Corrado Guzzanti e il caso Scafroglia
A scuola di satira e di comunicazione: Corrado Guzzanti nell’ultimo capolavoro (2003) della Rai, il caso Scafroglia
Un giorno qualcuno vi chiederà: ma la Rai, prima di diventare quello che è diventato, sapeva offrire qualcosa a parte il commissario Montalbano? Cioè era davvero un carrozzone vergognoso ma almeno ricco di talenti, oltre che di raccomandati, e di piccole e grandi buone idee?
Certo che sì, risponderei io. E non è indispensabile tornare agli sceneggiati e alle canzonissime. Nel decennio che sta per concludersi, niente mi ha dato il piacere di questa trasmissione qua. Che andava in onda su Rai 3, tardissimo, durava poco ed era perfetta. La sintesi della satira, dell’Italia di quegli anni (e mi sa anche di questi) e la dimostrazione che bastano quattro gatti per fare un capolavoro.
Si chiamava Il Caso Scafroglia e l’ho ritrovata, parte in dvd, parte piratata su Youtube. Non sono sicuro che faccia bene riguardarla: sono combattuto tra godimento e rimpianto. Questi sono tre spezzoni, ma a cercare con attenzione c’è molto di più.
Guardare Guzzanti è anche un bell’esercizio di comunicazione. Strepitoso l’uso del corpo quando imita il giornalista televisivo (nella vita reale: le situazioni in cui dovete parlare per convincere, per spiegare) e quando inventa i suoi personaggi (nella vita reale: le situazioni in cui dovete parlare per entusiasmare, per coinvolgere, per motivare).
La visione e l’ascolto di Guzzanti mi danno piacere fisico: dalle battute alla faccia – tosta e triste nello stesso tempo – dalla storia meravigliosamente inesistente e consistente, ci trovo ogni volta qualcosa di nuovo. Lo faccio vedere a centinaia di corsisti che non lo hanno mia visto in vita loro e scopro, ogni volta con curiosità, che mezza sala non capisce nemmeno mezza battuta (anzi, non capiscono neppure che di umorismo si tratta) ma l’altra mezza capisce il gioco ed entra in armonia.
Qui un dialogo con il “prete” Mazzocchi e il dio cattolico psicanalizzato dalla dottoressa Caterina Guzzanti.
Qua la storia del “Dio due botte e via, tipico dei timidi”. La satira reinventata.
Qui Guzzanti nella parte di Padre Boffo: da notare l’uso del corpo e della voce per dare corpo a un personaggio che non esiste ma che prende immediatamente vita (Matteo Rinaldi).
settembre 28th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments
Generazione poesie alla cattedra
Uno straordinario esercizio di comunicazione, dedicato a tutti quelli che hanno fatto le elementari all’epoca mia
Questo pezzo è dedicato a tutti quelli che hanno fatto le elementari ai tempi in cui era obbligatorio imparare le poesie e recitarle alla cattedra. Io ero bravo a impararle e ancor più bravo a odiarle. Tutte, dalla prima all’ultima. L’unica che non si poteva odiare era San Martino. Troppo bella la nebbia agli irti colli. Neppure un moccioso con in mente la Tyrrell sei ruote e l’album Panini poteva restare indifferente.
Ascoltare (e recitare!) poesie è un bell’esercizio di comunicazione. Ad ascoltare ti accorgi che perfino L’Infinito di Leopardi è una cosa meravigliosa. Una di quelle cose che ti chiedi come hai fatto a non capirlo prima. Ma adesso è facile: bisognerebbe ricordare l’orrore che si provava nel recitarla e ad ascoltarla violentata da un cialtrone tuo pari.
Questo è Giorgio Albertazzi. Impeccabile ma forse troppo recitativo, scolastico.
E questo che segue è Arnoldo Foà. Secondo me c’è un abisso. Qui c’è tutto quello che serve per trasformare le parole in armonia. Ho una versione segreta (cioè rubata) di un Foà ancora più avanti negli anni, che Gianluca Nicoletti definirebbe smutandamassaie, da quanto è caliente. Per la prima volta in vita tua capisci davvero che cosa voleva dire il tristo Leopardi con queste parole.
Si può fare meglio? Si può. Giù il cappello. Quando Vittorio dice “E il naufragar m’è dolce, in questo mare” non scambieresti la tua terra, la sua lingua, le sua anima, nemmeno con la Svizzera o la Nuova Zelanda. (Matteo Rinaldi).
settembre 25th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Voglio un gran bel corpo
L’arte di farsi capire: diamo corpo al corpo. E anche voce, giacché ci siamo
Un esercizio facile dedicato a chi ha voglia di mettersi in gioco e di migliorare la sua (la nostra) proverbiale in-capacità di comunicare non soltanto con le parole. Il video che segue è lo spezzone di un vecchio filmaccio italiano anni Settanta. Dimostra molto bene come comunichiamo abitualmente con il corpo.
E questo invece è un esempio diametralmente opposto. Prima in lingua madre.
E poi valorizzato dal doppiaggio italiano. Chi indovina il (fenomenale) doppiatore vince un giro in barca.
E infine un esempio recente. Da Kill Bill 2 di Tarantino – regista che pesca a piene mani anche dalla cinematografia italiana – un lungo spezzone dove i protagonisti si muovono con un’impeccabile attenzione alla comunicazione non verbale (corpo) e paraverbale (voce). Le voci paiono doppiate, tanto sono belle.
Consiglio di imitare Uma Thurman, dieci minuti al giorno, davanti allo specchio. Possibilmente senza spada, ma vedete un po’ voi. (Matteo Rinaldi)
settembre 23rd, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti
Ahi settembre, mi dirai
Il vero capodanno delle nostre vite è tra settembre e ottobre, non a gennaio. Tutto ricomincia da qui.
Il capodanno gennarino va bene per i regali e per i bambini. Ma non esiste più: è roba che riguarda i nostri avi, gente che lavorava a stretto contatto con la terra e il sole.
Dai tempi dell’asilo è tra settembre e ottobre che cominciano le nostre annate. È questo il momento di fare il punto della situazione, fissare gli obiettivi, ragionare su quel che vogliamo.
Io faccio un esame di coscienza sull’annata appena trascorsa, la analizzo, metto i più e i meno. Dove ho sbagliato, perché ho sbagliato. Dove ce l’ho fatta, perché ce l’ho fatta. E poi decido quel che devo fare per la nuova.
Il lavoro va svolto in una serata tranquilla, oppure in macchina, durante un viaggio solitario. Ma anche passeggiando. Quest’anno lo farò in barca, visto che ho l’occasione. Con carta e penna, perché verba volant e scripta manent.
Se per cominciare ho bisogno di motivarmi, (ragionare è difficile, altro che no) ascolto tre pezzi che a settembre sono stati dedicati. En passant: credo sia il mese che più ha ispirato musicisti e musicanti. A me piaccioni i settembre di Alberto Fortis, (qui non più giovane, perfino stonacchiato, però cazzo!) Cristina Donà (che sbaglia accordi e dimentica le parole: non aveva ancora ripulito il pensiero ma è ancor più bella da vedere e sentire) e Lou Reed.
Per questo in barca posso dimenticare anche il Gps, ma non l’Ipod.
Matteo Rinaldi
settembre 21st, 2009 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Fosse vela
Lo script di un irrealizzabile spot velico per presentare la mia più ambita vacanza dell’anno: la veleggiata d’autunno.
Con “script” s’intende il canovaccio con il quale di solito l’agenzia di pubblicità presenta il lavoro al cliente.
Ah, diversamente dallo spot, la veleggiata sarà reale.
Matteo Rinaldi
settembre 15th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
Tu ridi
I dieci pezzi più commoventi della mia vita. Qualcuno magari anche della vostra
Ascolto musica soprattutto quando scrivo, per piacere e per lavoro. e la ascolto quando faccio le cose più facili, quando voglio rilassarmi o lasciarmi andare. Ascolto musica per liberare sensazioni che altrimenti resterebbero chiuse dentro, senz’altro modo per uscire.
Ci sono pezzi che non posso impedirmi di cantare a voce alta. Pezzi che non posso impedirmi di scattare in piedi e mimare una danza tribale. Poi mi vergogno. E mi risiedo.
Ma mi vergogno davvero solo quando ascolto i pezzi che seguono. Pezzi che ogni volta mi lacrimano gli occhi. Ogni volta! Sono quelli – ognuno ha i suoi – che ti ribolle qualcosa dentro e devi morsicarti le labbra per non piangere.
NB: nessuno può permettersi di criticare i pezzi strappalacrime altrui. Al massimo si può condividere qualcosa.
NB2: per fare questa Top 10 le ho dovute ascoltare tutte in fila, le mie canzoni strappalacrime. È stata durissima. Intendo scrivere, per giustizia, anche quello sulle canzoni più allegre e soprattutto su quelle più eccitanti. Ma ho paura. Non so come ne verrei fuori dopo la decima.
10: Quando sarai grande, Edoardo Bennato (Burattino senza fili, 1977)
Quattro accordi e un concetto semplicissimo: la vita è una brutta bestia bimbo, ci sono cose che non capisci. Forse, quando sarai grande. Per anni ho pensato a quanto sarebbe stato bello cantarla cullando un bambino. Avevo ragione. Ho cullato una sorella a sedici anni, un fratello a diciotto, due figlie a trenta. È stato sempre meraviglioso. (Qui in un live primi anni ottanta. Ma quella in studio è più calda).
9: Chiedo scusa se parlo di Maria, Giorgio Gaber (Far finta di essere sani, 1973)
Il mio amico Diego ha chiamato sua figlia Maria per questa canzone. Giù il cappello per la scelta. Magnifica, tenerissima, da ascoltare tutte le volte in cui ci sentiamo fuori posto. E anche tutte le volte in cui siamo fuori posto, non abbiamo capito e non vogliamo capire. (Qui in un video che non centra niente con la canzone: fuori posto e dunque perfetto).
8: Lividi e fiori, Patrizia Laquidara (Indirizzo Portoghese, 2003) e Sunday Morning, Velvet Underground (The V.U. and Nico, 1967)
Che l’amore sia lividi e fiori lo avevo capito già a quindici anni. Però non me lo avevo mai cantato nessuno in questo modo. (Qui in un video a immagine fissa. Perché, giustamente, c’è solo da ascoltare, a occhi chiusi).
Che la domenica mattina sia un momento di magia quasi ancestrale lo avevo capito anche prima dei quindici anni. Però non me lo canterà più nessuno in questo modo.
7: Piccolo uomo, Mia Martini (1972)
Mi è sempre piaciuta, mi ha sempre commosso e non ho mai capito perché. Poi ci sono arrivato: un po’ è la voce di Mia Martini, qui in una versione televisiva, che cantava con una semplicità totale, praticamente ad anima nuda. Ma soprattutto: l’ha scritta Bruno Lauzi. Andate a vedere cosa ha scritto Lauzi, oltre alla Tartaruga: Amore caro amore bello, Lei non è qui non è là… La Kleenex avrebbe dovuto riempirlo d’oro.
6: Bridge over troubled water, Simon & Garfunkel (1970)
Ho ingiustamente odiato S&G per vent’anni perciò l’ho scoperta tardissimo. E neanche mi piaceva: troppo falsetto, troppo pianoforte. Poi un giorno è comparsa, in macchina, mentre gli occhi navigavano sulle Dolomiti bellunesi. Sarà stato quello. Unica controindicazione: dura una vita. Ho dovuto guidare coi tergicristalli accesi fino a Conegliano. (Qui in una versione brevissima, durante una prova, con i nostri che essendo persone serie ci scherzano pure su).
5: More than this, Roxy Music, (1982)
Trovateci voi delle parole giuste per questa canzone. Mi basta il titolo, la voce di Ferry, l’andazzo sdolcinato ma impeccabile, delicato ma grintoso. Ascoltare: Neppure l’orrore del video anni ottanta la svilisce.
4: Ogni volta, Vasco Rossi (1982)
Ok, Vasco l’ha scritta con l’idea di scrivere un pezzo strappalacrime. Però ci è riuscito bene. Ascoltare in silenzio: quando dice “Ogni volta che qualcuno si preoccupa per me” se non vi si stringe il cuore siete dei killer (di sentimenti) professionisti. Bella perfino a San Siro tra milioni di persone. Anche se il top è sentirsela tutta da soli, al freddo e tristissimi.
3: Diamante, Zucchero (1995)
La canzone è di Francesco De Gregori, che probabilmente non l’avrebbe cantata così bene. D’altro canto Zucchero non l’avrebbe scritta così calda, viva, emozionale. Anche qua la lacrima è un po’ scientifica. Però che bellezza. Qui una versione zuccherosa, ma sul Tubo ce ne sono dell’autore e – mica male -pure di Mia Martini.
2: Santa Lucia, Francesco De Gregori (Buffalo Bill, 1976)
Francesco De Gregori l’ha pubblicata a 25 anni. Forse è un po’ mielosa e cantata in tono troppo acuto. Forse. Ma quando arriva il bambino al secondo piano che canta, ride e stona, per andare lontano fa che gli sia dolce eccetera… Come cazzo ha fatto quel maledetto a trovare queste parole? Come posso trovarne di accettabili per dirgli un semplice grazie? Qui la versione originale videata da un appassionato.
1: Time has told me, Nick Drake (Fives Leaves Left, 1969)
Il tempo mi ha detto. Basta il titolo. Che cosa può dirti il tempo? Buone notizie no di sicuro. Poi senti questo ragazzo che crea con la classe di Mozart ma tiene tutti gli strumenti sottovoce, per non disturbare. E canta con bassi alla Pavarotti e alti alla Callas ma a bassa voce, che pare si vergogni. E poi muore, in silenzio, da solo, giovanissimo. Ascolta, commuoviti e cerca sempre il bello che c’è nella tua vita. Qui l’originale, con foto (toh, tristissime) di Nick.
Siccome piango ogni volta che l’ascolto, mi sono sempre rifiutato di leggere il testo. Sai mai che mi deludesse. L’ho fatto solo per scrivere questo pezzo. Ed eccolo qui, che accompagna la canzone. Sto piangendo daccapo tutte le le lacrime che non ho pianto dai tredici ai trentatre anni. Perché mi vengono queste dannatissime idee?
Matteo Rinaldi
settembre 14th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 12 commenti
Meglio di Amendola, secondo me
La più bella voce del doppiaggio maschile: per battere Amendola e Ward ci vuole un filo d’ironia
Visto che ho riproposto alcune scene in cui la voce è protagonista assoluta, non potevo lasciar fuori queste due. Nella prima sentite la voce dell’attore Rutger Hauer, nella scena clou di Blade runner. Hauer è bravissimo: un minuto imperdibile di ritmo, tono e soprattutto pause da brividi. Anche se non capite una sillaba.
Stessa scena, il nostro Sandro Iovine. Poteva far di meglio? L’ha fatto. Se non esiste italiano dai quaranta ai cinquanta che non sia stato colpito da questa frase, e dunque da questa voce, il merito è della tensione che ci mette. Pare debba esplodere. Bisognerebbe scriverlo nel diario: almeno una volta alla settimana obbligatorio provare a parlare così, per far uscire davvero le emozioni che abbiamo.
Altro esempio di voce eccezionale: il film è I soliti sospetti. Se qualcuno non l’ha visto si cosparga il capo di cenere e rimedi al più presto. Qui una delle scene chiave in originale. A parlare è Kevin Spacey, che in America è considerato una delle migliori voci.
Di seguito la scena italiana con la voce a mio parere più bella, calda, emozionante del doppiaggio italiano. Se c’è lui tra i doppiatori, guardo il film. Fosse anche un mocciano Scusa se ti porto all’ospizio.
La voce è Roberto Pedicini. Opinione mia, che però mi tengo stretta: il migliore. Talmente bravo da permettersi di non rispettare le regole, dimostrando che si raggiunge il massimo proprio rompendole. Ma Pedicini non parla così nel doppiaggio: parla così nella vita. Ci mette sempre l’anima. Sempre.
La cosa più bella (tra i suoi personaggi anche Xavier Bardem e l’inarrivabile Jim Carrey: e guardate che far meglio di Carrey in lingua originale è un’impresa epica) è che ci mette sempre anche un bel po’ di ironia. Anche nelle parti più tragiche. Quei due minuti al giorno che mi riesce di fare lo stesso sono i più belli tra tutte le mie chiacchiere.
Matteo Rinaldi
settembre 11th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
E se sbaglio mi corrigerete
Ecco perché la voce giusta non è necessariamente quella bassa e calda dell’uomo che non deve chiedere mai.
Questa è una scena tratta dal Silenzio degli innocenti, film capace di trasformare un brutto libro, ma brutto davvero, in una storia eccezionale. Le voci dei protagonisti non sono le classiche “voci da favola” però rendono in modo magistrale. I doppiatori sono Dario Penne e Laura Boccanera.
Per dar voce al carattere di Lecter, Dario Penne varia tono, ritmo e velocità. Pare facile. Pare! Provateci: è un bell’esercizio. Anche perché nel parlato quotidiano non lo facciamo mai. Buona ragione per provarci. Laura Boccanera è semplicemente perfetta. Questo è uno dei film che nemmeno sotto tortura guardarei in lingua originale. Troppo belli, troppo veri così.
E questo è Woody Allen da Io e Annie. Sebbene parli a raffica, in inglese, è piacevole da ascoltare e quasi comprensibile. E poi contando sulla stringatezza della lingua inglese, riesce pure a respirare tra un periodo e l’altro.
Ma ecco il grande Oreste Lionello nella stessa scena. Che aveva il problema di una lingua più articolata, oltre a quello di incollarsi alle labbra isteriche di Allen: uno scoppiettio di pause, accelerazioni, stop improvvisi, balbettii.
Non si può dire che Lionello avesse una voce sexi, calda o da macho. Giusto? Sbagliato: la voce di Lionello è nevrotica, tremolante (sgraziata forse), acuta. Eppure è caldissima, piena di ritmo e di energia. Quindi efficacissima. Lo stesso Allen racconta: “Ho capito di essere davvero un attore solo dopo aver visto il mio film doppiato da Lionello”.
Morale: qualche volta bisogna lasciar perdere il grande Amendola e tirar fuori il Lionello che è in noi.
Matteo Rinaldi
settembre 10th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Falsi e fasulli. Fino a esser veri
Tra i commenti del post precedente Alberto Ragni scrive: “Ma il buon Ward quella voce la tira fuori solo per lavoro. Essere così ogni giorno della vita mi parrebbe una fatica assassina. Tutto sommato una finzione (lo so, sono scettico)”.
Riprendo brevemente l’argomento perché Alberto dice proprio quello che speravo venisse detto. Credo di capirlo perfettamente, il suo discorso. L’ho vissuto sulla mia pelle. Quando ho studiato queste cose mi sono posto le stesse domande, sentendomi anche un perfetto cretino. Mi capita tuttora. Ma la risposta non è così ovvia.
La risposta sta in un punto imprecisato, che magari non è neppure nel mezzo. E vale per tutte le cose che fai nella vita: parlare, scrivere, amare, lavorare… Me l’hanno insegnata i bravi giornalisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare, i bravi comunicatori, le persone più intelligenti. La possiamo riassumere così:
Prima impara tutte le regole. Poi prenditi la libertà di non rispettarle.
La scrittura di Alberto ad esempio è bellissima, naturale, assolutamente godibile e sincera proprio perché parte da questo presupposto: una padronanza assoluta del mezzo (l’imparare le regole), su cui applica la sua libertà espressiva (non rispettarle). La padronanza è evidente: provate a negarlo dopo averlo letto, se ne avete il coraggio.
Sui pezzi di Alberto ci trovo la sua anima. È probabile che anche lui si riconosca più facilmente sul blog che davanti allo specchio. Ma dietro c’è stata una costruzione, una sperimentazione, un incessante taglia, cuci, cancella, ricomincia.
Alla lunga parlare bene è la stessa cosa di scrivere bene. Più difficile magari, ma la stessa cosa. Dobbiamo provare e sbagliare. Per quel che mi riguarda, quante imitazioni vergognose di Michela Serra, di Stefano Benni, di Gianni Brera, di Luca Goldoni (giusto per citare i primi) ho messo in fila prima di trovare uno straccio di stile nella scrittura.
Con la voce vale la stessa logica. Dobbiamo fare anche la brutta copia di Ward (e di Lionello, di Amendola) se vogliamo arrivare alla nostra vera voce, che come la nostra vera scrittura magari non abbiamo ancora mai conosciuto.
Il come proviamo a capirlo anche attraverso i prossimi post.
Matteo Rinaldi
settembre 9th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 6 commenti
Siamo tutti grandi doppiatori
Secondo voi la bella voce e la “voce giusta” sono un dono naturale o il frutto di un gran lavoro?

La voce della Russo Jervolino è brutta fin che si vuole, ma paradossalmente “giusta”. Senza quella voce è probabile che la signora Rosa non sarebbe arrivata da nessuna parte
Se alle mie lezioni di comunicazione nessun ha mai tentato il suicidio (o il coachcidio?) lo devo anche a Youtube. Che mi dà la possibilità di sfruttare filmati capaci di spiegare, meglio di cento discorsi, la differenza che passa tra comunicare male e comunicare bene.
Quelli che seguono li ho scelti, raccolti e ordinati soprattutto per dar corpo al meraviglioso potere della voce. Non uso l’espressione a caso: la voce dà letteralmente corpo a chi la usa (e non il contrario) perché non solo valorizza il messaggio verbale ma anche il corpo e la fisicità.
Il secondo grande vantaggio di lavorare un po’ sulla voce è questo: ti costringe a scegliere meglio le parole. Quando ci sforziamo di parlare con un giusto tono, con un ritmo controllato e insomma con impegno, siamo obbligati a usare le parole migliori che abbiamo e a lasciare fuori ciò che non serve.
Se vi impegnate a parlare con una voce che piaccia prima di tutto a voi stessi, userete metà parole rispetto a quelle che usate normalmente e quasi distrattamente.
Questi video ve lo dimostrano: una voce viva, verosimile e convinta vi invita all’ascolto, vi piace, vi emoziona. Se avete un paio di casse accettabili (o di cuffie), la voce basta e avanza per valorizzare anche il minuscolo schermo della finestra youtube.
Ecco la versione in lingua originale e, di seguito, italiana di una delle scene clou di Taxi Driver. Pochi minuti di immagini e suoni entrati nella testa di milioni di persone, in modo particolare in Italia. Per capire la ragione basta guardare, e ascoltare, il monologo di Robert De Niro. Prima nella sua lingua madre.
Poi doppiato dal nostre indimenticabile Ferruccio Amendola.
Avete notato che il doppiaggio italiano alza il volume del parlato rispetto all’originale? Se ci fate caso. è quello che accade anche nella musica. In fase di missaggio gli italiani tengono il volume del cantato molto più alto rispetto a inglesi e americani. Personalmente preferisco la scelta anglosassone, nella musica. Ma nel cinema, con i doppiatori che abbiamo, dar volume alle voci mi pare doveroso.
“Eh, ma io la voce di Amendola mica ce l’ho“, direte voi. Mica vero. La voce di Amendola scalda, conquista e magnetizza, eppure è lontanissima dalle voci impostate e precise degli attori tradizionali. Quindi è molto simile alla vostra. Questo è il segreto: metterci l’anima, parlare con impegno, con trasporto, con passione. Tanto meglio se conoscete le regole, dalla dizione alla prosodia. Ma l’importante è metterci il cuore.
Ve lo dimostro in tre minuti. Ecco Russel Crowe, nel Gladiatore, che dà il via alla battaglia con le parole “Al mio segnale scatenate l’inferno”. Perché questa frase è diventata la più celebre del doppiaggio italiano degli ultimi anni? Sono cinque parole esatte! Merito della voce naturale del doppiatore Luca Ward, che ha un basso che ti risuona nelle costole e si lega alla perfezione con la faccia di Crowe. Fateci caso: la voce originale di Crowe, nel primo filmato, non è affatto male.
Ma solo nel secondo l’inferno si scatena davvero.
“Ok, ma io la voce di Ward non ce l’ho“. Già, ma nemmeno Ward. Non scherzo: sentite come parla Luca quando discorre normalmente: ci trovate tanta differenza con voi?
E poi guardate come cambia faccia, espressione, grinta, colore in questo bellissimo filmato dove, per gioco, mima la celebre scena. Notate bene: la ricorda perfettamente a memoria chissà a quanti anni di distanza.
Morale: per scatenare l’inferno anche Ward deve studiare, impegnarsi, dare il massimo, provare e riprovare. Altrimenti emoziona al massimo suo suocera. Vale lo stesso per tutti noi.
Matteo Rinaldi
settembre 7th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 9 commenti
