Radio Londra nel mio I.pod

Con la scusa di un pezzetto sulla morte della radio commerciale vi propino un esercizio di dizione. Legenda: la “è” è quella larga di Bèllo!, la “é” quella stretta di pégno. Allo stesso modo la “ò” è quella larga di Pòdio, la “ó” quella stretta di bórdo. A meno che non siate toscani, come minimo ne sbagliate una su tre. 

foto: un’immagine mito della radio: il grande George Orwell ai microfoni della Bbc durante la Seconda guerra mondiale

A colazióne, quando  cucina, méntre lavóra, mia móglie ascólta Radio Venèzia. È una delle tante radio italiane in cui la chiacchiera è bandita: niènte programmi, niènte intratteniménto, niènte comménti. Costano tròppo e rèndono pòco. Perciò via cón ventiquattr’óre di musica e pubblicità. Ógni due canzoni tré spòt, sèi spot gratis dópo il notiziario e così via pér tutto il giórno.

Un po’ soppòrto, un po’ m’incazzo. D’accòrdo, c’è parécchia ròba ascoltabile. Ma anche raffiche di biagiantonacci e laurepausini. E allóra chièdo: “Cóme fai ad ascoltare quésta robaccia? Attacca l’Ipod – è pròprio lì di fianco! – e hai dièci giórni consecutivi di musica, nemméno un pèzzo uguale all’altro, capolavóri assoluti e meraviglie dimenticate”.

Lèi annuisce e ascólta soddisfatta capolavóri assoluti e meraviglie dimenticate. Pòi, appéna mi giro, spégne (anche spègne, ndr) l’Ipod e riaccènde Radio Venèzia.

Neanche me la prèndo. Pènso sólo che dièci anni fa la radio privata – la classica radio anni Ottanta e Novanta – avéva un sènso e un fine. Òggi, dópo due giórni di Radio Venèzia, scòpri che i pèzzi si ripètono tutti quanti, sèmpre uguali e sèmpre quélli. Ho più ròba io in dièci centimetri quadrati tascabili.

Il mio Ipod, uno dei milióni che tróvi in tutte le case, contiène più musica, più qualità, più bellézza di tutte le radio Venèzia délla penisola. Non còsta quasi nulla, non òccupa spazio e non ti propina spòt su mobilifici Ranpón e dentifrici Bighellón. Un qualsiasi nessuno dotato di computer e collegaménto internet potrèbbe diventare la Radio dei Sógni di migliaia di persóne.

Nessun problèma neppure per i nostalgici della pubblicità: con Garage Band, programma incluso gratuitaménte nel Macintosh, puòi creare véri e pròpri spòt mèglio che in studio di registrazióne. Al pósto del mobilificio Ranpón puoi pure pubblicizzare il gènio del tuo testón.

Méntre ci pènso guardo mia figlia che ascólta con la stéssa leggerézza il mio Ipod e Radio Venèzia. Che preferisca l’I.pod è sólo una mia piacévole illusióne.

Mattèo Rinaldi

febbraio 26th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments

Notti in braghe di vela

Dal resoconto di un’indimenticabile veleggiata: ecco perché di notte è meglio dormire

La visione di una vela di notte richiama atmosfere di pace e relax. In barca invece son tragedie

Volevamo fare Chioggia-Parenzo, la gloriosa traversata dell’Alto Adriatico a vela. Sarebbe stata la nostra prima traversata notturna. A essere sinceri sarebbe stata la prima traversata e basta, visto che mai ci eravamo spinti a più di trecento metri dalla riva. Forse per questo si pensava alla notte: meno si vede, meno c’è da aver paura.

Avevamo tutto: una barca trovata a noleggio; un equipaggio trovato a caso; tre giorni strappati alle famiglie; due patenti strappate alla Capitaneria. E ben tre comandanti in un colpo solo: io, Sandro e Andrea. 

Ma ecco il contrattempo. Poche ore prima di partire scopriamo di non avere il “certificato Rtf”, documento senza il quale la patente non vale un fico secco. Ci spiegano che per ottenerlo basta spedire un prestampato, una foto e un vaglia da 0,25 euro (giuro). Sembra uno scherzo ma non lo è. Italiani siamo.

