Parigi, l’Italia della porta accanto

Impressioni di un provinciale nella Ville Lumiere. Ci crediate o meno, non c’è solo il salone nautico

Le bici “prendi e vai” del Comune. Da bravi nordici, i parigini l’hanno dotata di uno strepitoso cambio Shimano Nexus nel mozzo  e di un parafango tipo Citroen d’epoca. Da bravi latini, anche di un lucchettone che nemmeno Fantomas saprebbe scardinare.

Sette flash su Parigi d’inverno con umore variabile quanto il tempo.

7. L’arrivo è grigio. Anche una grande città può lasciarti indifferente. Ho poco entusiasmo per tutto il primo giorno e parte del secondo. Sì, va bene, le luci. Ma che spreco però. Sì, certo, l’architettura. Ma Londra è meglio. Poi, finalmente, comincio a sentirmi un coglione e mi scuoto. Come si fa a camminare per Parigi con la faccia di uno che cammina per Alte Ceccato? Raduno le figlie e propongo un patto: “Ragazze, abbiamo un altro giorno e mezzo da vivere qui e lo dobbiamo sfruttare. Dieci punti a disposizione per ognuno: vince chi ne perde meno. Un punto di penalità per ogni muso lungo, un punto per ogni no, due punti per ogni lamento. Obbligatorio essere sempre positivi e propositivi. Obbligatorio affrontare con il sorriso ogni richiesta. Obbligatorio mostrare entusiasmo sempre e comunque, anche se il 18 barrato Parigi-Montmartre ti schizza addosso un’intera pozzanghera”.

6. Il resto è molto meglio. Da qui in poi Parigi diventa Parigi. Non importa se i dialoghi diventano surreali: “Oilà Giuditta, mi hai rovesciato la cioccolata bollente sui calzini. Wow, dovresti stare cortesemente un pochino più attenta. Intanto prendi questo bacione!” 
“Certo papi, scusa. Ah è veramente fantastico questo museo del Wi-fi analogico: se e quando ti annoierai, avrai il piacere di visitare dodici negozi di abbigliamento femminile assieme a noi. Certa che questa prospettiva ti riempie di gioia”.
Ci crediate o no, solo così Parigi diventa Parigi.

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La pianta della metropolitana di Parigi sembra la mente di un uomo di sinistra in queste settimane.

5. Il Louvre non è il Louvre. Il mio Louvre è una mostra gratuita nel sottosuolo. Niente Gioconda, niente Belfagor. La scelgo perché è l’unica senza fila all’ingresso. Entriamo titubanti e sospettosi (“Ah ah, avanti ragazze, c’è sicuramente di che entusiasmarsi!”) ma è piacevole e ce la godiamo per un’ora. Al momento di uscire, sorpresa: la fila formatasi nel frattempo si snoda a perdita d’occhio: esce dalla sala, si avviluppa attorno al palazzo, sparisce nel buio. La mostriciattola che abbiamo appena visto diventa una mostruosa. Siamo inorgogliti. Da raccontare ad amici e parenti: “Assolutamente imperdibile: un chilometro di coda davanti al Louvre!”

4. La Vespa non è la Vespa. Una ragazza in Vespa mi sfreccia davanti, silenziosissima, mentre mangiamo in un locale con vista strada. La Vespa è in panne, trainata via cavo da un’altra moto. Nel traffico di Parigi non è la cosa più semplice del mondo. In Italia non l’ho mai visto fare. Sarà che le nostre Vespe vanno sempre. Sarà che io ho le sempre spinte, le mie moto in panne: la mia prima Lambretta, la mia seconda Lambretta, la mia terza Lambretta. Se provavi a legarla la Lambretta, s’imbizzarriva e ti mordeva il polpaccio.

3. Le bellezze rare non sono così rare. “Ci sono un sacco di belle ragazze e più ancora bei ragazzi” mi fa notare Sandra. Vero. Eppure non ho mai accettato l’idea che nelle grandi città ci siano persone più gradevoli che nei borghi montani. Faccio due conti. Secondo me una bellezza ogni cento persone la trovi ovunque, dalla Terra del fuoco alla Siberia. In una giornata a spasso per Parigi tra piazze, strade, metrò, musei e locali incrocio circa mille persone: fanno dieci bellezze al giorno, esattamente l’uno per cento. Quante persone vedo a Vicenza? Cinquanta al massimo, in una giornata. Fa una mezza bellezza. I conti tornano. Anche camminando col muso lungo per Alte Ceccato (venti persone al giorno) incontro una diva al mese.

La torre Eiffel. So che non dice niente, ma va inserita per contratto in ogni post su Parigi.

2. La périferìe dal treno non è periferia. Anche le fabbriche francesi mostrano il retrobottega alla ferrovia e truccano la facciata che dà sulla strada. Anche le fabbriche francesi sono brutte e disordinate. Ma ci sono due grandi differenze. Le zone industriali hanno un inizio preciso e una fine, come le zone artigianali e residenziali. E soprattutto: tra una fabbrica e l’altra c’è sempre un campo da calcio di distanza. Respiri. Da noi c’è al massimo il corridoio del guardalinee. 

1. La cosa migliore è la linea fucsia del metrò. L’unica cosa difficile è distinguerla dalla rosa, dalla viola e dalla ciclamino. Parte sottoterra poi, a sorpresa, sbuca all’aperto. Sette minuti e torna nel sottosuolo. Esce di nuovo: altri sette minuti d’aria e si torna sotto fino al capolinea. Nel quarto d’ora all’aperto ci si arrampica su un viadotto incastonato tra le case. Pare la New York del Braccio violento della legge. Così vedi tutta la città dall’alto, passi due volte la Senna, sfiori la torre Eiffel e soprattutto entri senza bussare in case e uffici dei parigini. Quasi tutte senza tende. È questa la differenza più evidente con l’Italia. L’altra differenza sono i vetri del metrò: puliti come i vagoni. Non è che non li sporchino, come pensano molti italiani autoflagellanti. Anzi. Alla stazione di Edgar Quinet leggo che “Una squadra del Comune passa, ogni mattina, vagone per vagone, a cancellare migliaia di scritte e graffiti”.

Matteo Rinaldi

dicembre 22nd, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 0 Comments

Smascheriamo i velisti truffatori

In barca si può vivere? La risposta è no. La prova dall’analisi scientifica delle foto apparentemente felici di una coppia in crisi

Nella ridicola foto di apertura: l’immagine che tutti avete della vita in barca a vela. Ecco perché è un volgare falso

Rilancio un post già segnalato da velablog che merita di essere letto e riletto da chiunque abbia mai espresso il desiderio di trascorrere in barca a vela più di un fine settimana. Lo scrivono Valeria e Marco, una coppia toscana (meglio: livornese) che ha mollato tutto e abita su una vela targata Roma. Il post s’intitola “Com’è vivere su una barca a vela” (rubrica “Vita di bordo”). Prima leggete, poi tornate qui. 

Consideravo Valeria e Marco due fenomeni, oltre che due ragazzi simpatici, geniali e gloriosi. Dal suddetto post scopro che vanno oltre: la loro casa non è nemmeno ormeggiata in banchina. Questi due pazzi non vivono saldamente legati a un solido pontile, per stare almeno fermi e tranquilli quando c’è brutto tempo. 

Costoro vivono legati a una bitta, a un corpo morto, a una boa. Insomma, non ricordo il termine giusto ma il senso è questo: stanno semplicemente appesi. Basta un po’ di corrente, di vento, di onda perché la barca non stia mai ferma. Mai.

C’è di peggio. Per scendere a terra, spedire un vaglia, comprare una crostata, ricevere la raccomandata della Rai che vuole i soldi del canone, fare due passi devono prendere il cannotto oppure chiamare un elicottero.

Il post è scritto benissimo e le istruzioni sono semplici e precise. Millantano che bastano passione, amore e sacrificio per superare ogni difficoltà. Mentono! Purtroppo per loro infatti – ma per nostra fortuna – corredano il pezzo con due foto che sono la prova più chiara e convincente della loro farsa. Si guardano bene dal commentarle: faccio io chiarezza e giustizia per conto loro.

Foto uno: Valeria è una bella ragazza (vedi le foto scattate a terra, quando riassume l’aspetto umano), una che vedi e pensi “Però! Ci vado anch’io in barca!”. Poi guardi questa immagine e se mai esiste del romanticismo lo devi cercare sotto lo zerbino (in barca gli zerbini sono tremendi). La foto probabilmente l’ha scattata il compagno all’indomani di una litigata sanguinaria: la faccia pare gonfia di sonno, la pelle bianca ed esangue  per l’umidità, il freddo, l’immobilità.

L’abito (una vestaglia, spero) sarebbe apparso datato perfino alla bisnonna Erminia. Il pastone che sta tristemente ribollendo sulla pignatta non profuma di zuppa alla Vissani – si sente benissimo – ma di pappa al pomodoro alla Rita Pavone. Guardate meglio: scoprite che per la mancanza di spazio Valeria è costretta a mischiare con i gomiti appoggiati ai fianchi. Provate, se riuscite. Non c’è un centimetro libero per appoggiare uno spillo.

Sul tavolo accanto si prendono a gomitate un telefono, un mouse, un computer e altri oggetti non identificati: probabilmente il cesto della biancheria, il Devoto-Oli di italiano-latino e il vaso Ming regalato da zio Fester. Tutte le finestre sono aperte ma l’odore di zuppa in camera da letto (camera si fa per dire) persisterà per settimane. Scusa amore, mi passi uno spicchio d’aglio? No cara, sono incastrato tra le bombole e gli asciugamani. Prendilo da sola, è sotto al sacchetto delle pinne, giusto tra i pezzi di ricambio del generatore e le statuine del presepe, accanto ai calzini da lavare

Per fortuna basta chiudere gli occhi e annusare: c’è un buon odore di salsedine, di pesce triste, di caffè bruciato, di sentina. Almeno potesse stare un po’ da sola, Valeria. Macché, c’è questo dannato imbecillo che la importuna con la macchina fotografica. 

Beh, potete sempre uscire per stare un po’ da soli. Vi basta prendere il canotto – ci sono tre centimetri d’acqua all’interno perché ha piovuto – e andare al negozio, a piedi, a sei chilometri di distanza. Tanto non avete niente di meglio da fare: piove ancora.

Foto due: bella vero? Macchè bella, ragionate prima di dire sciocchezze. Per andare in cima all’albero non basta la passione per la fotografia. Se Marco è andato lassù la ragione è lampante. Non ne poteva più di quella donna al suo fianco, della tremenda vestaglia verde a fiori, dell’aglio, del mouse, della zuppa alla Rita Pavone. Questa è la tristissima realtà: finite in cima all’albero per stare un po’ da soli, per scappare, per sentirvi finalmente lontani dalla barca, da lei, da voi. E il bello è che nemmeno ci riuscite. Guardate bene la foto: chi c’è in pozzetto col naso all’insù? C’è Valeria. Valeria che guarda e urla: “Oh grullo, quand’è ‘he tu pensi di scendere? Rihordati che devi riordinare le ‘huccette! Devi spengere il generatore! Sta a te oggi di passare l’aspirapolvere! Oh, è venuto ‘huello della Rai: hai deciso ‘hosa si fa col hanone? Guarda che hai quasi huarant’anni. Quand’è che la finisci di fare il hretino lassu? Guarda…“ 

Due foto sole, ed erano le migliori. Immaginate le altre, quelle che non hanno nemmeno il coraggio di guardare da soli, quelle in cui sono davvero tristi, depressi, incazzati. Immaginate, pregate per loro e tenetevi stretta la casa, il cane dei vicini e le code sulla tangenziale.

Matteo Rinaldi

Valeria e Marco, un abbraccio. So per certo che avete il sense of humor di tutti i toscani. Ho scelto voi per festeggiare: questo mio sito oggi ha un anno esatto di vita. Auguri!

PS: in occasione del vostro compleanno invece, sarà mio dovere donarvi una magnifica vestaglia rossa erotismo.

dicembre 18th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 11 commenti

Una nuova rubrica: chi non compra campa

Dal primo gennaio apro una nuova rubrica: come vivere una decrescita serena e felice. Questo pezzo è perfetto per alzare il sipario.

Nella foto: l’America in recessione negli anni trenta. Radio Rai oggi ha discettato un’ora sulla differenza della percentuale d’inflazione tra l’Italia del 2009 e gli Stati uniti di allora. La paura della crisi raggiunge già livelli da comica.

Secondo me la crisi, un po’, ci fa bene. A me, che sono sostenitrice da un pezzo dell’opportunità di una piccola decrescita felice nel mio piccolo, sembra che finalmente abbiamo la possibilità di accorgerci che la crescita del pil non è mica la cosa più importante della vita. Mi fa abbastanza schifo sentire che adesso, per superare il momento, bisogna che mi fiondi in un centro commerciale e compri qualcosa, qualunque puttanata, basta che compri. Mi sembra che sia come dire a uno che ha mal di stomaco perché si è imbottito di farmaci che è il caso di imbottirsi di farmaci contro il mal di stomaco. Ecco, sì, a me fa questo effetto.

Adesso, per dire, è natale e mezza Italia si sta angosciando all’idea di doversi (doversi, ho detto) sputtanare uno o più stipendi in cose di cui non ha bisogno. Io sono evidentemente stupida, ma non riesco a capire perché. Forse sono un animale strano, probabilmente vengo da un altro pianeta, ma non sento la necessità di comprare un bel niente, se non una cosa per i miei bambini, che detto tra noi se la meritano alla grande. A mio marito compro un regalo solo perché lui, invece, pensa che la crescita del pil sia fondamentale, se non gli faccio un regalo si offende e io non ho voglia di litigare. Con mia madre e le mie sorelle non ci facciamo regali natalizi da quando siamo entrate nell’età della ragione.

Tutto questo non ha niente a che vedere con la taccagneria. Anzi a me piace fare ragali quando i regali hanno un senso. È il concetto dell’acquisto fine a se stesso che non condivido e a Natale l’acquisto è fine a se stesso.
Io, per me, regali non ne voglio. Non mi serve niente. (Beh, confesso che se mi regalano un libretto, però, lo apprezzo).

Quindi, in sintesi, la causa della crisi sono io in persona. Non compro, non chiedo agli altri di comprare per me. Il costo del pane non mi tange perché un chilo di farina a un prezzo accettabile lo trovo e con un chilo di farina ci faccio una pagnotta che mi dura una settimana o quasi. Il lievito lo nutro amorevolmente a questo scopo. Certo che devo fare la fatica di impastare.

Se andare a mangiare la pizza in 4 costa 40 euro (ma solo perché i miei figli fanno a metà) con 40 euro sfamo un reggimento con la pizza del mio forno. Malissimo che vada mi compro un alberello di pomi da mettere in giardino e malissimissimo che vada vorrà dire che pianto anche i pomodori (al momento l’orto è un argomento che tratto con abissale ignoranza, ma all’occorrenza posso ingegnarmi).
E’ possibile che in caso di crisi uno debba rinunciare alle vacanze. Tutte. Ok.

E’ anche possibile, però, che in caso di crisissima uno cominci a dare il giusto peso alle necessità. Io al momento non so quale sia il giusto peso. Sono certa al 100% di essere tra i privilegiati che dalla recessione possono imparare qualcosa e sono anche certa che i privilegiati siano la maggioranza. Restano gli altri, quelli che veramente devono arrabattarsi per sopravvivere.

Mi piacerebbe pensare che in caso di necessità potremmo ricorrere al mutuo soccorso. Mi piacerebbe l’idea che, disabituati alla rincorsa della felicità commerciabile, si ricominciasse a godere di qualcos’altro e che anche le persone riacquistassero un valore. Non parlo del genere umano come entità teorica: penso ai vicini di casa, alla famiglia, agli amici. Mi pare che nei racconti dei miei nonni ci sia stato un tempo in cui quando uno era più sfigato di te trovavi il modo di dargli una mano. Anche se avevi tu stesso delle vistose pezze al culo.

Sì, ho deciso, è l’ultima chance. Se non ci salva la crisi vuol dire che siamo irrecuperabili.

dicembre 17th, 2008 - Posted in Chi non compra campa | | 4 commenti

In treno le ragazze sono tutte bellissime

Senza sottotitolo, senza foto e probabilmente senza senso. Oggi va così.

Scrivo sul regionale serale Milano-Venezia di domenica 14 dicembre, stanco morto, a stomaco vuoto e con un verdana corpo 9 perché una ragazza sul sedile accanto fa la gnorri però sbircia. Con un corpo 9 non riuscirebbe a leggere nemmeno un falco. Purtroppo nemmeno io. Chissà cosa sto scrivendo. Sono quasi sicuro che la ragazza è dell’est. Meglio passare in corpo 8. Col corpo 8 non legge neanche una del Kgb.

Avevo pagato il lussuoso euro star delle sette e dieci ma l’ho perso. Poco male: un altro eurostar mi attendeva alle otto e dieci. Perso anche quello. Mi è rimasto questo regionale, catturato al volo con la complicità di un capotreno gentiluomo che mi ha abbonato l’indispensabile coda in biglietteria per il cambio del biglietto.

Quanto ci mette un regionale da Milano a Vicenza? E soprattutto: come può esistere un regionale che fa l’interregionale? Intanto cerco posto tra un festival di viaggiatori. Siedo vicino alla ragazza dell’est (è dell’est perché non capisco una sillaba di quel che dice all’amica di fronte e perché il look parla per lei: stivali da cowboy sopra i jeans, braccia conserte, foulard a fiori, borsa ampia in similpelle azzurra, telefono Nokia di mezza età, portachiavi a moschettone e un naso tutt’altro che bello ma portato a testa alta. Solo le russe portano un naso sbilenco a testa alta fino a farlo apparire bellissimo). 

Di fronte un ragazzo col cellulare che parla mentre mi siedo, continua mentre partiamo, non smette fino a Brescia, parla mentre scende. Parla dolcissimo: una parola a bassa voce ogni trenta secondi. Immagino con la ragazza. Ha occhi bellissimi. Che tariffa ha per parlare un’ora senza accenni di ansia? Lo fisso. Lui ricambia, senza cambiare espressione, spiazzandomi. Devo togliere lo sguardo per primo. Lo sfido di nuovo. Lui ricambia e mi ripiega. Dubbio: sto diventando gay? Credo di no. Spero.

A Desenzano sale una tipa stile modern punk. Ha capelli rossi, scarpe slacciate e sguardo da dura. Neanche ci provo a fare la battaglia degli sguardi con questa. Legge un librone gigantesco, con trasporto, senza perdere la faccia da dura. Dalla copertina sembra un libro d’arte, di quelli da trecento euro in su. Begli occhi, scuri, decisi. E tre.

A Peschiera sale una coppia inquietante. Lei pare una sedicenne, bionda, occhi chiarissimi, colori che fanno sembrare sobrio l’intero vagone. Ha stivaletti grigi a punta, pantaloni verdi, maglia fuxia, gilet nero con scacchi gialli e strisce arancio-marrone-azzurro-lillà e altri dodici colori che non saprei neppure nominare.

Lui è l’incrocio tra Vasco Rossi e Stefano Benni. Ma ha preso il peggio da entrambi. Capelli sale e pepe lunghi e unti. Pancetta prominente. Stivaletti alla caviglia. Maglia girocollo. Un odioso amante nostalgico con trent’anni di differenza.

La russa-ucraina, che si era addormentata a Brescia, si sveglia. Ha occhi bellissimi anche lei. Gareggia con la punk, il telefonista, la biondina.

L’I.Pod, che ha vita e anima propria, mi spara musica irripetibile. Arriva Day is done di Nick Drake e devo smettere di guardare, di scrivere, di pensare.

Vicenza si avvicina e Bowie canta Young americans. Non resisto più. Devo alzarmi e sbirciare le letture della punk. Fumetti! Tutto si chiarisce: temevo fosse la Divina Commedia illustrata da Dorè. Spengo di nascosto l’I.Pod e origlio il dialogo tra la biondina e Vasco Benni. Ma quali amanti. Parlano della zia Roberta. Quasi quasi sorrido a lui, per scusarmi. 

Vicenza. Saluto le ucraine con un buon viaggio corredato da un sorriso che mi riesce perfettamente. Loro ricambiano con un sorriso ancora migliore. Scendo, finalmente. Fra parentesi: a me il colore degli occhi non fa nessun effetto. In treno le ragazze sono tutte bellissime.

Matteo Rinaldi

dicembre 16th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Saloni parigini e soloni all’italiana

Venti righe in più sul Salon Nautique d’oltralpe. E su quelli di casa nostra

Nella foto: il manifesto del salone francese. Fingete di ignorare la grafica del tatuaggio con l’ancora a torre Eiffel

Dimenticavo. Tra i cantieri che a Parigi presentano barche umane c’è anche Archambault, con i suoi Sprinto e Surprise. Belli, filanti, costosissimi. Paiono barche che pretendono un look da velista perfetto. Se provi a salire vestito normale cappottano da ferme.

Non dimentico. Al salone parigino tornerò tra un paio d’anni, con più tempo e l’obiettivo di salire su tutte le barche, masticare le scotte, appisolarmi sulle cuccette, arrampicarmi sugli alberi. Una vera recensione di barche dovrebbe partire da qua. Si entra in ogni cabina e si vota a stelline. Mentre sei disteso ti viene in mente Marylin Monroe: cinque stelle. Ti viene in mente la cripta di Dracula: una. Poi si maneggiano tutti i timoni, si testa ogni wc, si stramba su ogni boma, si cucina la pasta su ogni fornello. Vi sembra così complicato?

Infine i voti speciali: in quale barca si porta meglio il timone col piede scalzo e le mani dietro alla schiena? Quale boma provoca meno escoriazioni quando lo centri con una testata? Da quale pulpito riusciresti a tuffarti con l’eleganza di Uma Thurman in Kill Bill 2? In quale bagno potresti asserragliarti senza pensare alla Thurman quando, nello stesso film, viene sepolta viva?

Indimenticabile. Ai saloni italiani non vale la pena di tornare. Però val sempre la pena di rivedere le città che li ospitano. Del salone di Genova l’unica cosa meritevole è Genova. La città è mirabellissima e vanta la più bella canzone dedicata a una città italiana, Genova per noi di Paolo Conte. È vero che parla poco di Genova, ma i genovesi mica se la sono presa. Anzi. Anche per questo i genovesi sono un ottima ragione per andare a Genova.

Dimenticabile. Anche al salone di Venezia vado per Venezia. Non importa se ci sono stato il giorno prima per lavoro. Devo farmi perdonare quella volta che, scazzato studente di architettura, abbandonai stanco del treno, della materia e di una città sempre piena di turisti, di code, di strettoie. La pensavo proprio così, pensa te che imbecille.

Memorabile. All’ ultimo salone veneziano però ho visitato le barche della Marina militare e della Guardia Costiera. La G.C. è quella cosa con cui ti terrorizzano durante il corso patente: “Pericolosissimi! Multano anche se ti manca il disco orario nautico! Fanno imboscate! Torturano! Rapiscono le donne!”. Al Salone sono stati gentilissimi. Io per sicurezza mi ero portato la patente nautica e pure il disco orario. Invece ci hanno trattato benissimo e fatto visitare le barche con tutta calma. Senza neanche farci togliere le scarpe.

Matteo Rinaldi

dicembre 11th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Parigi val bene una gassa

Vi spiego perché i francesi, battibilissimi a calcio, ce le daranno sempre a vela. Dal vostro inviato al Salon Nautique de Paris 2008!

Rapporto tra vela e motore ai saloni italiani di Genova e Venezia: uno a dieci. Al salone di Parigi: dieci a uno. Inoltre a Parigi trovate: a) barche umane; b) donne vere; c) opere vive!

C’è il Salone Nautico a Parigi e guarda caso, a Parigi ci sono anch’io. Mi ritaglio mezza giornata e vado. Il bello di Parigi e di tutte le città con una grande metropolitana è che nessun luogo è lontano. Per andare al Salone di Genova o di Venezia devi prenderti una giornata anche se sei un camallo o un gondoliere. Per arrivare al salone di Parigi bastano un euro e dieci minuti. Sei subito all’ingresso del Paris Expo – Porte de Versailles e già ti chiedi cosa hai sbagliato. Al tuo fianco, invece che lupi di mare trovi cavallerizze in sella a cavalli bretoni.

Avrò certamente capito male l’indirizzo. È che io il francese non lo parlo proprio: tutta la mattina che mi chiedo se “Porte de Versailles” significa Porto oppure Porta. Perché io di porti in effetti non ne ho mica notati. Intanto resto in fila, che non si sa mai. Hei, chi è che mi batte sulla spalla?

Excuse moi, monsieur Maccaronì: que fait impalè? È la cavallerizza che mi redarguisce perché sto ostruendo il passaggio. Come dice Lady Oscar? Cosa mi sta indicando? Ah, uì, mercì, comprì! La fiera qui è mica come da noi. Scopro che al Paris Expo ci stanno dentro quattro fiere diverse, contemporaneamente: la fiera di barche, una di cavalli, una di piscine e un convegno internazionale di commercialisti. Il mio francese, penso mentre cerco la biglietteria, è peggio di quello di Totò. Ma questo e altro per la vela. Allez enfant de la patrie!

Excuse muà, le biliet pur le salòn de le imbarcasiòn? La cassiera mi guarda stranita. Ma io sono un maestro di comunicazione, ci vuol altro per fermarmi. A gesti, disegno in aria una grande randa allunata, poi un fiocco autovirante, poi uno spinnaker. Lei scuote la testa. Provo con una randa più tradizionale. Niente. Mi sa che è colpa dell’autovirante. Perché cerco sempre le vie più difficili?

Allora provo con le associazioni di idee: “Calm, Je recominsc: allòr, Je sui Catherin Denevue… Ops, pardon! Retromarsc!”  Chissà perché le uniche frasi sensate che mi sovvengono sono Je sui Catherin Denevue e Vule vù cuscià avec muà, come diceva Amanda Lear in una celebre canzone.

Daccap. Vulevù dir: Je sui un enfant de la tèr de Cristofor Colomb, de Pigafetà! Je sui un amic fratern de Soldinì, le solitair navigatur…” Auf, finalmente ha capito. S’illumina, esce addirittura dal botteghino e mi accompagna di persona. Ah, il potere di Colombo e Pigafetta. Mi indica la porta giusta ed eccomi finalmente al salone.

Altro che salone, sono finito al convegno dei commercialisti! Neanche un po’ di fila, parecchie donne, nemmeno un pazzo vestito da regata. E poi un biglietto dal costo umano, entrata gratis ai minorenni, niente assalto di pubblicità. Devo fuggire subito prima che mi intorpidiscano con aliquote Iseb e Irap d’oltralpe. Ma no, ci sono le barche, non sono commercialisti. È proprio il salone della vela. Senza code, con donne e bambini. Manca solo il mare, a Parigi. Ma quasi quasi è meglio così.

In mancanza del mare, tutte le barche arrivano al salone su camion. Decine e decine, un invasione terrestre in piena regola.  

Opere vive e opere storte. È meglio davvero. Le barche riempiono l’enorme salone e vengono sistemate in modo che tu possa vederle sopra, sotto e dentro. Posso finalmente scoprire dov’è il buco del solcometro del First 217, perennemente intasato dallo sporco. La prossima volta mi tuffo, lo libero e faccio un figurone.

Excuse moi monsieur, cosa fa col dito nello scarico del water del mio volieur?” Dannazione alle opere vive! Proseguo sotto gli scafi in bella vista, prendo l’elicata di un 40 piedi nel cranio e comprendo in un istante il principale vantaggio dell’elica abbattibile. Le pale si piegano come foglie al vento! Avessi avuto tre giorni invece che tre ore potrei raccontarvi la differenza tra le curve delle carene. Vado a vedere la parte superiore, invece.  

Barche umane, accoglienza immane. In due ore ho visto l’intera gamma Jeanneau, Beneteau, Harmony e buona parte dei cantieri francesi, catamarani compresi; i poderosi Bavaria, gli ammericani Hunter, un Nauticat 33 che ne valeva sessantasei, stormi di J Boats, Poncin, Gran Soleil. Ma mica potevo passare la mattina dedicando trenta secondi a barca.

Così mi sono concentrato sulle piccole. Il Jeanneau Sun 2005, un sette metri con motore entro o fuoribordo con il suo bel bagnetto, un gavone dove ospitare comodamente uno dei cavalli dell’altro salone e quattro cuccette dove ospitare comodamente una delle cavalleriz… Hem, non perdiamoci in quisquilie. Vi interesserà invece sapere che in questo modello la cucina è stata spostata: non più nella fiancata ma proprio sopra la scaletta, in modo che l’odore e il calore del cibo si disperdano più facilmente dal tambucio. Come dite, preferivate parlare delle cavallerizze?

Non dominano solo i cantieri classici: ho messo il naso in almeno quindici modelli di barche umane (tra i cinque e gli otto metri) che andavano dal Tofinou – mica tanto umana per la verità: costa come un reattore – al Blu Djinn del Cantiere B2 Marine e  tante altre, tutte realizzate sull’onda del First 210, dell’Etap 21 e del Sun 2000. Forse perché è più comodo ispirarsi ai classici, forse perché è la formula vincente per ottenere il massimo con una spesa accettabile. Unica novità di rilievo in questo segmento: sempre meno bagni con sfogo a mare (tenere o servirsi del bugliolo), ma più attenzione alle piccole comodità.

Una novità da pochi euro ma eccellente è la nuova battagliola in tela, che oggi montano su parecchie barche: invece del cavo in acciaio ricoperto di gomma che ti frigge la schiena, puoi appoggiarti su cinque centimetri di morbidezza quando sei al timone, alle manovre o in relax. Ci voleva tanto?

Donne, bambini, famiglie e caviglie. L’ultima grande novità del salone parigino è la quantità di famiglie che salgono e scendono dalle barche senza inciampare, senza prendere testate e senza fare scenate isteriche. Hanno la faccia di gente che in barca ci va e si diverte, senza litigare. 

Al salone parigino puoi cimentarti nel surf in un mare ricostruito con getti d’acqua. E puoi imparare a veleggiare con un simulatore di barca che risponde ai tuoi comandi piegandosi sopra e sottovento. Se sbagli manovra, scuffi violentemente al suolo. Scherzo!

Donne e derive, uomo alla deriva. A occhio e croce le donne francesi vanno a vela più delle italiane. Molte si fermano nell’ampio spazio dedicato alle derive, che i francesi amano particolarmente vista la quantità di cantieri artigianali presenti con proposte fuori dal comune: pedalò a vela, canoe al terzo, vele sommergibili, fiocchi autoreggenti, spinnaker omeopatici, timoni idrosolubili. 

Tiro le somme: sette più. Si potrebbe far meglio, certamente. Ma si può anche far peggio. E per ispirarsi, i nostri saloni vanno benissimo. Mi tengo l’otto per un salone dove non solo ti lascino entrare nelle barche, ma ti spingano dentro, ti obblighino a toccare i materiali, annusare i legni, smontare viti e bulloni. Nove al salone che mi farà salire su un Hallberg Rassy senza prenotarsi sei mesi prima, come per il Nauticat parigino. Utima annotazione: finitela di mettere sventole alte un metro e novanta a presidiare le barche fingendo che siano veliste. Con quella stazza lì prenderebbero quattro bomate a uscita e si darebbero ad attività ben più intelligenti. Lasciate le vele a noi umani alti al massimo un metro e 75.

Matteo Rinaldi

dicembre 9th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Mettiamo i puntini con Marco Paolini

Una breve per chiarirmi le idee: perché P. mi piace nonostante una scrittura fuori dalle regole di buona educazione
Non mi sono spiegato bene nel post di ieri. Volevo dire che Paolini scrive benissimo, ma non nel senso tradizionale. A confronto con alcuni tra i miei contemporanei preferiti:
non ha la grinta letteraria di Rumiz;
non ha la verve giornalistica di Stella;
non ha la sintesi fulminante di Maltese;
non ha la rotondità chimica di Gramellini;
non ha la chiarezza disarmante di Serra.
Ha invece una genialità strabordante ma disordinata, disarmante e fulminata, ruspante e profonda, intuitiva e visionaria. A un lettore isterico come me fa confusione. Lo leggo e mica lo capisco. Mi sento come il fabbro lombardo che cercava di tradurre quel che gli spiegava quello strano tizio, di nome Leonardo (pare arrivasse da Vinci) raccomandatogli dal signor conte. Devo rileggere due volte come minimo. Colpa mia o colpa sua? Mah. Mi sa che è sua.
Trascrivo una frase, rispettando spazi e punteggiatura, per vedere se sbaglio. Fa parte del capitolo introduttivo di Bestiario italiano, in cui spiega le logiche del testo.
“Infine un’avvertenza: abbiamo provato a rispettare l’andamento delle parole così come le racconto nel testo teatrale, certe parti le abbiamo impaginate con degli spazi esagerati che vi costringeranno a saltare qua e là sulla pagina, provate a leggerle a qualcuno a voce alta e forse il ritmo verrà fuori altrimenti pazienza: abbiamo peccato di presunzione.
Ma mi piacerebbe che si sentisse la musica che  sta sotto il testo. La musica è essenziale almeno quanto il lavoro sulle lingue, sui dialetti.”
A me non suonano le virgole dopo “testo teatrale” e “qua e là sulla pagina”, che dovrebbero essere punti. Sarò anche mona, ma leggere una cosa del genere è come bere un ottimo caffè e scoprire che c’è già lo zucchero. È buono lo stesso, però ditemelo.
A lasciarmi interdetto (sale al posto dello zucchero) è il capoverso che segue la frase “abbiamo peccato di presunzione“. Non è il posto giusto per un capoverso. Sarebbe come finire il primo tempo di un film mentre il cattivo spara al buono. Va a finire che perdo il filo e per capire devo rileggere una seconda volta.
Ciò nonostante mi piace più di tutti. E ora basta, che è quasi mezzanotte. Spengo tutto e vado avanti nella lettura. Devo finire di litigare con le virgole, riordinare i capoversi, schiaffeggiare i punti e virgola.
m.r.

dicembre 2nd, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti

Carta incanta

Rifugiato in libreria, scopro tre libri da prendere subito. Resisto e ne scelgo solo uno. Ecco come 

La libreria Galla, in pieno corso Palladio, è accogliente e luminosa. Peccato per la gigantografia di Bruno Vespa che ti molesta appena oltre l’ingresso.

Torno in ufficio dopo un’insalata volante e siccome fa un freddo cane mi rifugio nella libreria Galla lungo la strada. Non compro niente: ho tutto Bolina di novembre da leggere e manca solo una settimana al numero dicembrino. Inoltre ho tre libri in pausa che digrignano i denti ogni volta che passo.

Che vogliono da me? Non ho né rispetto né amore per i libri. Sono l’opposto dell’appassionato intellettuale di sinistra. Non dico nella misura in cui nemmeno sotto tortura. Ho addominali d’acciaio. Preferisco la televisione al cinema. Serve aggiungere altro?

Punto lo scaffale della vela: c’è un libro gigante sugli yacht d’epoca, 150 euro di foto splendide. Purtroppo è incellofanato, e conto sull’intervento di qualche ardito capace di strappare il cellophane per conto mio. Io non sono così coraggioso. Mai stato. Vent’anni fa volevo comprare Casanova, rivista patinata soft core dove trionfavano tette e culi, ma con grande signorilità. Aspettai fuori da un’edicola quaranta minuti per assicurarmi che non entrasse nessuno. Poi mi buttai. Dannazione! Dietro il bancone c’era una dolce signora tra i sessanta e settanta. Feci per uscire ma quella, gentilissima, mi fermò: “Desidera? Dica, dica pure.”

Raccolsi il coraggio e con un filo di voce chiesi: C’è Casanova per favore?  Lei sorrise (wow, temevo di essere cacciato a ombrellate), disse Certamente! e si diresse… Hei, ma dove va? Si dirige sullo scaffale sbagliato e comincia a cercare. “Dunque vediamo: Casabella c’è, Casaviva eccolo qua, Casa facile anche. Hum, Casanova però non lo trovo mica. Sa per caso l’editore?” Grazie lo stesso signora, non importa, buonasera. Ma vaff, acc, dannaz, malediz.

Nessuno ha ancora tolto il cellophane. Pazienza. Vago un po’ per scaldarmi quando vedo un dvd nuovo fiammante con uno spettacolo di Corrado Guzzanti. Anni che aspettavo un Corrado Guzzanti! Per me Il caso Scafroglia è stata la più bella invenzione televisiva dopo il Pinocchio di Comencini. Lo compro subito, a me immediatam…

Madonna, che altro vedo: la raccoltona di Cuore. Due metri più in là, sullo stesso scaffale, sbuca un librone fresco di stampa che raccoglie tutti i Cuore d’oro, quelli dall’epoca Craxi all’era Berlusconi.

Roba da mettersi a saltare di soddisfazione. Lì in mezzo c’è un indimenticabile numero che raccontava, in chiave satirica, l’evoluzione delle auto Fiat. Una vignetta sulla vecchia 600 Multipla: “Anziano operaio di Corso Marconi racconta: “Quanti compagni caduti: cappottava anche da ferma.

Lo compro, lo scansiono e poi lo copio su internet, come un pataccaro qualunque. Non posso negare certi capolavori alle giovani generazioni.

Ma poi vedo un terzo libro. Che mi toglie ogni dubbio. Cuore lo compro e Guzzanti pure. Ma non assieme. Ma non oggi. I piaceri vanno goduti uno alla volta, si diceva. La precedenza a questo: Bestiario Veneto, Marco Paolini.

Di Paolini ho letto il primo libro molti anni fa. Come mi succede con i dischi, alla prima lettura non mi era piaciuto. Rimandato a settembre: studia di più, che ne riparliamo. Alla seconda lettura un po’ meglio. Alla terza, conquistato: l’avevo capito, finalmente!

Ma in fondo è giusto così. Se lo scrittore fosse fulminante come l’attore, sarebbe troppo. Ciò ma chi situ ti, Leonardo da Vinci? Mochea! E prima de scrivar, tasi. 

Matteo Rinaldi

dicembre 1st, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti