Vi tremano le ginocchia, avete un curioso tic all’orecchio, le punte dei capelli che ingrigiscono a vista d’occhio.

• richiamare il quintetto. Cino vi chiede di chiamarlo più tardi, è impegnatissimo: “Tu proprio non hai mai un cazzo da fare eh?” Dino ha il cellulare spento. Lino è sempre occupato. Mino non viene più: non ha più voglia e non capisce perché ve la prendete: “Non sei quello che va in barca per rilassarsi?”

• verificare (finalmente!) se il tempo è dalla vostra parte. Tempoadriatico.it segnala sole tropicale ma un curioso neve forza otto e venti forza trenta. Italiameteo.com giura mare piatto, nebbia solida e manna da cielo. Non sono impazziti: hanno capito che siete completamente scoppiati e si divertono a prendervi in giro.

Venerdì (due giorni alla partenza!) dovete:

• fare il sesto (e ultimo) giro di telefonate. Cino non viene: è stanco per la settimana lavorativa: “A te certo non succede, lavativo! Sempre al telefono e in giro in barca!” Dino ha ancora il cellulare spento. Per rintracciarlo, chiamate la madre, la moglie, i vicini di casa e perfino l’ex moglie. Niente da fare. Disperati,  invitate l’ex moglie (che tra l’altro vi piace): ameno lei viene. Verso sera qualcuno vi richiama! È il charter, incazzatissimo: non hanno ricevuto né il primo né il secondo versamento. 

• supplicare il charter di darvi la barca: anche se siete clienti dal 1906 non si fidano. Promettete che entro domani avranno i soldi. Nel frattempo chiamate in banca, litigate con il direttore. Il vostro tasso d’interesse passa dal sei al meno undici per cento.

• controllare il tempo per estrema sicurezza. Sorpresa: Meteovip.com dice “Perturbazione improvvisa: mareggiate, vento forza ottanta, tempesta!”. Siete costretti a:

• fare un orribile giro di telefonate per disdire: insulti tremendi da parte di Lino, dalla moglie di Dino e soprattutto di Cino, che aveva cambiato idea e voleva venire. 

Sabato (ci siamo! ci siamo!) dovete:

• alzarvi alle sei per controllare – non si sa mai – il tempo. MeteoGranLasc.com dice: “Condizioni ottimali per improvviso giro di vento: vento forza otto, temperatura 25 gradi, mare una tavola”. Forse ce la facciamo!

• fare il settimo scandaloso giro di telefonate. Lino si è offeso, poveretto, e non vuol saperne. La moglie di Dino vi dà del pagliaccio. Cino si fa richiamare dodici volte per punirvi. Alla fine tre persone le avete, ma per farvi perdonare avete promesso che pagate tutto voi.

• prendere la macchina e correre a Venezia coi soldi. Ci sono dodici chilometri di coda ma arrivate con soli tre minuti di ritardo. Ringraziate l’impiegata che vi ricambia con sommo disprezzo, pagate per la terza volta e tirate un sospiro di sollievo: è notte fonda ma siete riusciti nell’impresa. Tornate a casa a 180 all’ora, nulla vi ferma più! Dovete solo:

• evitare il Tir che stavate centrando in pieno a causa della telefonata di Dino, allegro e fresco come una rosa, che vi dice “Hei, a che ora si parte domani?  Certo che vengo! Che importa se non ho richiamato? Eravamo d’accordo o no?”

Domenica. Giorno del giro. 

Dopo una notte orrenda (che farà Dino incontrando l’ex moglie? Che farà la moglie? E soprattutto, che faranno a me?) arrivate al porto fisicamente distrutti e abbruttiti.

La società di charter riceverà i vostri tre vaglia nei giorni seguenti ma non si sognerà mai di restituirli: “Li teniamo per il prossimo giro che organizzate!”.

Partirete completamente annientati e trascorrerete la giornata nel minuscolo bagno tra dolori lancinanti.

Ma c’è almeno una buona notizia: Lino e la moglie torneranno assieme.

Voi capirete finalmente perché migliaia di italiani si comprano la barca: per passare le loro domeniche a bordo, da soli, ormeggiati in porto. Qui, chiusi nel solito bagno, inventano meravigliose storie di navigazione a dodici nodi tra onde cristalline, tempeste, strambate e delfini.

Matteo Rinaldi

febbraio 28th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 11 commenti

Astinenza da vela, soluzione drastica

Un colpo davvero basso: trascinare altri poveruomini in questo mondo maledetto

 

come si sente il giovane velista

Febbraio non è un mese da vela. Ma ero in piena crisi di astinenza, la più lunga della mia carriera di veleggiatore. Non ce la facevo più: quattro mesi sempre a terra, dopo l’ultimo giro, lo scorso ottobre.

In verità ci avevo provato a veleggiare, in questi dannati quattro mesi. Almeno trenta proposte, sessanta suppliche e duecento preghiere ai miei due amici velisti, Andrea e Sandro. 

Va bene, sul termine amici c’è da discutere. 

Su velisti però non si discute. Si ride. 

Amano molto la vela. Ma in subordine a pochi altri interessi: l’agiografia, l’araldica, l’astronomia, l’astrologia, l’antiquariato, l’antropologia, l’alchimia, l’agopuntura. E mi fermo a quelle che iniziano per A.

Così ho avuto un colpo di genio: ho chiamato due nuovi amici. Due poveracci che mai avevano messo piede su una barca a vela ma che, tempo fa, avevano avuto l’ardire di borbottare “Mi piacerebbe provare, perché no?”. Li ho convinti a venire a Chioggia per una lezione prova. La barca: un Elan 40 piedi. L’istruttore e proprietario: Silvio Sambo, grande velista e ottimo maestro. Quando ti prende la crisi, una mattinata con l’istruttore è salvifica. Anche se hai già fatto il corso e preso la patente. I vantaggi sono molteplici: 

- Spendi meno rispetto al noleggio di una barca.

- Non hai check in, angosce, rotture di balle.

- Viaggi dieci volte più rilassato.

- Impari qualcosa di nuovo.

 

Ma soprattutto, il vantaggio inarrivabile: trascini altri due inconsapevoli poveracci nell’inferno di questo mondo.

Loro non lo sanno, ma tu lo fai per puro calcolo: ti garantisci un nuovo equipaggio per le prossime uscite (non ce n’è mai abbastanza) ma soprattutto un equipaggio di gente meno brava (e quindi meno petulante), meno esperta (puoi fare e raccontare qualsiasi stupidaggine, non fanno una piega), sempre entusiasta (anche se c’è un decimo di nodo, escono felici).

La cosa più divertente: osservarli al timone mentre annuiscono fingendo di capire un concetto come: “Poggia un po’, non vedi che il fiocco fileggia?”. E fanno tutto a casaccio – esattamente come facevi tu nella stessa situazione – ignorando beatamente non solo il significato di poggia, non solo di fileggia ma perfino di fiocco

Non ho nemmeno avuto il coraggio di dir loro, mentre gridavano “Wow, facciamo tre nodi!”, che anche un bambino sul triciclo va nettamente più veloce.

Matteo Rinaldi

febbraio 27th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

Aiuto, Bossi entra in Second Life

La Provincia di Vicenza, ente da sempre leghista, entra coraggiosamente nel fantastico mondo di Second Life. Obiettivo: più servizi al pubblico tra draghi, sesso e terroristi virtuali

Dunque la notizia è questa: la Provincia di Vicenza è entrata nella sua Seconda Vita. Chi non conosce Second Life abbandonerà immediatamente questa pagina. Chi invece la conosce abbandonerà direttamente il sito. Second Life è infatti uno dei mondi più odiati tra quelli attualmente disponibili: lo accusano di essere fasullo, ridicolo, inutile, torbido. Praticamente le stesse accuse che fanno alla Provincia. Vuoi vedere che dal fatto di mettersi assieme potrà nascere qualcosa di buono?

Teppisti e fancazzisti. Cominciamo spiegando cos’è Second Life. È un gioco di società, al quale partecipare attraverso internet, in cui si recita una parte. Più o meno come quei giochi dove interpretare draghi, principesse e cavalieri.

La differenza è che Second Life amplia l’offerta. Non devi scegliere tra cavaliere nero e mago buono. Fai quello che vuoi: dal vigile urbano al fancazzista, dal consulente matrimoniale all’architetto, dal teppista democratico al ribelle afgano. Crei un personaggio, gli disegni l’aspetto fisico, lo muovi per questo mondo virtuale. Un po’ alla volta guadagni qualche virtual-soldo per vestirlo meglio. Ma fin da subito puoi metterlo a contatto con gli altri partecipanti. A far che? Dialogare per iscritto, tanto per cominciare. Oppure in viva voce. Una specie di Monopoli che assomiglia a Skype che ricorda La Compagnia dell’Anello che assomiglia alla Compagnia dei Celestini che… Buon divertimento.

I nemici di Second Life salteranno già sulla sedia: ma quale divertimento? È una schifezza, una vergogna, un’assurdità. E questa è una causa del successo del sito: aver diviso il mondo reale tra entusiasti e nemici giurati. Sono proprio i nemici a pubblicizzare il gioco con queste tre accuse:

Accusa 1. “Ridicolo crearsi una seconda vita, del tutto fasulla, rubando tempo alla vita reale!”

(Risposta automatica: “Anche se non ho il coraggio di dirlo, non vedo l’ora di rubare tempo alla dannatissima vita reale. Cosa devo digitare?”)

Accusa 2. “Chi va su Second Life è uno sfigato insoddisfatto”;

(Risposta automatica: “Io non sono nè l’uno nè l’altro. Però adoro scoprire cosa fanno sfigati e insoddisfatti. Come si comincia?”)

Accusa 3. “Chi va su Second Life cerca solo virtual-trombate con virtual rappresentanti dell’altro sesso”.

(Risposta automatica: “Cosa devo digitare? Come si comincia?”)

Tra parentesi le accuse a e c non sono del tutto peregrine: ci si può discutere. L’accusa b invece non sta in piedi. Basti dire che solo un centinaio d’anni fa si consideravano dei poveracci quelli che leggevano romanzi. Pareva del tutto idiota appassionarsi a una vita di carta e fantasia. Oggi migliaia di appassionati e soprattutto caterve di intellettuali e studiosi vi promettono che la vita irreale dei libri è d’importanza vitale per il proprio equilibrio, per la propria cultura, per la propria fantasia.

Tette, draghi e terroristi. Che ci fa dunque la Provincia di Vicenza, da sempre guidata dalla Lega, su Second Life? Ai cattivi la risposta verrà facile solo leggendo le istruzioni sulla pagina di presentazione del sito: “In Second Life è possibile possedere e gestire terreni, progettare e rivendere contenuti 3D; gli scambi avvengono utilizzando una moneta virtuale (il L$ o Linden Dollar), che può essere scambiata con denaro reale, dando vita a reali opportunità di business“.

È vero che qualcuno ha messo insieme qualche soldo trafficando in virtual-terreni e virtual-prestazioni. Ma la Provincia di Vicenza ha terreni reali con cui trafficare, guadagnando mille volte tanto.

La risposta è diversa. Secondo l’assessore all’Innovazione Andrea Pellizzari, che a gennaio 2008 ha presentato l’iniziativa, “Siamo il primo ente in Italia che promuove in Second Life i gioielli architettonici vicentini a tutto il mondo”. E lo ha fatto ricreando le ville palladiane e perfino gli “avatar” (le rappresentazioni virtuali) di tutti i boss dell’operazione: dal presidente leghista Attilio Schneck fino ad Amalia Sartori, pezzo grosso di Forza Italia.

Nel corso della presentazione l’avatar di Schneck ha detto che la virtual-Provincia “servirà a interagire in maniera più veloce con gli altri enti pubblici e i cittadini.” Ho forti dubbi sul fatto che Schneck sappia manovrare il suo avatar: io lavoro con internet da una vita e ho trovato clamorose difficoltà solo a registrare il mio, crollando psicologicamente dopo venti secondi di passeggiata virtuale. Non me lo vedo lui mentre manovra agilmente il suo corpulento virtuale. Ma tant’è. Quel che conta è l’idea. Anzi l’immagine, attraverso le immagini. Che nei giornali hanno trovato il giusto spazio. Non pensate negativo: nessuno si è trasformato in drago o in George Clooney. Anzi, non si sono nemmeno fatti un lifting. Tutti lì, appena appena dimagriti e allisciati, ma rigidi come nella realtà e con le stesse tristi cravatte e tailleur.

Tutti in real-bus. Ma insomma, che ci andiamo a fare alla Provincia di Vicenza in un mondo dove potete passare la notte con una magnifica ragazza di Los Angeles (sperando che dietro non ci sia un rappresentante dell’Oltrepo), volare su un disco volante o entrare in uno stadio di calcio – ci sono perfino qui – senza che nessuno vi prenda a sprangate?

Potete visitare la virtual-Basilica Palladiana ad esempio. E non dite “Meglio quella la vera”. Quella vera, guarda caso, è chiusa per lavori e priva di tetto. 

“La promozione è solo uno degli obiettivi. Vogliamo dare servizi ai cittadini” ha spiegato l’assessore. In pratica: se entrate in Second Life, dopo l’incontro con un commercialista volante, un cantautore marziano e una Marylin Monroe sarda potete bussare alla porta della Provincia e… trovare gli orari dei bus. Vabbè, non c’è ancora di che gridare al miracolo. Ma è un inizio. 

Virtual-servizi e real-stipendi. Poca cosa, dite? Non è vero. Ci fossero solo orari dei bus e passeggiate virtuali, sarebbe già un bell’inizio. E poi è giusto premiare il coraggio di un ente che mette il naso in un mondo così poco vicino al suo elettorato. Da mesi Second Life rimbalza nelle cronache di giornali e tivù con notizie terrificanti: “Minorenne stuprata in Second Life“; “Terroristi islamici fanno saltare una scuola in Second Life“. Tanto basta per guardare all’iniziativa con simpatia.

Un consiglio alla Provincia: per ottenere la massima visibilità potrebbe sfruttare la guerra alla streghe che al momento circonda questo mondo. Come? Convincendo un virtual-terrorista a distruggere la virtual-Rotonda. Prevedo paginate di fuoco sui giornali. O magari, più prosaicamente, immettendo un virtual-ragioniere che abbassi i real-stipendi di consiglieri e delegati provinciali. Questa sì sarebbe una strepitosa rivoluzione.

Matteo Rinaldi

(Articolo pubblicato su Vicenza Più, febbraio 2008. Le due foto: in alto, un’immagine di Second Life. In basso, gli avatar di politici e assessori) 

febbraio 22nd, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

Chi non vela non vale

(m.r.) Perché un blog sulla vela? Ce ne sono già di bellissimi.

È vero. Presto farò un elenco, motivato, di quelli che piacciono a me. Ma questo è diverso.

Perché diverso?

Lo tiene un velista mediocre. Un cialtrone da terra. Un navigatore della domenica. 

E allora che senso ha?

Ce l’ha! Per un popolo di santi e navigatori, che è tutto fuorché santo e navigatore, c’è bisogno di un blog che metta le cose in chiaro: noi navighiamo così, altro che Soldini e D’ali!

 

Hai fatto anche la rima.

E c’è di più: non sono affatto santo. Prenderò per il culo questo mondo, anche se mi piace un sacco.

Chi dovrebbe leggerti?

I velisti che navigano a noleggio. 

Quelli che navigano senza vestirsi da velisti.

Quelli che navigano senza vestirsi del tutto.

Quelli che dicono: Wow, facciamo sei nodi!

Quelli che un attimo dopo fanno i conti: dieci chilometri l’ora, la nonna in bici è più veloce.

Quelli che sognano di comprare una barca.

Quelli che per fortuna si svegliano.

Quelli che si ostinano a non capire perché il motore da 80 cavalli di una Panda costa tremila euro, quello di una barca trentamila.

Quelli che è inutile che me lo spieghiate.

Quelli che quando è ora di ormeggiare si sentono Fantozzi: sudore acido, mani due spugne, salivazione azzerata, miraggi.

Quelli che si divertono anche se li hanno costretti a a parlare come Fantozzi: Cazzi! Orza! Bozzello! Paterazzo!

Quelli che navigano nel cuore nella notte, a mezzo nodo e pensano: ma che bella, che bella, che bella che è la vita.

 

Con queste premesse, quanti lettori ti aspetti?

Una ventina in tutta Italia dovrei trovarli. 

 

Buon vento, dunque.

No, per carità: poco vento, che se la barca piega molto ho paura.

febbraio 14th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Largo all’avanguardia, un pezzo da Skiantos

Il coraggio di cantare in faccia a cinquecento persone “Siete un pubblico di merda”. Oggi vi darebbero dei creativi, allora calci sui denti.

freak antoni, anima degli skiantos

 

 

Ho scoperto gli Skiantos in gita scolastica a Firenze. Erano i primi anni Ottanta e la gita non era una piacevole parentesi all’interno dell’anno scolastico: era uno dei momenti magici dell’adolescenza. Ci marciavi tutto l’anno seguente sui ricordi della gita. Io anche l’intero decennio.

Aspettate a dire che esagero. Prima dovete immaginare il mio liceo. Un posto dove il rapporto tra maschi e femmine è uno a dodici. Nella mia sezione, la C, siamo in tre in mezzo a venticinque donne. Tutti assieme perché la divisione corretta sarebbe stata uno per classe. In A e B ci sono solo donne. Dopo cinque anni così, che ci crediate o no, si sogna la partenza per il servizio militare.

Marina mi passa il suo walkman. Se non è il primo che vedo poco ci manca.

Marina mi fa un po’ paura perché si trucca pesantemente, dice parolacce, fuma, ascolta un gruppo di nome Kiss. La cosa più tremenda è l’ultima. A me fanno paura già dalla copertina dei dischi. Hanno lingue lunghissime, tatuaggi, orecchini… Io il massimo che mi concedo è un spilletta col simbolo della pace. Vorrei tanto l’adesivo No Nukes ma a Vicenza non si trova ancora: troppo moderno per la nostra cittadina di provincia, mi spiega un ambulante.

Ma oggi Vicenza è lontana e Marina è in giornata positiva. Di solito, per rompere il ghiaccio, mi infila una mano sotto la maglietta e io mi imbarazzo tantissimo.

Oggi è artistica. Mi mette in mano il walkman e mi fa: “Ascolta questi”. Saranno mica i Kiss, chiedo sospettoso. Ma lei già premuto play e non capisco la risposta. Sch… squ… o qualcosa del genere. Faranno mica le linguacce, mi chiedo mentre ascolto.

“Che ne dici?” mi urla Marina dal mondo di fuori. 

Mi concentro. Sparo: “Sono gli Squallor – rispondo in perfetto stile Rischiatutto – Li conosco, li visti su Sorrisi e Canzoni tivù”.

Mi prendo due cazziatoni. Il primo: “Sono gli Skiantos, scemo. Tutta un’altra cosa”. Il secondo: “Cazzo gridi? Parla piano, non serve urlare!”.

Divento rosso perché anche i fiorentini lì attorno mi guardano severi. Sono seduto su un monumento famoso in una piazza famosa, ma ho ben altri problemi che concentrarmi su piazze e monumenti. In un colpo solo si capisce immediatamente che:

- sono un provinciale in gita;

- non ho mai messo un paio di cuffiette in vita mia;

- non sono pratico di musica e neanche della vita. 

Di questa umiliazione mi vendicherò duramente molti anni dopo: qualche settimana fa per la precisione. Ripeto le stesse parole a mia figlia undicenne, rapita dai Tokio Hotel via IPod: “Non devi gridare quando hai le cuffiette: tu non senti la tua voce, ma gli altri sì”. 

Lei non arrossisce nemmeno.

A Firenze comprendo la differenza fra Squallor e Skiantos in pochi minuti. Gli Squallor sono più volgari (parlano di tette, scopare, figa nelle canzoni. Che orrore!) e sono vecchi decrepiti: pare abbiamo venticinque anni. Questi qui, gli Skiantos, sono vecchi di vent’anni, ma almeno non sanno di pensione.

La prima canzone si chiama Eptadone. “Le massaie fan la coda per comprare la mia broda”. Mi passa il rossore. Ascolto, sgrano gli occhi, rido.

Canzone seguente: Panka Rock. “Tu mi butti nel fango perché sai che non ci tengo”. Ascolto, sgrano gli occhi tipo fuori dalle orbite, rido due volte.

Marina tira fuori dalla tasca un altro paio di cuffiette. Dico (a bassa voce): “Vuoi che stacchi le mie?” Mi guarda male. “Ci sono due entrate” spiega. I fiorentini attorno alzano gli occhi al cielo, fanno segni di resa.

Bello però ascoltare in due, con tutto il mondo fuori. Terza canzone: Pesto Duro. “Pesto duro, contro il muro, vai sicuro, sono un duro”. Mi ribalto dalle risate. Le rime sono baciate ma si capisce che fanno apposta. Le parole, anche le più banali, non sono mai banali. Dicono cose che mi sembra di aver sempre pensato. Prendono in giro tutti. Pure De Gregori. Questo mi dispiace un po’. Imparo allora che la satira dev’essere impietosa: contro tutti, anche i propri miti. 

Seguono Diventa Demente (la kultura poi ti cura) e Io me la meno. Quando sono stanco di ridere mi convinco che avrei dovuto fare il Settantasette bolognese, per vederli dal vivo. Purtroppo avevo solo dodici anni. Ma intanto mi si è aperta una porta che non avevo considerato. E non sono ancora arrivato alla canzone chiave della cassetta.

Il fatto è che attualmente frequento la seconda superiore e sto prendendo coraggiose decisioni per il futuro. La più importante: abbandonare i cantautori italiani. Addio Dalla, addio De Gregori, addio Bennato, che mi avete accompagnato nell’interminabile e terribile periodo della preadolescenza. Veramente non è colpa degli Skiantos, ma di un tizio di quarta superiore – ha una Harley Cagiva 125 e una chitarra Eco 12 corde – che mi ha fatto sentire Teach your Children di Crosby, Stills, Nash e Young. Io suono la chitarra da un paio d’anni: la imparo in dieci minuti e in mezz’ora mi convinco: addio cantautori, è tempo di passare agli americani.

M’innamoro di un sacco di artisti della West Coast: Neil Young da solo, Neil Young con Crosby, Neil Young con Stills, Neil Young con i Buffalo Springfield, Neil Young con Crosby, Stills e Nash. Una cosa mi è chiara della musica: Young va d’accordo con tutti, un po’ meno con Nash.

Come Young mi faccio crescere i capelli lunghi ed entro in rotta di collisione con papà. Diversamente da Young, ho una voce un po’ meno adatta al falsetto: vado in raucedine al primo acuto, in tosse profonda al secondo, in catalessi al terzo. Imparo presto a suonare tutto Young con la chitarra. Ma fatico duramente a convincere le compagne di classe che sono più interessante della carta geografica. Forse è colpa degli acuti. Mi alleno cantando a casa. Papà torna dal lavoro, si chiude in bagno e si rifiuta di fare la pace.

In quella gita scolastica decido che abbandonare la musica italiana è una scelta coraggiosa ma inevitabile. Ma quando arrivo al lato B, capisco che la musica italiana non ha abbandonato me: c’è ancora molto da scoprire. E da amare.

La canzone che in due minuti e mezzo mi convince è Largo all’avanguardia. Una canzone rabbiosa: quattro accordi, tre strumenti, due concetti, una voce rabbiosa e nessun fronzolo. I due concetti sono solari: “Siete un pubblico di merda” e “applaudite per inerzia”. È curioso che a scrivere la più bella canzone sul nascente rock italiano degli anni Ottanta sia stato il gruppo che appariva come il più dissacratore. Largo all’avanguardia non ha niente che fare con tutte le altre canzoni Skiantos: ironia ai minimi termini e il resto è una dichiarazione di guerra. Guerra alla banalità della musica italiana ma soprattutto alla tristezza, alle barbe, alla poesia dei cantautori. Guerra al predominio della musica straniera, ma soprattutto all’ignoranza dell’ascoltatore italiano, che da decenni si subisce gli americani e gli inglesi (negli anno a venire le cose peggioreranno di brutto).

Ma che spiego a fare? Il testo raccolta tutto questo molto meglio di me: sintesi, ironia, semplicità.

Largo all’avanguardia 

pubblico di merda

tu gli dai la stessa storia 

tanto lui non c’ha memoria

sono proprio tutti tonti 

vivon tutti sopra i monti

compran tutti cantautori 

per poterci fare i cori

come fanno i rematori 

che profumano di fiori

Me mi piace scoreggiare

non mi devo vergognare

non c’ho niente da salvare

Me mi piace giocare giocando coi giochi

ne ho pochi ma buoni

Me mi piace volare facendo dei giri

non brevi ma lunghi

 

L’avanguardia alternativa

non fa sconti comitiva

l’avanguardia è molto dura

e per questo fa paura

Fate largo all’avanguardia

siete un pubblico di merda

applaudite per inerzia

 

Ma l’avanguardia è molto seria

vado contro corrente

perché sono demente

sono ribelle con l’urlo nella pelle 

 

Largo all’avanguardia è la canzone meno new wave di quegli anni. Ma è la canzone che meglio racconta cos’è stata la new wave in quegli anni. Era fame, rabbia, stimoli, idee. 

Di quel periodo è rimasto poco: un paio di dischi dei Gaz Nevada (ne riparleremo), un piccolo capolavoro dei Confusional Quartet e poco altro. Ma anche una solida base. Sulla quale sarebbero esplosi, qualche anno dopo, musicisti che vanno da Raf - piano con gli insulti, ne riparleremo (bis) – e gruppi come i Litfiba.

PS

Non scrivo nemmeno una riga sulla ridicola polemica tra gli Skiantos ed Elio e le storie tese. Chi è il più bravo? Chi fa più ridere? Chi suona meglio? Ma chi se ne frega! Anche di Elio ne riparleremo (tris). Baci, pubblico di m… Che avete capito? Voglio dire: pubblico di magnificenza, cultura e passione.

Lo vedete come sono cambiate le cose nel giro di un ventennio?

Matteo Rinaldi

febbraio 11th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 9 commenti

Monti di Mola, che risate con De Andrè

 

 

I tre meriti di una canzone magnifica: chiamare le cose col loro nome, reinventare l’esistente, piangere per piacere.

Non sono un esperto di De Andrè. E nemmeno un grande chitarrista. Lo immaginavo già e non c’era bisogno di farmelo sapere in questo modo. 

Le cose vanno così. Entro in un negozio di strumenti musicali, uno di quei posti che da ragazzo mi facevano sognare. Mi viene naturale guardare le chitarre, i bassi, le batterie come li guardavo quand’ero un ragazzo. Mica facile. Allora le amavo tutte e non potevo permettermele. Oggi potrei permettermi tutto (non tutto insieme, ma uno strumento a caso sì, anche il più costoso) ma nulla m’importa realmente. Non c’è Gibson Les Paul, non c’è Fender Stratocaster, non c’è Martin DB 5 capace di entusiasmarmi.

Brutto diventare vecchi.

Mi imbatto però nel classico cliente da negozio di musica. È seduto su un amplificatore e strimpella una chitarra classica. Gente capace di passare così l’intera giornata. Questo però è bravo: mi bastano tre secondi per capire cosa suona. E soprattutto come! Strimpella Don Raffaè di Fabrizio De Andrè, canticchiando appena. Canticchiare sottovoce è una prerogativa dei chitarristi: sono tutti convinti che suonare forte e chiaro conta più di cantare forte e chiaro. Un falso storico. Niente è peggio di un chitarrista che suona bene e canticchia a mezza voce.

Questo però non suona bene. Suona da dio. Esegue il pezzo alla perfezione, incluse le svisate alla chitarra (svisate: svergolamento delle dita sul legno che produce il caratteristico “swiss” adorato dai chitarristi). Io non ho mai provato suonare Don Raffaè. E da questo momento capisco che mai ci proverò, se voglio evitare di impiccarmi col mi basso della chitarra. 

Il chitarrista mi racconta che ha un gruppo, specializzato in De Andrè. Sono bravissimi ma attualmente in crisi: cercano un cantante.

Scappo fuori dal locale un attimo prima di propormi. Scelta saggia. Perché la voce ce l’ho. Magari mi accettava. Magari non solo mi accettava. Magari si metteva a strimpellare Monti di Mola. Mi sarei suicidato. O forse sarei diventato gay, all’istante. E avrei abbandonato la famiglia per andare a vivere con uno che suona così bene la più bella canzone di De Andrè.

Monti di Mola non è una vera canzone. 

È una specie di delirio. Un po’ Tonigh’s the night di Neil Young. Tonigh’s the night è un disco stampato a metà anni Settanta, quando Young era già celebre e adorato in tutto il mondo. Neil aveva pubblicato After the gold rush e Harvest e tutti aspettavano il capolavoro, un disco come Come’s a time, che invece avrebbe fatto – fuori tempo massimo – cinque anni dopo. Invece pubblica American Stars and Bar (bellissimo, tristissimo), On the beach (bellissimo, tristissimo) e Tonigh’s the night, tristissimo e bruttissimo. Dal punto di vista commerciale e di critica, intendo.

Tonigh’s the night è una ballata che non si può ballare, con un testo che non è un testo e un messaggio che non è un messaggio. La band si trovava in sala prove il pomeriggio: chiacchieravano e fumavano cannoni. Discutevano e fumavano cannoni. Nelle pause fumavano cannoni. Durante la notte suonavano (e fumavano cannoni). Il disco è caldissimo, disperato, inascoltabile. 

Che c’entra dunque con Monti di Mola? Non so, davvero. Forse anche Monti di Mola è caldissimo, disperato (la storia che racconta, ma anche la musica) ma assolutamente perfetto, ascoltabilissimo. Ho scoperto Monti di Mola in cassetta, una cassetta rubata a un musicista mio amico, Michele Vezzaro. Michele ha gusti tremendi, ma ascolta di tutto. Nel cassetto della scrivania aveva una cassetta con gli Avion Travel, uno dei gruppi che amo. Mi pareva brutto rubargli una cassetta così, senza dirglielo. Meglio rubarne due: assieme agli Avion presi questo De Andrè e lo misi in macchina.

Mi sono innamorato di Monti di Mola immediatamente. Al primo ascolto. Credo di aver spalancato le orecchie davanti quei duetti vocali delicati ma potenti. Credo di aver annusato quei tre accordi di chitarra acustica come un cane che ritrova un odore d’infanzia. Credo di essermi commosso e di aver pianto, come quando pensi a una persona che hai perduto, o al fatto che la vita è bella e vale sempre la pena di viverla. 

Perché mai? Non certo per il testo, che è sardo puro, di cui non capivo una sola parola a parte “beddu”, “core” e “maistrali” che era evidentemente il Maestrale (ma poteva essere anche una maestrina).

Se le parole non contano, conta la lingua. La lingua sarda è bellissima. Perché? Perché ha pochi riferimenti culturali preconcetti: non è il veneto che ti fa venire in mente il leghista sfigato, non è il napoletano del faccendiere, non è il siciliano della mafia, non è il milanese bauscia o da bere. Il sardo mi fa venire in mentre al massimo Aldo, Giovanni e Giacomo. Una presa in giro, ma alta, rispettosa.

E poi c’è quel coro a due voci, ispirato ai cori della Sardegna, così diversi e disarmonici rispetto ai cori della musica popolare del mio nord Italia.

Ma quel che conta di più è il tempo che ho dedicato a questa canzone. Avevo capito subito che mi piaceva tantissimo. Perciò ho scelto di distillarla. E mi sono imposto di ascoltarla:

- una volta ogni quindici giorni al massimo;

- solo in macchina;

- solo in autostrada, a bassa velocità;

- solo da solo.

 

Sembra una coglionata, me ne rendo conto. Invece è stata una scelta giusta. Ho fatto semplicemente l’opposto di quello che facciamo sempre, fin da bambini. Una cosa bella ce la godiamo il più possibile. E la sprechiamo subito. Con questo sistema me la sono goduta davvero.

Ci ho messo un mese a riconoscere il ritornello.

Tre mesi prima di provare a canticchiarla.

Sei mesi prima di strimpellare tre accordi.

E ogni volta, giuro, mi veniva il magone e le lacrime.

In tutto questo tempo ho provato a immaginare le parole. Di che parlava? Non d’amore. Così a naso, parlava di qualche sfiga tremenda, in perfetto stile De Andrè. Di disperazione, di speranza, di rivalsa, di tradimento…

Sbagliavo, e alla grande. Parla di una storia d’amore tra un ragazzo e un’asina. Un ragazzo e un’asina!

De Andrè era completamente pazzo.  

In li Monti di Mola / Sui Monti di Mola

la manzana / la mattina presto 

un’aina musteddina / un’asina dal mantello chiaro 

era pascendi / stava pascolando

 

In li Monti di Mola / Sui Monti di Mola

la manzana / la mattina presto 

un cioano vantarricciu e moru / un giovane bruno e aitante

era sfraschendi / stava tagliando rami

 

e l’occhi s’intuppesini / e gli occhi si incontrarono

cilchendi ea ea ea ea  / mentre cercavano acqua

e l’ea sguttesida / e l’acqua sgocciolò dai musi 

li muccichili cù li bae ae ae / insieme alle bave

 

e l’occhi la burricca aia / e l’asina aveva gli occhi

di lu mare / color del mare

e a iddu da le tive escia / e a lui dalle narici usciva

lu Maestrale / il Maestrale

e idda si tunchià / e lei ragliava 

abbeddulata ea ea ea ea / incantata

iddu le rispundia / lui le rispondeva

linghitontu ae ae ae ae / pronunciando male 

 

Oh bedda mea / Oh bella mia

l’aina luna / l’asina luna

la bedda mea / la bella mia

capitale di lana / cuscino di lana

oh bedda mea / O bella mia

bianca foltuna / bianca fortuna

 

Oh beddu meu / O bello mio 

l’occhi mi bruxi / mi bruci gli occhi

lu beddu meu / il mio bello

carrasciale di baxi / carnevale di baci

lu beddu meu / oh bello mio

lu core mi cuxi / mi cuci il cuore

 

Amori mannu / Amore grande 

di prima ‘olta / di prima volta

l’aba si suggi / l’ape ci succhia 

tuttu lu meli / tutto il miele

di chista multa / di questo mirto

 

Amori steddu / amore bambino

di tutte l’ore / di tutte le ore

di petralana lu battadolu / di muschio il battacchio

di chistu core / di questo cuore

Ma nudda si po’ fa nudda / Ma nulla si può fare nulla

in Gaddura / in Gallura

che no lu ènini a sapi / che non lo vengono a sapere

int’un’ora / in un’ora

e ‘nfattu una ‘ecchia / e sul posto una vecchia

infrasconata fea / nascosta tra le frasche

piagnendi e figgiulendi / piangendo e guardando

si dicia cù li bae / diceva fra sé con le bave alla bocca

 

Beata idda / beata lei

uai che bedd’omu / mamma mia che bell’uomo

beata idda

cioanu e moru / giovane e bruno

beata idda 

sola mi moru / io muoio sola

beata idda

ià ma l’ammentu / me lo ricordo bene

beata idda

più d’una ‘olta / più d’una volta

beata idda

‘ezzaia tolta / vecchiaia storta

Amori mannu / Amore grande 

di prima ‘olta / di prima volta

l’aba si suggi tuttu lu meli / l’ape ci succhia tutto il miele

di chista multa / di questo mirto

 

Amori steddu / amore bambino

di tutte l’ore / di tutte le ore

di petralana / di muschio

lu battadolu /  il battacchio

di chistu core / di questo cuore

E lu paese intreu s’agghindesi / Il paese intero si agghindò

pa’ lu coiu / per il matrimonio

lu parracu mattessi intresi / lo stesso parroco entrò

in lu soiu / nel suo vestito

ma a cuiuassi no riscisini / ma non riuscirono a sposarsi

l’aina e l’omu / l’asina e l’uomo

chè da li documenti escisini / perché ai documenti risultarono

fratili in primu / cugini primi

e idda si tunchià abbeddulata ae ae ae ae / e lei ragliava incantata ea ea ea ea

iddu le rispundia linghitontu ae ae ae ae / lui le rispondeva, pronunciando male ae ae ae ae.

Cosa sono i Monti di Mola? Su internet leggo: “Così era anticamente chiamata l’attuale Costa Smeralda”. Tanto basta per farmi amare ancora di più questa canzone. Sentite che suono meraviglioso, Monti di Mola, rispetto a Costa Smeralda. Uno è un nome vero, ritmico, duro. L’altro un cartellone pubblicitario. Mi vergognerei come un ladro a dire “Vado in ferie in Costa Smeralda”. Ma se andrò qualche giorno in maggio, sui Monti di Mola, sarà tutta un’altra cosa. E magari canterò Monti di Mola con mia figlia Rebecca alla seconda voce. Lei non piange quando la ascolta. E, dannazione, impara i testi sei volte più rapidamente di me. Matteo Rinaldi 

febbraio 8th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti