Metteteci una Petra sopra
Quando la musica è maestra di comunicazione: Petra Magoni in “Mamma mia dammi cento lire”

Petra Magoni e Ferruccio Spinetti: grande musica e grande comunicazione
La cosa che più stupisce i corsisti che affrontano con me l’argomento comunicazione per la prima volta è la torta che trovate di seguito. Di solito la presento con questa domanda retorica: “Quando parlate per convincere qualcuno sono più importanti le parole che avete scelto, la voce che usate o i movimenti del corpo? Pensate a quando avete cercato di convincere un vigile che intendeva multarvi, un datore di lavoro maldisposto, un partner incazzato.”
Per tutti è naturale pensare che la risposta esatta sia questa: parole 60 per cento, voce 30, corpo 10.
E vorrei vedere. Siamo stati educati e cresciuti per almeno tredici anni scolastici a ragionare in questo modo. Peccato sia totalmente sbagliata. La risposta esatta è questa.

Vista così pare una boutade. Possibile che contino così poco le parole, la comunicazione verbale? Nei corsi premetto che tutti hanno il diritto – anzi il dovere – di non crederci affatto. Ma dal giorno stesso devono cominciare a fare attenzione a se stessi e alle persone che stanno loro attorno, osservando come si muovono, come parlano, come riescono o non riescono a farsi ascoltare.
La bellezza di un corso di comunicazione è che i primi risultati arrivano in meno di due ore. Chi ha voglia di mettersi in gioco elimina fin da subito gli errori più comuni. Dal giorno dopo continuerà a sbagliare almeno due volte su tre, ma ogni volta riuscirà a rendersene conto e, un po’ alla volta, a correggersi. Con risultati soprendenti.
Di comunicazione mi è venuta voglia di parlare guardando questo video su YouTube. La protagonista è Petra Magoni che, assieme a Ferruccio Spinetti e Stefano Bollani, ripropone un celeberrimo pezzo popolare italiano. Prima ascoltare, guardare e apprezzare. Poi proseguire.
Detto che questo pezzo andrebbe ascoltato obbligatoriamente da tutti gli italiani almeno due volte l’anno per rimembrare chi siamo e da dove veniamo, domando a chi ha voglia di rispondere un commento in libertà sulla comunicazione non verbale di Petra Magoni (sulla verbale e paraverbale c’è poco da discutere). Secondo voi è corretta? Efficace? Sbagliata? Migliorabile? Petra è troppo ferma? Che effetto vi fanno quegli occhi sbarrati? Poi vi dico come la penso io.
Matteo Rinaldi
agosto 31st, 2009 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 14 commenti
Mare monstrum
Una giornata a Jesolo. Per riscoprire colori e profumi del mio Veneto. PS: non è un post, è un racconto lungo. Saltatelo senza sentirvi in colpa.

Le recenti barriere che proteggono la fascia di vegetazione tra pineta e litorale, in zona Cortellazzo. Perché non è vero che tutto peggiora sempre.
Scarico le figlie dai nonni e faccio il pieno all’Honda Pantheon 150, scooter che a dispetto del nome, pomposo e ridicolo, è un vero gioiello. Non solo fa 40 chilometri con un litro ma col suo sellone posteriore leggermente rialzato, comodo come un divano Frau, è l’unica moto che io abbia mai posseduto capace di farsi benvolere anche dai passeggeri di sesso femminile.
Senza figli il mondo è un’altra cosa. Nè più bello, né più brutto: semplicemente un’altra cosa. Partiamo, io e Sandra, alle dieci e mezza di mattina caricando due asciugamani e due panini. La Vicenza-Venezia è un’autostrada che faccio regolarmente per lavoro: con l’esperienza, senza mai superare i limiti, ho toccato record galattici: 35 minuti da casa mia al cuore della Serenissima. Stavolta la evitiamo per principio e impieghiamo due ore, tempo che forse neppure mio nonno col carretto. Così, proprio per scelta di vita.
Senza fretta il mondo è un’altra cosa. Viaggiamo sulla Vicenza-Padova, una delle più belle statali del Veneto (meno di 30 chilometri, pochi imbecilli che corrono, traffico quasi tutto dirottato in autostrada). È solo il preludio: passiamo poi sulla Riviera del Brenta, che non è una strada ma una meta. In moto un godimento. È quasi interamente fiancheggiata dal Naviglio del Brenta, canale lungo il quale la nobiltà veneziana costruì le sue ville sulla terraferma. Collegate dal canale, arrivavano in piazza San Marco senza mai mettere i piedi a terra.
A Stra primo stop: obbligatorio fermarsi all’esterno di Villa Pisani, (magnifica, comunale, visitabile) spiare il labirinto che batte quello di Shining: non ne esci vivo se non ti aiutano dalla torretta sovrastante. Prima di ripartire, consigliato fumare una sigaretta con gli occhi sul Naviglio. Io non fumo più, ma in questi casi son contento di respirare a fianco di una moglie fumatrice.

Il Naviglio andrebbe percorso sul Burchiello – c’è un mirabolante sistema di chiuse che neanche ad Amsterdam – ma per salire a bordo è dignitoso aver passato almeno i sessant’anni. Avanti in moto dunque. Sosta obbligata a Dolo, dove potete fermarvi in una birreria ricavata da un antico mulino (ma di mattina è meglio di no) oppure in un minuscolo e splendido bar appoggiato sulla strada dove mangiate veneziano ma con sani prezzi padovani.

E poi ecco Mira, dove la moto è indispensabile per essere investiti in pieno da un… profumo di sapone che neanche nei vostri bagni dell’infanzia, quando dividevate la vasca con fratelli, sorelle e cugini tra un mare di giocattoli e schiuma. Arriva dalla vecchia fabbrica che intravvedete appena tra gli alberi. Ricordate le figurine Mira Lanza? Da qui venivano! L’odore vi penetra nelle narici e nel cuore. Riuscite a sopportare perfino l’ingresso a Marghera senza perdere il buonumore.
Passate Marghera e Mestre, resistete alla tentazione di dire “Hei, che ne dici se invece di arrivare a Jesolo ci fermiamo al circolo nautico Casanova?” perché non volete ancora divorziare. Passate Campalto, base dei Firstini dello Yacht Club Venezia (evitate di rovinare tutto declamando “Hei, che ne dici se invece di arrivare a Jesolo ci fermiamo a prendere una barca a vela a nolo?”) e passate l’aeroporto Marco Polo.
Occhio alla strada! Il rischio è perderla di vista seguendo con lo sguardo la fila di MD80 che atterra e decolla sulla vostra destra. Siate gentili: indicate gli aerei ai bambini che vi guardano curiosi dagli acquari delle automobili e rallentate. Tanto c’è il solito ingorgo sulla strada delle Cà.
La strada delle Cà, ufficialmente Strada Portegrandi, è una delle ragioni per cui fin da bambini ci si innamora di Jesolo: costruita su un terrapieno, divide la terraferma dalla bellissima laguna, che puoi quasi toccare, sulla destra, appena dopo il fiume Sile. A sinistra campi coltivati a perdita d’occhio.
Le cà sono una dozzina di magnifiche case contadine, anteguerra, ognuna col suo nome disegnato sul frontone, fiero e ritmico, vagamente fascista ma bello come i nomi delle vecchie moto italiane quando si chiamavano Falcone, Lodola, Airone e non GFJGR o Skonkuassor. Dai finestrini della 128 guardavo affascinato queste case, vive, colorate che parevano esistere apposta per noi bambini che gareggiavamo a chi ne memorizzava di più: Cà Florida, Cà Feconda, Cà Speranza, Cà Risorta, Cà… Cazzo, non me li ricordo già più.
È che stanno cadendo in pezzi un po’ alla volta, nomi compresi, come tutte le glorie di una nazione – e di una regione – che ha imparato a fregarsene di tutto. Altro che rispetto della storia e delle tradizioni.

Cà Risorta in attesa del crollo. O di un’invasione straniera che la riporti in vita
E poi la spiaggia di Jesolo. Da vent’anni non riesco a decidere se sia più bella sul lato ovest, con l’enorme distesa di sabbia scura, il verde dei campeggi e gli angoli più belli della laguna, immersi nel silenzio a soli cinque minuti di bici dalla ressa agostana.
Ma che dire del lido centro, dove convivono Hotel Ambassador e Pensione Fiorellino, negozi californiani e bazar Mariella dove, a scavare nei cestoni, trovi assieme le borse Gucci, le prime Espadrillas, il Commissario Montalbano e La mano rossa di Tex?
Scegliamo il lido est, perché è il più vicino e c’è la spiaggia libera più estesa della regione. La spiaggia libera se la stanno mangiando un po’ alla volta il mare e i gestori. Non è più immensa come un tempo ma almeno è attrezzata civilmente: ombrelloni a distanza umana uno dall’altro e due sdraio comodissime comprese nel prezzo assieme a docce impeccabili. Prezzo: 11 euro al giorno. A Lavarone, per dire, una giornata in spiaggia costa il doppio.
Faccio la rituale traversata a nuoto: riva-boa rossa-riva in un mare che pare dipinto. Un altro dei grandi vantaggi di Jesolo è che non esiste motoscafaro che osi superare i limiti di velocità o avvicinarsi a riva. Dio abbia in gloria la Capitaneria di Porto che non ha venduto anche questo in nome del sacro turismo.
Che ci crediate o meno, non c’era neanche l’ombra di una medusa.
Matteo Rinaldi
agosto 27th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 12 commenti
Era una vita
(m.r.) Ho rivisto satira in tivù. Ho sorriso a fior di labbra (40%), ridacchiato (40%), riso di pancia (20%).
Tre minuti di battute e battutacce sulle elezioni farsa in Afghanistan, tre contro chi governa e contro chi vorrebbe governare (più cattive contro chi governa, com’è doveroso), due contro la stupidità dei potenti e la stupidità degli sfigati (più cattive contro i potenti, com’è giusto).
Era una vita e ne sentivo la mancanza.
Hanno messo i sottotitoli italiani al David Letterman Show.
agosto 25th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 5 commenti
Che bello il calcio con la sordina
Un consiglio da amico ai fortunati condivisori di Sky: spegnete i telecronisti e godetevi la partite

Inattesa novità quest’anno per i possessori del pacchetto Sport di Sky, con cui vedere anticipi e posticipi di serie A. Gli incontri sono sopportabili solo a patto di essere totalmente sordi o maestri zen: non c’è altro modo per resistere a telecronache in cui ogni passaggio di piatto è “un capolavoro leonardesco” e ogni tiraccio verso la porta viene accompagnato da un urlo che pare l’orgasmo di Vanna Marchi. Ma quest’anno c’è una novità.
Invece di lanciare il telecomando contro il televisore, premete il tasto “i” e agite sulle scelta lingue, come fate quando volete sentire le voci originali nei film americani. Scegliendo l’opzione “inglese” non arriva un telecronista in diretta dalla Bbc, almeno per il momento. Spariscono però i nostri e la partita prosegue con i suoni e le voci dello stadio, i cori dei tifosi, le urla delle panchine e, spesso, i dialoghi tra i giocatori.
L’effetto è straniante solo per i primi trenta secondi. Ogni tanto vi capiterà di distrarvi – le partite in Italia non sono quello spettacolo che pretendono di essere – e inizialmente vi parrà assurdo guardare Binozzi che passa a Patuzzi senza che una voce vi dica “Ecco Binozzi che passa a Patuzzi”.
Ma dopo cinque minuti scoprirete un altro calcio. Un calcio che vi obbliga a ragionare con la vostra testa (che bel colpo di testa, che brutto passaggio) e perfino a riconoscere i giocatori dal passo, dalla posizione in campo e dal numero sulla maglia. Imparate più così, sulle partite, che ascoltando i consigli di Bagni. E soprattutto: siete obbligati a decidere da soli – da soli! – se quel tiro era un davvero un capolavoro inenarrabile, un bel tiro o una schifezza stratosferica.
A me piace sentire le voci dei portieri grazie ai microfoni piazzati di fianco alla porta. Ce n’è qualcuno di isterico che pare uscito dal calcio amatoriale: “Occhio! Chiudi! Michele!” MICHELEEEE!”. Ma la stragrande maggioranza chiama la difesa con una tranquillità implacabile. E mi piace sentire i giocatori quando parlano tra loro, s’incazzano e si spiegano con accenti e cadenze che partono da Bolzano e Agrigento passando per l’Arkansan e l’estremo Oriente.
Se Sky non se ne accorge e mi lascia questo giochino per tutto il campionato, capace che confermo l’abbonamento anche l’anno venturo.
Matteo Rinaldi
agosto 24th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 8 commenti
Jesolo, dal tridem al Grande Fratello

Ricevo via Twitter (non ho ben capito cosa sia, ma fra un paio d’anni ci arriverò) un messaggio di Ilario, mio giovane ex cronista di Vicenza Abc che ho tentato di far innamorare di giornalismo durante i miei anni da direttore.
Invece Ilario è fuggito appena ha potuto da questo mestiere. Ma ogni tanto scribacchia ancora. In questi giorni è a Jesolo e rimembrando un mio post sulla Jesolo degli anni Settanta (sono già così vecchio che parlo sempre del passato?) mi ha inviato questo spaccato della Jesolo attuale.
“La Jesolo d’oggi è divisa tra palazzi in stile Miami disegnati frettolosamente dalle archistar, capannoni convertiti in bar, boogie jumping e il bar del grande fratello, con all’interno una riproduzione della casa del grande fratello a cui si può accedere e vivere per 24 ore, previa selezione”.
“La Jesolo dove la massa turistica che invase le strade pedonali di sera viene improvvisamente interrotta da una processione di Hari krisna e l’indiano abusivo che vende rose ai passanti si precipita a toccare piedi e fronte dei santoni in un gesto di saluto così naturale nel suo Paese, ma così fuori luogo nella capitale del consumismo più becero, che pure gli asceti si sentono in imbarazzo e non sanno che fare”.
Questa storia della casa del grande fratello dove puoi vivere 24 ore previa selezione mi lascia come quando, a Jesolo negli anni Settanta, ho visto il primo tridem a nolo. Siccome avevo uno zio coraggioso e all’avanguardia, siamo partiti tutti col tridem, scoprendo con stupore che a stare al manubrio fai la stessa fatica di un fabbro tornitore.
Giuro che alle selezioni per la casa del GF jesolano ci parteciperei anch’io. Sarei certamente il primo a portar dentro un libro, foss’anche Va’ dove ti porta il cuore.
Matteo Rinaldi
agosto 21st, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti
Pubblicità Progresso (2): vela horrors
Prima nazionale: il secondo spot sugli orrori della vela
Rispetto al precedente – serissimo – qui si gioca sulla parodia del celebre spot pisano della Coca Cola. Buona visione.
Matteo Rinaldi
agosto 20th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 8 commenti
My generation
Cosa abbiamo in comune noi italiani nati negli anni Sessanta? Sicuramente la scena clou del Pinocchio di Comencini. E ce la teniamo stretta al cuore
Il fuoco di casa Manfredi non pare dipinto, lo è: nel Pinocchio di Comencini non c’erano nemmeno i soldi per la legna
Nel primi anni del Duemila ho comprato la cassetta di Pinocchio, lo sceneggiato televisivo degli anni Settanta che la mia generazione ha avuto il piacere di godere in prima visione sull’antica e monocromatica Rai.
Avevo Rebecca e Giuditta in età da Teletubbies ma grande fiducia nelle capacità dei bambini: pur legate al divano, dove le avevo assicurate per impedire fughe su altri canali, avevano apprezzato da cima a fondo – con almeno due bis – un capolavoro che io ricordavo annebbiato dal mito.
Non avete idea di cosa sia uno sceneggiato anni Settanta visto trent’anni dopo. Nelle prime scene Geppetto-Manfredi ci mette dodici minuti per far bollire l’acqua per la schiacciata. Un intero minuto per aprire una porta. Quasi mezza puntata per costruire Pinocchio. L’inquadratura è fissa. I colori smunti.
Abituati alle opere odierne, dove in otto decimi di secondo c’è un omicidio, il tentativo di linciaggio e il perdono in diretta tivù (nel frattempo, annoiati, abbiamo già cambiato canale) questo dilatamento dei tempi è comprensibile quanto una bastonata in testa.
Pare un cartone jugoslavo degli anni Sessanta, ma non fa nemmeno sorridere. Pare un film russo degli anni Quaranta, ma ci sono meno parole.
Pare, anzi è, un capolavoro. Assoluto. Una roba che apre il cuore. Non stacchi gli occhi nemmeno un secondo.
Non so se è colpa della mia generazione, di quelli che il Pinocchio di Comencini lo hanno vissuto davanti ai Phonola o ai Brionvega (i più lussuriosi) ma ricordavo con forza solo una scena. E non vedevo l’ora di gustarla di nuovo.
È la scena in cui Pinocchio e Lucignolo, dopo aver fatto conoscenza in riva al mare, vanno a rubare assieme e si dividono il cibo in un capanno abbandonato. Mangiano, bevono, fumano. Il tutto accompagnati da una musica favolosa. Una musica talmente indimenticabile che oggi potrebbero usarla come sistema infallibile per trovare i replicanti infiltrati tra noi: se sei nato negli anni Sessanta e non ti lacrimano gli occhi dopo sei note non sei umano.
Quando quella scena è arrivata – e mi sono morso il labbro come un’attrice anni cinquanta americana per restare lucido – ho guardato negli occhi le mie ragazze e, cristo, avevano la stessa nostra espressione di quarant’anni fa. E l’espressione diceva: “Cazzo ragazzi, questa è la vita”. Proprio così, diceva.
Questa è la scena: un po’ lunga perché parte dall’incontro in spiaggia ma è giusto così. Un abbraccio a tutti quelli che dovranno trattenere la lacrima. E un grazie al magnifico Comencini. Che però è stato pure fortunato: dovesse rifare l’opera oggi, gli farebbero aggiungere tre preti bonaccioni, due poliziotti sorridenti (qua invece sono tutti cattivi) e un Geppetto Papi che compra pagando tutto in contanti. E non voglio neanche sapere cosa farebbe per vivere la fata turchina.
Matteo Rinaldi
agosto 19th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 10 commenti
Pubblicità Progresso: la vela fa male
In anteprima nazionale il nuovo spot televisivo che mette in guardia gli italiani sugli orrori della vela
Gentili lettori, ho ottenuto questa anteprima battendo sul tempo addirittura i media nazionali: è uno spot sulla vela, che ho avuto grazie alla stima che la federazione velica italiana nutre nei miei confronti. Con immenso piacere lo presento a tutti voi, prima che inondi ogni rete nazionale a partire da settembre.
Lo spot, costato 64 mila euro, è stato realizzato nella celebre località vacanzifera di Law Har One, da uno staff strepitoso di professionisti: il regista Oettam Idlanir, detto “il Kubrik dei Berici” e le dive Rebecca e Anna Giuditta, casualmente figlie dello stesso. Buona visione.
Matteo Rinaldi
agosto 18th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