Decidiamo di partire senza. Noi comandanti abbiamo un obiettivo piccolo piccolo: conquistare l’Adriatico. Filippo e Davide (l’equipaggio) uno enorme: rilassarsi. Poveretti.

Per non dare nell’occhio lanciamo il nostro Bavaria 36 (timone a ruota e ben tre cabine) la mattina presto. Puntiamo verso l’Istria in gran segreto, confortati dalla situazione meteo: il mare è una tavola, la temperatura di settembre semplicemente perfetta. 

Mica ci mettiamo subito in rotta come se fossimo una petroliera: è doveroso infatti verificare la barca con qualche virata e un po’ di andature. Una, due, tre vire. Già che ci siamo facciamone dieci. Anche una dozzina per essere sicuri.

Quando tocchiamo quota seicentottanta, cinque ore dopo, (Davide, quello che voleva rilassarsi, ha già un curioso tic all’occhio sinistro) ci pare di aver preso la mano. Decidiamo di fare il punto col gps: dovremmo ormai essere in vista della meta.

“Orario e posizione!” chiedo a Sandro che sta al timone col Gps davanti al naso. 

“Hum… Non capisc… Problem… Strumento non rispond…” bofonchia mentre digita nervosamente sulla consolle. Dannata tecnologia. 

“Dove siamo?” chiedo ad Andrea, che ha saggiamente carteggiato, come ben ci hanno insegnato a scuola. Ah, i vecchi metodi!

“Hum, la terra che s’intravvede laggiù è certamente l’isolotto di Crveni. Semprecché la corrente non ci abbia fatto deviare di qualche grado. In questo caso sono le isole Brioni. A ogni modo ci siamo”.

Filippo, che non ha mai navigato in vita sua, sta osservando la costa col binocolo di bordo. “Hei, sul cartello della spiaggia leggo Vietata la balneazione – comune di Chioggia. Da quand’è che abbiamo ripreso possesso dell’Istria?”

Dannati voi e le vostre due o tre virate. Siamo in mare da cinque ore e ci troviamo a ottocento metri dal porto di Chioggia! A questo punto decidiamo di cambiare rotta: dopo un bagno rilassante e una merenda si punta lungo costa verso Trieste. Raggiungeremo l’ignoto, costi quel che costi.

Nella foto: una delle curiose colorazioni assunte dagli occhi di Davide durante il viaggio

Calano le prime ombre della sera quando raggiungiamo Caorle. “Fuori le cibarie ragazzi: dobbiamo nutrirci per resistere tutta la notte fino a Tries…” “Quali cibarie? Non eri tu che le dovevi portare? Abbiamo detto io le bevande, tu…” “Io? Ma guardate che vi eravate impegnati voi…” “No, tu, l’avevi giurato tu!”

Scoppia una rissa tremenda. Davide, quello che voleva rilassarsi, interviene per sedare gli animi. Purtroppo nessuno si occupa più del timone: nella concitazione la barca va fuori controllo, stramba e Davide si becca una tremenda bomata sul naso. Sopravvive per miracolo. Decidiamo di passare la notte in porto e la serata in pizzeria.

La mattina dopo ripartiamo. Appena oltre il Tagliamento s’alza un vento da favola. Il Bavaria, che pare un camper con le vele, pesta come un purosangue non appena si alza il vento. Non vorremo mica andare diritti come dei cadetti! Così facciamo un po’ di movimento. Poca cosa: centoventi virate e sessantasei strambate. A testa, ovviamente. Davide si è silenziosamente chiuso in bagno da diverse ore. Pare cerchi di impiccarsi con la cima del parabordo. Suvvia, niente musi lunghi: nel frattempo abbiamo imparato a usare il Gps. Ora ci vuol solo un attimo a scoprire che da Caorle, in tutta la giornata, siamo arrivati… alla Laguna di Marano. Un quarto d’ora di Ciao, per intenderci.

Il più frequente incubo notturno di Davide all’indomani del viaggio in questione. A proposito: mancano foto ufficiali perché il fotografo era lui. Chissà per quale ragione non me ne ha ancora inviata nessuna.

Però a Marano abbiamo fatto la pace, festeggiato con altri dodici bagni e insegnato a Davide un po’ della magnifica terminologia della vela. Dalla A di Amantiglio siamo arrivati a mezza lettera C. Gli spieghiamo Cabotaggio, Calcese, Carena, Cavicchio e già lui non vuole uccidersi più. Ora ci guarda sorridendo, coi denti in bella vista e due occhietti vispi e stretti, a fessura. Certamente a causa del gran sole.

La sera ancoriamo in laguna (che bravi: ci mettiamo solo due ore!) e non appena calano le prime ombre della sera Andrea prepara i panini mentre io… tiro fuori la chitarra! Faccio “Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi”, “Se sei tu l’angelo azzurro”, “Gli occhi verdi di tua madre”. Davide non canta, però suona le nacchere. Curioso, le suona con i denti: Rattat tat tat tat… Rattat tat tat tat… Com’è bravo, tiene perfettamente il tempo.

Sarà la gioia, sarà il tramonto, saranno le canzoni: improvvisamente ci torna la voglia di navigare. È il momento della notturna! Avanti ragazzi, leviamo le ancore: viaggeremo tutta la notte in direzione Venezia. Stabiliamo i turni: Andrea fino all’una di notte, Sandro fino alle quattro, io fino alle sette.

Partiamo col vento perfettamente in poppa. “È l’andatura più rilassante, perché la barca va perfettamente diritta. Chi è in cuccetta sta comodissimo” spieghiamo pazienti a Davide che ha assunto una curiosa espressione, i capelli totalmente grigi e gli occhi gialli venati di rosa. 

Il vento soffia a un nodo circa. Il Bavaria, che pesa come un tir armeno, viaggia a mezzo nodo (quando arrivano le folate), a un sesto di nodo negli altri momenti. Nel silenzio assoluto della notte, io e Andrea apportiamo continue correzioni per ottimizzare l’andatura: “Cazza un po’ la randa!” Skrieeeeg… “Tu, lasca un po’ il fiocco,ora!” Vrrrrrrr…. “Ecco ok, ora cazza ancora un po’!” Sgniiiiit…. “Bene! Prova una farfalla, vediamo se prendiamo velocità!” Sviiiiiish… Clashs… Dong…

Davide, nella sua cuccetta, ha uno strano modo di russare: sembra quasi una risatina isterica mista a un profondo e curioso borbottio.

Fortuna che tra poco tocca a Sandro. Che quando porta la barca è un metronomo: prende un andatura e non tocca più nulla per due ore. “Sandro, sveglia!” lo chiamo. Lui s’alza di scatto dalla cuccetta e TONK! prende una paurosa testata sull’unica protuberanza della cabina: il pomello della luce di cortesia, che purtroppo nel Bavaria è in ottone ramato, roba che fanno solo nella Ruhr. Il problema non è che sanguina a fiotti. È che, totalmente rincoglionito, si rifiuta di prendere il comando. 

Così lo rimettiamo a letto e ci mettiamo al timone assieme, io e Andrea. Tranquilli però, ok? Cazza la randa! Skrieeeeg… No no, meglio lascare il fiocco!” Vrrrrrrr…. Aspetta, proviamo a cambiare le mura! Sgniiiiit…. 

Un’ombra sbuca dal tambucio. Davide, in mutande e bava alla bocca, ci dà una velocissima occhiata di disprezzo, si getta in acqua e comincia a nuotare verso Venezia. Non è un gran nuotatore ma è stranamente sei volte più rapido della barca.

“Davide, amico, dove vai? Davide, fermo, resta con noi! Davide?” Niente, sparisce nel buio. Ora che ci penso: non l’ho più visto da allora.

La laguna verso Punta Sabbioni: dovere preciso del velista è arenarsi, distratti dalle tonalità del fondale, almeno una volta a stagione 

Alle prime luci dell’alba raggiungiamo Venezia. Abbiamo barba lunga, occhi cerchiati, lingua felpata, alito fetido. Appena entrati in laguna, ci areniamo davanti a Punta Sabbioni. Riusciamo a liberarci arando come trattori, ma ora, oltre a barba e alito puzziamo di sudore come gli avversari di Tyson al dodicesimo round. Puntiamo verso Burano. 

Siamo in barca da ormai tre giorni e nessuno è ancora andato in bagno. Qui in laguna, amplificati dallo sbalzo notte-giorno, caldo-freddo, dolce-salato, arrivano d’improvviso i primi irresistibili stimoli. Comincia una terrificante guerra di sguardi per chi occuperà per primo l’unico bagno col suo piccolo wc marino. Finché Sandro, millantando di lavarsi solo i denti, si blinda con sei mandate ed espleta tra terrificanti rumori. 

Con una finestrella di sei centimetri quadrati ci vogliono tre ore per cambiare l’aria. Onisto si lancia coraggiosamente, soffre, mugola, s’irretisce, declama e alla fine ce la fa. Io sono l’ultimo a entrare. Curiosamente funziona tutto alla perfezione. Il bagno ha resistito alla furia subumana e scarica ancora perfettamente. Ringrazio tecnici e maestranze tedesche: non v’è alcuna tragedia, in barca, paragonabile a quella data dall’intasamento del water di bordo.

Riportiamo la barca in tempo perfetto dopo aver ripulito e ordinato tutto. Al check in vorrebbero chiederci qualcosa, non foss’altro perché siamo partiti in cinque e torniamo in quattro. Ma basta un accenno di alitata, un “ah!” da tre metri di distanza, per convincerli che è meglio non farci parlare. 

Ci ho messo anni per trovare il coraggio di raccontare questa tragedia. Ora pensavo di spedirla via mail anche al caro Davide. Gli allego i testi di Sandro Giacobbe. Sono sicuro che apprezzerà.

Matteo Rinaldi

febbraio 17th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 12 commenti

Parole, parole, parole

Tutto vero! La prova che nella vita i momenti magici non esistono solo a letto o a vela

Nella foto: l’autore, dopo una carriera da scribacchino, ha deciso di diventare un perfetto uomo immagine

Ormai da tré mesi frequènto / il córso che métte l’accènto. 

Non pago di essere uno strepitoso velista da salotto, un bighellone da palestra e uno scribacchino di regime, ho deciso di diventare un esperto mondiale di lingua italiana. Questo corso – il suo nome ufficiale è “Dizione e sviluppo della voce” (cercate su internet se interessati) – ha per me un enorme valore aggiunto: non mi servirà a niente.

Non mi servirà cioè a diventare più ricco, più bello, più intelligente. Ma solo a mettermi alla prova. A fare fatica. A impegnare il cervello. 

In realtà dovrebbe insegnarmi a diventare più chiaro, più convincente, più interessante. Ma a me interessa soprattutto conoscere meglio questa nostra lingua. Che da tre decenni scrivo, bene e con passione, e che da quattro parlo, male e distrattamente. 

Ok, se riesco anche a diventare più chiaro e convincente, tanto meglio. 

Ma questo post vuole raccontare la più bella emozione vissuta fino a questo momento. Un’emozione-lezione di vita.

L’ho vissuta durante la domenica mensile che trascorriamo assieme, io e miei 13 colleghi, ogni quattro settimane. Per 27 giorni infatti si studia da soli: per la strada, al computer, a letto, al lavoro e soprattutto in macchina. Esercizio, esercizio, esercizio. Durante la domenica assieme si tirano le somme: parlando, leggendo, ascoltando.

Leggiamo e parliamo a turno e per ognuno avverto evidenti miglioramenti, piccoli e grandi. Già questo mi pare un bel risultato. Poi il maestro zittisce tutti. Non fa nessuna fatica: con la voce che ha anche dicendo “miao” avrebbe l’effetto di Russel Crowe quando ordina “Scatenate l’inferno”.

“Ora – dice – vi spiego il vero grande segreto per parlare bene. Leggete di nuovo il testo. Ma stavolta leggetelo davvero. Cioè non preoccupatevi degli accenti, dei colleghi attorno, del tono di voce. Dimenticate la necessità di farvi ascoltare. Fregatevene perfino della punteggiatura: ignorate virgole, punti, capoversi. Inventatela voi la punteggiatura, le pause, le regole. Abbassate la voce, dimenticate l’enfasi e leggete solo per voi stessi”.

L’ordine mi appare ridicolo. Sono tre mesi che mi massacra il cervello ordinandomi di rispettare accenti, pause, ritmi, toni! Invece ecco il miracolo. Non so come ho letto io: so che mi hanno guardato con occhi sbarrati dicendo che per la prima volta in tre mesi avevo perso completamente la cadenza veneta. Mah. Però posso dirvi come hanno letto gli altri.

Un collega che alla prima lezione vi avrebbe spinti al suicidio (leggeva Histoire d’O e la lista della spesa con la stessa intonazione), si era improvvisamente trasformato in Vittorio Gassman. Ma non Gassman quando recitava, sempre un po’ sopra le righe. Gassman quando parlava con gli amici: caldo,vero,  forte, convincente. 

Dopo di lui ha letto una timida e gentile collega di corso. Venti secondi di parole. Chi ha detto timida? Chi ha detto gentile? Se a fine lettura mi avesse chiesto di scappare assieme in Groenlandia, a vivere in un igloo cibandomi di muschi e licheni, le avrei detto sì, senza condizioni. A dire il vero non avrebbe avuto alcun bisogno di chiedermelo: gliel’ho implorato io. E il terzo collega…

Il terzo collega non ve lo racconto, altrimenti vi fate strane idee. Vi racconto però che ho capito un segreto. La vera forza non è scoprire che le cose della vita – nel lavoro, nell’amore, nel quotidiano –  vanno fatte in un certo modo. La vera forza è sapere che vanno fatte in un certo modo ma che ognuno deve interpretarlo a modo suo.

Spesso anch’io faccio le cose senza sapere come andrebbero fatte. Più spesso pretendo di farle solo perché “vanno fatte così”. Senza però sentirle mie, viverle, indossarle. In rare e splendide occasioni troviamo la giusta sintesi. Solo in questi rari momenti, secondo me, puoi dire davvero di essere felice.

Matteo Rinaldi

febbraio 16th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti

Voglio un gatto nero a vela

L’incredibile prototipo di Patrick Viau: in neanche 5 metri di barca, tutto ciò che serve per far inorridire il mercato

Alcune immagini dal sito del progettista/costruttore Viau: il varo del Chat Noir 

Una barca a vela cabinata, lunga meno di cinque metri e larga tre. Con interni che ospitano cuccette per due persone e un bagno marino. E poi l’albero rotante. Manca solo l’insalata di cibernetica e sembra l’astronave di Goldrake. Anzi: a guardarla bene, è l’astronave di Goldrake: un po’ rotonda, un po’ spigolosa e con gli occhi a fessura. E poi nera, giusto perché il nero smagra.

Questa cosa è un prototipo e l’ha disegnata e costruita Patrick Viau, che a naso dovrebbe essere un architetto. Il suo sito è in francese e io arrivo al massimo a Madame e Parbleu.

L’ho scoperta su Bolina (neanche loro sanno bene il francese: la recensiscono in dieci righe) e sono rimasto colpito dalle caratteristiche: con quattro metri di lunghezza per tre di larghezza è praticamente un canotto. Chi ha mai visto una vela così? 

Pare abbia anche l’albero rotante, ma ignoro perché. Ospita fino a tre persone di equipaggio, il numero giusto per le uscite da fine settimana, cuccetta doppia “King size” (è proprio scritto così), scafo insommergibile e autoraddrizzante. C’è pure l’uscita di sicurezza, a poppa, come sulle barche della Volvo Ocean Race.

A me pare che questo Patrick abbia le idee chiare: per prima cosa se l’è costruita da solo. Il sito del suo “Gatto nero” (così si chiama) lo ritrae mentre cuce il legno, pialla e carteggia, porta il mostro in giardino, lo vara. 

La cerimonia del varo è la sua forza. Perché la madrina non è la solita tettoruta ma la nonna, che poi è la prima a mettere la barca alla prova. Neanche sul Secondo tragico Fantozzi c’è un varo così fuori dal normale. Compresa la dimostrazione del raddrizzamento:  fortuna che Patrick ha fatto prima scendere la nonna.

Morale: barche così mi esaltano. Perché magari non sarà mai costruita, ma cosa importa? Importa che ci sia ancora gente che perde giorni, settimane, anni per un progetto così, assolutamente lontano dalle cosiddette “logiche di mercato“. Sono queste le persone che riescono a fare qualcosa di nuovo. Sono queste le persone che mi fanno pensare “Forse l’umanità non è destinata all’autodistruzione”. 

In bocca al lupo Patrick. Se mi prometti che non affondo alla prima ondata, a costo di far debiti per dieci anni ne compro una io.

Matteo Rinaldi

febbraio 13th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti

Un cronista senza paura. E senza speranze

Questa è la prefazione che ho scritto per il primo libro di Alessio Mannino, valido e combattivo cronista che non ha paura di farsi nemici. La pubblico perché l’ho scritta volentieri e perché mi pare leggibile anche senza bisogno di conoscere l’uomo.

Alessio Mannino in un’orrenda fotografia. Come tutti i giovani cronisti – pessimi comunicatori – parla senza togliere gli occhiali da sole.

Alessio Mannino è entrato nella mia vita cinque anni fa con gli stessi baffi di oggi, la stessa pancetta e la stessa identica faccia da sberle. Si è presentato nella sede del giornale che dirigevo allora, Vicenza Abc, per chiedere lavoro.

Per nulla intimidito dalla sede (otto metri quadrati e una finestrella con le sbarre: praticamente la cella di una carcere) si è proposto con poche e sagge parole: “Vorrei scrivere per voi. Però ve lo dico subito: non sono mica di sinistra. Sono di destra io! Siccome a Vicenza non c’è un giornale di destra fatto bene, vengo da voi”.

Di cronisti ventenni ne arrivano tantissimi a chiedere lavoro nel giornali. Uno all’anno, talvolta due. Chi volete che sia così scemo oggi da sognare di fare il giornalista? Lo aspetta una carriera di umiliazioni, attese interminabili, stipendi ridicoli.

Alessio pareva ignorarlo e aveva l’entusiasmo che serve per lavorare sottopagato. Così lo abbiamo messo alla prova, commissionandogli un pezzo per la settimana successiva. Il giorno dopo è arrivato con un articolo che:

a) non c’entrava nulla con quanto stabilito. Segno che non aveva capito nulla, il che è normale;

b) non c’entrava nulla con il giornale. Segno che non ci aveva mai letto, il che è ancor più normale;

c) non c’entrava nulla con il giornalismo

Questo purtroppo non era normale. Era il segno che sapeva scrivere. Una pessima notizia se davvero voleva fare carriera in questo mestiere.

Lessi il pezzo con Davide Lombardi, allora mio braccio destro (oggi, rinsavito, ha creato e venduto a peso d’oro un apprezzato portale internet). “Questo sa scrivere” disse. “Già. Lo attendono grosse delusioni” conclusi  io, che da direttore avevo l’ultima parola.

Nei mesi seguenti ho cercato di limare i magnifici e inevitabili errori e orrori giornalistici di Alessio, non foss’altro perché mi ricordava tanto un altro giovane cronista di qualche anno fa, ancor più fanfarone e testa di legno: me stesso. Alessio però aveva un vantaggio: era più disponibile e più coraggioso. Al punto da non dire mai di no e lanciarsi senza paura nelle interviste più folli e nelle imprese più vergognose.

Alessio, vai a intervistare i picchiatori dei centri sociali travestito da berluscone. “Ok, vado”.

Alessio, dobbiamo dimostrare che le strade vicentine sono pericolosissime: vai a fare la tangenziale in skate board. “Ok, vado”.

Quando uscì Super Size me, film sul folle esperimento di un tizio che aveva vissuto nutrendosi da Mc Donalds per un mese intero (risultato: fisico in disfacimento, perdita della virilità, insonnia e altre piccolezze) chiedemmo ad Alessio di fare lo stesso. Però eravamo preoccupati: se stava male anche lui? Decidemmo di limitare l’esperimento a due settimane. 

Alessio seguì la mac-dieta, ingrassò, la raccontò sul giornale, si riempì di mac-brufoli, impallidì, ingiallì, perse totalmente la virilità e alla fine s’incazzo come una bestia. Non per la virilità perduta. S’incazzò perché quella vita gli piaceva e avrebbe voluto andare avanti altri tre mesi.

Oggi che i direttori lo mandano al massimo a prendere denunce e querele, Alessio ha deciso di raccogliere in un libretto i suoi corsivi di fuoco contro potenti, potentini, potentati e impotenti della nomenklatura vicentina. È convinto che finalmente lo leggeranno anche tutti quelli che si rifiutano di aprire Vicenza Più, il giornale per cui scrive.

Vendesse tante copie quanti i protagonisti citati, diventerebbe ricco. Purtroppo non ha alcuna possibilità: i vicentini sono bravissimi a far finta che tutto ciò che li disturba non esista. La sua unica salvezza sarebbe emigrare in una città più vitale oppure mettere la testa a posto, tagliarsi i baffi e diventare più serio, accomodante e produttivo. 

Un consiglio al potente intelligente che volesse accaparrarsi i suoi servigi: qust’uomo costa poco. Né auto di lusso né stipendi da portaborse. Una cena da Mc Donald con rutto libero e lo avete comprato per sempre.

Matteo Rinaldi

febbraio 10th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Sky, più del grande calcio può la piccola cucina

Elogio di un programma minore che nulla insegna se non il valore della passione

La forza del giovane cuoco Simone Rugiati: trasmettere emozioni anche a chi non sa andare oltre la pasta in bianco

Oggi cucino io (Raisat Gambero Rosso, mezzo pomeriggio) tratta di ricette, materia per me paragonabile alla fisica nucleare applicata. Non bastasse, ha il titolo più demenziale del mondo. Perfino gli antichi giochi televisivi delle Bonaccorti e delle Clerici, raggianti tra verdure e pentolame, avevano nomi più ricercati e creativi. 

Questo però è un ottimo programma. Perché lo conduce Simone Rugiati, il cuoco più improbabile e quindi affascinante del mondo. Basta una puntata per capire che non imparerete una sola ricetta. In compenso vi divertite e imparate a considerare la cucina con maggior rispetto. 

Simone è giovane, belloccio, casinista. Fa televisione come i quarantenni Fazio e Fiorello se lo sognano. Ci mette una fisicità esagerata, eccessiva, degna di un Benigni dei tempi d’oro. Risultato: se vagando tra i canali v’imbattete su Rugiati, non vi schiodate più. Perché cucina panini imbottiti o insalate orientali di pollo con la stessa passione ed energia: parla, straparla, vaga senza sosta, rovescia gli ingredienti, butta via, ricomincia. Non vi lascia un solo secondo per provare ad annoiarvi.

Avete presente il cuoco televisivo tradizionale, rigido come un baccalà che si limita a muovere mani e labbra? Simone ha capito che l’attrazione è lui, non il tristissimo piatto di cotolette flambè alla norvegese. Perciò spiegando, saltando, impastando e cucinando, ci tras-mette passione, voglia di vivere e fantasia. Piaccia o meno, sono le persone che comunicano passione a non lasciarci indifferenti. A me poi fanno bene: mi tirano su. 

Ho raccontato Simone Rugiati a un cuoco vero, convinto che mi avrebbe preso a schiaffoni. Macché. “Lo guardo anch’io e lo copio pure: è un fenomeno. Giovane ma capace di inventare come i grandi cuochi“.

Va a capire se è vero o se il suo fascino sta nella confusione che fa e nella passione che ci mette. Io non ho i mezzi per capirlo. Ma che m’importa? Lo guardo lo stesso e continuo a cucinare pasta in bianco. Ma poi cerco di fare le cose che so fare con un filo di passione in più.

Matteo Rinaldi

febbraio 4th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

La parola vola. Ma la foto fa il vuoto

Scrivere è  un bel mestiere. Ma come tieni testa a un’immagine?  

Perdo le ore a raccontare avventure e disavventure in barca a vela, a infilare battute e battutacce, a lottare per strappare un sorriso. Prima di tutto a me stesso. Invento suoni onomatopeici e parolacce inverosimili, allungo e accorcio, leggo e rileggo, cancello e riscrivo. 

Cerco un ritmo. Perciò spesso esagero, banalizzo, minimizzo, esagero di nuovo. Passo quarti d’ora negli attacchi e nei finali. A volte rimando al giorno dopo, limo e sposto le virgole finché mi convinco che tutto suona. Infarcire sempre, inventare mai. La sfida è raccontare senza falsificare. Anche quando mi sembra che niente meriti di essere raccontato.

Poi mi basta guardare una foto per vedere che fa tutto il mio lavoro da sola. Non importa che sia una Reuter, un capolavoro, lo scatto di un professionista o di un dilettante ispirato. Può bastare una usa e getta e un fotografo da niente come me.

L’immagine che segue, scattata da Giorgio durante il viaggio di ottobre tra Corsica e l’Elba, non ha bisogno d’altro per dire quello che c’è da dire. Si capisce che ci stiamo divertendo come ragazzini, che non ci vergogniamo di godercela, che c’è vento, che la barca è piegata, che si sta bene. C’è Marco che si aggrappa per non cadere all’indietro, fa una smorfia, perde il sorriso di un istante prima. Dalle facce sullo sfondo spunta solo il bianco dei denti. Cercate, tra le vostre foto, quelle che ritraggono i denti: una su quindici! Senza denti non siete mai felici davvero.

Anche i particolari nella foto seguente parlano chiaro. Sorrido un po’ forzato o forse è proprio la faccia mia, come canterebbe Giorgio Gaber. I miei compagni appaiono simpatici perfino se tre su quattro indossano gli occhiali da sole. Con gli occhiali da sole anche Gesù Cristo parrebbe un fighetto da prendere a sberle. Se una faccia con gli occhiali da sole appare simpatica vuol dire proprio che tutto fila liscio.

Nella terza immagine, scattata durante la traversata Caorle-Parenzo di un mese prima, ho lo stesso sorriso ma l’effetto è totalmente diverso.

La faccia è color acido, i capelli sembrano il becco di un’anatra morente, la cerata ha assunto vita propria e sembra una pianta rampicante pronta a cibarsi di ciò che resta del mio corpo. I toni del cielo e del mare ricordano l’angoscia. La posizione del corpo parla da sola: mani esangui e devitalizzate, braccia abbandonate, dita rattrappite.

Si vede a un miglio che preferirei essere in processione a Monte Berico, a un comizio di Mastella, a un concerto di Biagio Antonacci.

Forse proprio a questo mi serve la scrittura. A esorcizzare gli orrori di questa attività, la vela, che ben rappresenta l’esistenza. A esorcizzare la vita, dunque. Con i suoi sbalzi d’umore e d’amore, di calore e di colore, di ardore e di odore. Con le sue mille meraviglie e centomila assurdità. Facendo finta di capirla ogni giorno un po’ di più. O sempre meno, ma ridendoci sopra e prendendosi un po’ in giro. 

Matteo Rinaldi

febbraio 3rd, 2009 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Attènti agli eleménti: vénti sono i vènti

Ammé la lingua italiana piacé. Èvvéro che èccomplèssa, arcàica, avvòlté insormóntàbilé. Nói italiàni lacconosciàmo pòco, lapparliàmo malìssimo ella scriviàmo pèggio ancóra. Io asscrìverla mé laccàvo. A parlàrla mìca tànto. Così missóno iscrìtto a un córso. Indovinàte di còsa.

Sto scoprèndo cose tremènde. Per esèmpio che parlare decenteménte è cènto vòlte più difficile di quél che sémbra. Da mèzz’óra a un’óra di esercizi al giórno e sono sólo alla vocale e. La e non è una lettera sóla: sono due, anche se non ce l’ha mai detto nessuno. La vocale è, assieme alla é, è la più treménda nemica dell’unità d’Italia. Se mi fósse servita una prova per capire che non saremo mai uno Stato, eccola.

Ho capito che basta ascoltare. Ascoltare è la prima cosa che s’impara bene in questo corso. Basta ascoltare per capire che non solo tra regioni, ma addirittura tra frazioni dello stesso comune le parole e sono pronunciate diversamente. A Vicenza sbagliamo cinque é/è ogni dieci parole. E così a Milano, a Catania, a Torino, a Ferrara. Ma ognuno a modo suo. Anche tra Vicenza e Schio, venti chilometri di distanza, ascolti 50 e diverse in un solo discorso. Come sta, signor Rossi? Béne! a Vicenza e a Milano. Bène! a Schio e a Catania.

È solo l’inizio. Poi ci sono le o. Anche loro sono due. E sono due anche le esse e le zeta. E quando dici “Ho fatto” non devi dire ho fatto, ma òffatto. E quando guardi un film non te lo godi più perché stai tutto il tempo ad ascoltare la magnifica pronuncia dei doppiatori. E ogni volta che incontri qualcuno fai il conto di quante vocali sbaglia.

Cristo, fate che torni presto la stagione della vela.  

Mattèo Rinàldi

febbraio 2nd, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti