Il ritorno di Alighiero Noschese

Dieci note a margine del Corrado Guzzanti show di Padova, che mi ha visto pagante plaudente sabato 28 novembre 09

Guzzanti, perfetto nella parte del conduttore, mentre tiranneggia don Federico

Scusate ma a me viene in mente Noschese. Quell’uomo che guardavi da bambino, in bianco e nero, non capivi nemmeno una battuta ma restavi inchiodato allo schermo. Perché rispetto ai Tognazzi, ai Pozzetto, ai Vianello, non capivi mai se scherzava o parlava sul serio.

Oggi che Alighiero Noschese si è trasformato in Corrado Guzzanti mi diverto anche di più. Sarà che ci sono i colori. Sarà che ho imparato a capire le battute. Ma spesso e volentieri ancora non capisco se scherza o dice sul serio.

10. Il boato magnum. Il boato magnum, tipo gol del Padova nel derby, è arrivato all’apparizione di un personaggio minore e non politico: Vulvia, la conduttrice televisiva che presenta Rieducational Channel. Mancava poco che qualcuno lanciasse reggiseni sul palco. Eppure gli altri personaggi sono più azzeccati, più geniali, più tutto. Ma lo ammetto: anche a me Vulvia fa scompisciare di più.

09. Il boato tipo gol del Padova. Il boato tipo gol del Padova in effetti era arrivato, nel pomeriggio, durante il derby contro il Vicenza. Noi però (noi il Vicenza) ne abbiamo fatti due. Mi sono tenuto stretto alla sedia per non urlare ai tremila circostanti: “Hei, com’è andato oggi il derby?”. Non so loro: a me faceva ridere più di Vulvia.

08. Macchina da palcoscenico. Quasi tre ore di spettacolo, una decina di personaggi, diecimila parole. Non una sbagliata, un tentennamento, una correzione. Marco Mazzocca e la sorella Caterina Guzzanti, i due umani che lo affiancano nello spettacolo, ogni tanto sbagliano. E si correggono. Lui no. Ma come fa?

07. Mi sa che si diverte. Perciò diverte tutti e se sbaglia neanche te ne accorgi. È un mostro a travestirsi. A muoversi: poco e bene. A usare la voce. Ma soprattutto: a scrivere i testi! Perché se li scrive tutti, dal primo all’ultimo. Bisogna provarci, a scrivere battute, per rendersi conto di quanto è difficile. Lui è una fucina: sempre azzeccate, ora dolci, ora cattive, ora assurde, ora iperreali. Mai, dico mai, banali, volgari, pedanti.

06. Il ritorno del Caso Scafroglia. Pensavo che il Caso Scafroglia, per me un capolavoro, avrebbe vissuto solo in dvd o a spezzoni su Youtube. Invece Guzzanti lo ha praticamente riproposto, ammodernando dialoghi e qualche personaggio, come la Gelmini della sorella Caterina. Ma riproponendo gli stessi personaggi base, gli stessi abiti, lo stesso sfondo psico-chic a pallini colorati che pare il salotto anni Settanta di mia zia Milena. Avrei pianto volentieri, se non fossi stato troppo occupato a ridere.

05. Principali personaggi riproposti. Vulvia, più sexi dal vivo che in tivù. Quelo, meglio che in tivù, più maturo. Il conduttore del Caso Scafroglia: era perfetto, perfetto rimane. Il prete Mazzocca (come sopra). Il telefonista qui pro quo: da sposarlo in diretta, pure lui.

04. Personaggi riproposti ma riveduti. Tremonti vestito da regnante, ottimo: fosse davvero così, rivaluterei l’originale. Funari che parla dall’aldilà: irresistibile e tenerissimo. Il capo mafioso con lo sgherro tonto Mazzocca. Fausto Bertinotti, la più divertente e realista satira sul declino della sinistra, non solo salottiera.

03. Personaggi nuovi o quasi: Di Pietro, follemente creativo e coinvolgente, meglio dell’originale. E soprattutto Don Pizzarro, il geniale cardinale (qui su Youtube) che spiega senza giri di parole il rapporto tra la Chiesa e il Paese. Un mix di satira, ironia, realismo e surrealismo sull’intera storia d’Italia.

02. Sorridente e indistruttibile. Tre ore di spettacolo e non ha mai dato l’idea di essere stanco. Che sia sovrumano? Che sia più falso di un’enciclica?

01. La notizia migliore. Ti guardavi attorno e vedevi decine di belle donne, dai vent’anni ai sessanta. Per sicurezza ho chiesto conferma ai vicini: sissì, belle donne davvero. Un cordiale vaffanculo a tutti quelli che millantano gnocche solo agli eventi di destra. Non faccio cambio neanche per scherzo. Non di solo trans viviamo, che se ne dica.

Matteo Rinaldi

novembre 30th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 11 commenti

Che gran figli di Palladio

La faccia seriosa e compita dell’architetto Andrea Palladio è un falso storico finalmente smascherato dagli esperti

Sto leggendo un libercolo sul mio concittadino Andrea Palladio (Palladio privato, Guido Beltramini, Marsilio) perché da anni sostengo che il divino architetto non fosse necessariamente più divino di tanti altri colleghi. “Se Palladio ha avuto il successo che ha avuto è perché era molto più bravo, rispetto ai concorrenti, a comunicare”. Non ho certezze: solo immaginazione. Debbo pur credere in quel che insegno.

Il bello è che ho ragione. Anche se novantanove interlocutori su cento mi guardano come se stessi scherzando, la storia parla per me. Lo conferma il libro di Beltramini, che di Palladio è uno dei massimi esperti mondiali: Palladio era fenomenale non solo come architetto ma soprattutto nel rapporto con la clientela -sempre stata difficile la clientela: ricchi zoticoni, ricchi intellettuali, governanti, vescovi e cardinali – e, sorpresa, pure con le maestranze.

Racconta un cronista dell’epoca, Paolo Gualdo, che lo vede al lavoro: “Piacevolissimo e facetissimo nella conversazione, dava estremo gusto alli gentiluomini e signori con i quali trattava. Come anco agli operai dei quali si serviva, tenendoli sempre allegri. Trattenendoli con molte piacevolezze, faceva lavorassero allegrissimamente“.

Traduzione in lingua contemporanea: invece di presentare le sue opere con la faccia che immaginiamo noi, compita come quella di un architetto del catasto, amava chiacchierare, straparlare, far battute e battutacce con cardinali, conti e non ultimi, scalpellini e operai.

Come li faceva lavorare allegrissimamente secondo voi? Parlando della dea Atena e degli ordini dorici o più probabilmente sulle meraviglie di lei e di tutto il genere femminile? Ho un sospetto, ma non vi dico qual è.

Ora vado in giro con Palladio Privato nella fondina della cintura. Al primo che mi dice che comunicare bene è tempo perso o addirittura una maschera che distorce il proprio io, faccio ingoiare per intero da pagina uno a pagina centosei.

Matteo Rinaldi

novembre 27th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti

Voglio una vita come Steve McQueen

6-8 dicembre (ponte dell’Immacolata). Tra piscine, saune e massaggi, due giorni di lavoro da attori. Per diventare più reali e meno attori

Al via il mio secondo corso di comunicazione in collaborazione con l’Associazione Jonas: serviti, nutriti, coccolati, massaggiati ma soprattutto strizzati (da me). A un prezzo altrettanto strizzato. Nell’immagine una delle quattro piscine dell’Hotel Commodore, a Montegrotto Terme (Padova), sede del corso.

Il sogno che abbiamo tutti è semplice: diventare migliori di quanto siamo.

C’è chi aspira alla ricchezza e chi alla pace dei sensi, chi a un amore impossibile e chi a un lavoro migliore. In sintesi aspiriamo semplicemente a fare un salto di qualità nella vita.

Imparare a comunicare meglio serve proprio a questo: porre le basi per il salto di qualità.

Il corso di comunicazione che vi propongo si chiama Io sono meglio di me. Lo so, il titolo è parodiato da un vecchio filmaccio anni Settanta, ma ve lo propongo a testa alta non solo perché lo tengo io ma anche perché non ho mai smesso di appassionarmi e appassionare centinaia di persone.

Il fatto è che dopo anni di lavoro ho imparato a tararlo su necessità, bisogni, età completamente diverse: dal professionista motivato all’apprendista demotivato, dall’artigiano che nella comunicazione ci crede al sindacalista che la considera tempo perso, dal datore di lavoro che non riesce a motivare i dipendenti ai dipendenti che odiano essere motivati dal titolare.

Se ho imparato a convincere perfino gli apprendisti riottosi, che il corso lo fanno solo perché obbligati dall’azienda e ti accolgono come Mefisto accoglieva Tex, avete ottime possibilità di divertirvi anche voi.

D’accordo: Io sono meglio di me non è un nome particolarmente evocativo. Ma è la ragione principale per cui di solito si fa un corso di comunicazione. Siamo tutti convinti di essere molto migliori di quanto lasciamo intendere. Ed è proprio così. Fatevene una ragione: nel nostro mare di pregi e difetti, spesso è molto più facile far trasparire questi ultimi piuttosto che i primi.

Ce lo dimostra il mondo in cui viviamo, pieno di mediocri con ruoli e responsabilità migliori semplicemente perché hanno saputo comunicare meglio. Spesso senza neanche rendersene conto.

E allora rendetevene conto. Il corso funziona così: arrivate all’hotel domenica 6 dicembre verso le 18. Ci presentiamo, vi godete un tuffo sotto le stelle (l’acqua termale è celeberrima: non a caso Abano Terme e Montegrotto sono praticamente province tedesche), cena e appuntamento al giorno dopo.

Una corsista comunica efficacemente la soddisfazione nelle ore di relax che spezzano i ritmi del corso

Lunedì 7 dicembre, dopo la colazione, ci mettiamo al lavoro. Per prima cosa ci tuffiamo nelle logiche della comunicazione, che non sono diverse da quelle del buon italiano o della matematica. Solo che nessuno ce le ha insegnate: quello che sappiamo o intuiamo lo abbiamo imparato dall’esperienza. Ma è un altra cosa capirle, viverle, riconoscerle una a una.

Le scopriamo con un sistema molto semplice: ci facciamo aiutare dai migliori comunicatori del mondo. Che sono… Chi ha detto i politici non faccia lo spiritoso. Sono gli attori! Facciamo un breve viaggio nei metodi delle scuole di recitazione e mettiamo in pratica i più semplici. Ovvero ci tuffiamo nel personaggio. Ma non spaventatevi: il personaggio siete voi stessi.

E non è questione di fingere o recitare ma esattamente l’opposto: impariamo a tirar fuori quello che siamo veramente. A valorizzare chi siamo. Senza più vestire, inconsciamente, maschere che ci siamo creati da soli.

Alterniamo corso a vacanza: un paio d’ore la mattina e nel pomeriggio di lunedì. Stessa cosa il martedì. Dal pomeriggio liberi tutti di chiudere in bellezza tra acqua e vapori.

Ci aiutiamo con diapositive, video, film. Preparatevi al peggio: non vi faccio recitare l’Amleto, che è fin troppo facile. Vi faccio recitare voi stessi. Vi faccio scoprire perché non riuscite a dimostrare quello che davvero siete e avete da dire.

Se vi servono referenze, contattate l’Associazione Jonas (0444. 30.30.01). Oppure scrivetemi. Il costo: 250 euro tutto compreso: il corso, la camera (singola o doppia se siete in coppia), colazioni, pranzi, cene, terme e piscine.

La promessa che vi faccio è semplice: imparate a comunicare meglio fin da subito. Ma soprattutto imparate un metodo per diventare – giorno dopo giorno, mese dopo mese – persone sempre più efficaci, naturali, convincenti, motivate. Perché quando riusciamo a esprimere veramente quello che siamo e abbiamo dentro, niente ci è precluso nella vita.

Matteo Rinaldi

novembre 21st, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti

La zampata del mollusco

Lo sport più bello del mondo, ultima puntata: da Big Jim a Barbapapà

È in occasioni come questa che il calciatore amatoriale entra in crisi mistica. È più forte la gioia per aver staccato meglio dell’avversario o la sofferenza per la testata in faccia?

Mezzo campionato vincente non lo avevo mai fatto in vita mia. Ma non pretendevo mica di rifarne uno uguale, no. Migliore, lo volevo.

La mente del calciatore amatoriale aspira sempre all’impossibile. Non a caso gioca a calcio, invece di fare modellismo o bricolage.

Partimmo per il futuro convinti di spaccare il mondo. Spaccarono noi. E mi spaccai anch’io, dalla testa ai piedi. Nell’ordine: un legamento collaterale (guarire è lungo e faticoso), una pubalgia (guarire è lungo e doloroso), sei stiramenti, un trauma facciale per una testata (con parte del naso definitivamente compromesso), sette distorsioni alla caviglia sinistra e cinque alla destra (guarire del tutto è impossibile).

Quando si infortuna un professionista lo compatiscono e lo curano. A noi amatori ci disprezzano e insultano. Per non prendere parole a casa dobbiamo far finta di niente e nascondere ossa tumefatte ed escoriazioni sanguinanti.

Ma il problema era un altro: perché mi facevo male con regolarità se per tutta la carriera non mi ero mai fatto niente? Una ragione l’avevo intuita: se tocchi cinquanta palloni invece che cinque hai il decuplo di possibilità di farti male. Ma i miei infortuni erano davvero troppi.

Dopo la dodicesima distorsione chiesi spiegazioni a Marco Sinicato, gran visir vicentino delle cure articolari e splendido preparatore atletico dalla leggendaria gentilezza. “Hai un fisico di merda – mi spiegò – Muscolarmente sei un’ameba, una medusa, un mollusco. È lapalissiano: devi fare palestra“. Finsi di ignorare che lui è titolare di una palestra e mi misi all’opera. Quando uno perde la testa, la perde davvero. Dovevo tentarle tutte.

Avevo sempre odiato la palestra, che consideravo un covo di debosciati, brutte copie di Schwarzenegger vestiti come Truciolo a fare Hop hop hop! tra inutili e roboanti macchinari.

Dopo un mese mi innamorai. In fondo bastava vestirsi da calciatore invece che da Truciolo, fare Snort invece di Hop, guardare male tutti (non era difficile) e sorridere alle belle donne (questo era difficile: non ce n’era una).

Scoprii che fare palestra è meglio che correre. I muscoli sono persone per bene: se tu ripeti un esercizio con calma e impegno, loro capiscono cosa vuoi e ti assecondano. Migliorano giorno dopo giorno. Polmoni e cuore, quando corri, se ne fregano delle tue richieste e si ostinano a frenarti e farti soffrire.

Dopo tre mesi di hop hop hop ero già accettabile. Tornai in campo convinto di spaccare il mondo. Scoprii che: a. Non riuscivo più a correre come prima (colpa delle nuove fibre muscolari, nemiche di quelle da corsa). b. Avevo la stessa mobilità articolare di Big Jim.

In palestra chiesi spiegazioni. “È lapalissiano! Ci vuole un po’ di tempo per abituare il corpo. Porta pazienza e prosegui“.

Ci volle un po’ di tempo, in effetti: un anno. Un altro campionato buttato via. L’ennesimo.

Ma ero un duro. Sabato giocavo la partita, lunedì e giovedì allenamento con la squadra, martedì palestra, mercoledì corsa per conto mio.

Nella stagione 2003, l’unica della mia vita in cui mi stabilii per mesi in testa alla classifica (poi crollammo nel finale), dentro ero una specie di toro, anche se visto da fuori restavo la pippa di sempre. E il fisico da atleta?

Chiesi spiegazioni. È lapalissiano! Dopo una certa età il muscolo si rinforza senza cambiare aspetto. Dopo i trent’anni non puoi pretendere di sviluppare i pettorali“. Era lapalissiano tutto, dannazione.

Però mi divertivo. Con la pressa (macchina arcaica ma proprio per questo bellissima, che sviluppa gambe e glutei, dove la media nazionale solleva circa 80 chili) sfioravo i 300. E in campo, a spallate, neanche i montoni dell’Altopiano mi schiodavano più dalla posizione.

Raggiunsi soddisfazioni mistiche per un calciatore amatoriale: calciare sempre le rimesse dal fondo oltre la metà campo. Battere i corner e metterla senza fatica in mezzo all’area senza sapere come si fa. E soprattutto: battere i falli laterali con una potenza tale che segnammo addirittura tre o quattro gol lanciando l’uomo a rete e scavalcando i difensori.

Segnai più gol in quei mesi che in tutta la vita e in tutti i miei sogni. Il migliore fu il colpo di testa, all’ultimo minuto, che ci diede la vittoria contro la squadra con cui dividevamo la vetta della classifica. Il portiere mi uscì in piena faccia ma riuscii ad anticiparlo e a deviare in rete la palla prima di incontrare i suoi guantoni. Caddi col sorriso e sentii dolce come una carezza il peso fisico e fangoso di dieci imbecilli vestiti come me che mi saltavano sopra.

Ero il fiero basamento di un monumento vivente dedicato alla vendetta degli ultimi dopo quindici anni di sconfitte e umiliazioni.

E poi basta. Finì tutto così. Gli anni seguenti più correvo e meno rendevo. Non capivo perché, finché lo capii una volta per tutte. Senza rimpianti dissi addio questa passione. Neanche il calcio ebbe mai il minimo rimpianto. Era difficile trovare una passione ancora più folle e distruttiva, ma ci riuscii: la vela.

In palestra però vado ancora. 300 chili non li sollevo più ma vi sfido tutti quanti in addominali e pressa. Non provateci neppure: giuro che vi spiezzo in due.

Se non ne avete abbastanza, parte delle avventure di quegli anni sono raccontate qui, sul mio vecchio Pennarossa. Ma per capire chi eravamo davvero, in quel magnifico campionato, non c’è niente di meglio che leggere qui il profilo di quei cess… di quei campioni.

Matteo Rinaldi

novembre 13th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 12 commenti

La rivincita dei Nerds

Lo sport più bello del mondo (5). Dopo dieci anni di umiliazioni, la rinascita

Nella foto Ansa, una fase di gioco che ricorda da vicino le nostre partite. Noi siamo quelli a sinistra

Dopo quattro puntate credo non abbiate più dubbi: la mia carriera di calciatore è stata semplicemente miseranda. Così miseranda da essere raccontabile: gli sfigati aiutano a sentirsi meglio.

Ma in tutta questa miseria, la stagione 1996-97 è quella che porterò sempre nel cuore. Non è stata la migliore: nel 2003-04 dominammo mezzo campionato maramaldeggiando in ogni campo. Ma contavamo su tre fuoriclasse, allora. In quel 96-97 non avevamo niente e nessuno.

Con otto sconfitte nelle prime nove partite capimmo presto che sarebbe stata la peggior stagione della carriera. Io ero in forma smagliante ma non se n’era accorto nessuno. Credevo che a correre molto si diventasse automaticamente più forti. Invece no: a correre molto si tende a strafare e a sbagliare il triplo. Visto che già sbagliavo un pallone su due, a sbagliare il triplo ne buttavo via tre su due. Il che è francamente insopportabile, oltre che matematicamente impossibile.

Avevamo un allenatore che non capiva niente di calcio ma viveva di sogni e ottimismo. Arrivò promettendo vittorie, cene gratis, godimento per tutti e uno sponsor pronto a mettere un milione di lire tutto per noi. Mi ricordava un tizio che prometteva un milione di qualcos’altro, ma non ci feci caso.

Ci mettemmo poco a realizzare che non capiva niente di calcio. In compenso era furbo come una volpe. Inquadrati i sei elementi più pericolosi per lui, ne faceva giocare tre alla volta, lasciando gli altri in panchina o direttamente a casa. Costoro davano di matto e ne chiedevano la testa ma erano frenati dai tre titolari. Mancava la maggioranza per farlo fuori. Ogni tanto invertiva il trio e si garantiva così il posto saldo e l’odio di tutti. Un capolavoro tattico.

Ma era pazzo oltre ogni aspettativa. Prima di una partita molto sentita a San Gottardo, radunò la squadra e disse: “Da oggi giochiamo tutti al servizio dei due uomini che io considero i più importanti e decisivi: Edo e Andrea. Vi voglio tutti per loro. Correte, date l’anima, serviteli più che potete, stancatevi pure che tanto abbiamo cambi. Saranno il cuore e l’anima del nostro gioco“.

Cominciò la partita. Dopo cinque minuti esatti chiamò il primo cambio: dentro due panchinari, fuori Edo e Andrea. Aveva cambiato idea e strategia politica in soli trecento secondi!

Perdemmo quella partita. E ne perdemmo tante altre. Io giocai in tutti i ruoli possibili, purché sbagliati. Finché la squadra si ribellò. Con un’insurrezione degna delle peggiori rivolte sudamericane, i nuovi vecchi, cioè noi, cacciammo l’allenatore, i vecchi vecchi e prendemmo per la prima volta il potere.

Fu un potere molto fragile perché l’allenatore si portò via tutti i fedelissimi oltre a tutti i vecchi vecchi. Restammo un pugno di disperati, molto scarsi ma molto incazzati.

Non eravamo una squadra. Eravamo un insulto. Avevamo un portiere che cominciava a urlare di paura e insultare i compagni non appena gli avversari superavano la metà campo. Siccome nella nostra metà campo si accampavano fin dal primo minuto, gridava senza sosta per tutta la partita. Inoltre era terrorizzato dalle uscite, viveva aggrappato sulla linea di porta e non parava un pallone che fosse uno.

Il momento peggiore erano i calci d’angolo. Oh, bè: ne subivamo solo 50 a partita. In quei casi pretendeva che ogni avversario fosse marcato da almeno due uomini. Impossibile fargli capire che non era realizzabile: triplicava le urla e prendeva a calci il palo della porta.

In difesa però eravamo strepitosi. Un libero e due marcatori totalmente negati per il calcio ma formidabili, uno di testa e l’altro nel recupero. L’uno era Andrea G, che non avrebbe fatto un passaggio giusto nemmeno sotto ipnosi ma con la testa, e con la grinta, fermava attaccanti dall’Eccellenza. L’altro, Andrea D, si faceva regolarmente saltare dall’uomo ma in un decimo di secondo gli era di nuovo addosso. Gli si incollava letteramente con il petto, con le cosce, con la lingua senza mai fare un fallo che fosse uno. Una mosca, fastidiosa e petulante ma indistruttibile.

In mediana combattevo io. Grazie alle mie nuove capacità atletiche, il nuovo allenatore mi aveva offerto la maglia numero otto. Otto! La carezzai con gli occhi che luccicavano, ma ebbi un moto d’umiltà e scelsi la quattro che mi pareva meno impegnativa.

Non è vero che i numero non contano. Contavano eccome, in quegli anni. Finché eri un marcatore puro (numeri 2, 3, 5, 6) vivevi in un mondo pericoloso e limitato. La difesa è una vita d’angoscia, come la trincea nella prima guerra mondiale. Non puoi mai guardare avanti, tentare un dribbling, superare il centrocampo, tirare in porta. Mai!

Veramente anche con il quattro, nel nostro centrocampo, era praticamente impossibile guardare avanti, tentare un dribbling eccetera eccetera. Ma l’idea! L’idea che una volta persa palla non sarei stato fucilato! L’idea che a un tuo errore non corrisponderà automaticamente un gol subito era meravigliosa. Anche a quindici anni di distanza, la numero quattro me la porterei tuttora a letto, accarezzandola come se fosse una pin up.

Se a centrocampo avevamo poco, in attacco ancora meno. I nostri punti di forza erano mio cugino Tomas, uno degli attaccanti più pigri del mondo. Non avrebbe corso nemmeno se inseguito da una pattuglia di talebani inferociti. In fascia contavamo su Fabio, un’ala destra coi capelli rossi, semplicemente fortissimo ma con idee granitiche: faceva cinque fughe a partita e metteva in mezzo tre cross perfetti, non uno di più. O sfruttavamo quelli o se ne lavava le mani. Però difendeva meglio di un terzino da galera. A tutta grinta, senza sceneggiate e cattiverie inutili.

A parte le otto sconfitte consecutive, quel girone d’andata ci regalò un cinque a zero subito in casa della squadra che più odiavamo: i nemici storici del Nanto, formazione marpiona e carognesca, nella quale oltretutto giocava il nostro ex portiere, lavativo senza pari e tignoso: con noi, in dieci anni di campionato non aveva mai pagato la quota e si era sempre comportato da primadonna permalosa.

Cominciammo il girone di ritorno con l’idea di fare un po’ meglio dell’andata. Non pareva difficile, vista una media sconfitte del 96%. Il nuovo allenatore, Andrea F, non capiva niente di calcio ma per sua fortuna c’era poco da capire. Se ogni tiro in porta era gol, bisognava che non tirassero mai in porta. Chiaro? Se riuscivamo a superare la metà campo al massimo tre volte in una partita, bisognava fare un gol ogni tre azioni. Chiaro? Lampante.

Impostò la squadra come neanche Nereo Rocco nei suoi sogni erotici col Padova: in dieci sul limite dell’area a proteggere il portiere con i piedi, con le gambe, con la schiena, con la faccia, con gli attributi. Difesa strenua e centonove falli sistematici, ma sempre col sorriso e a braccia larghe. Subivamo dozzine di punizioni e calci d’angolo a a fine partita avevamo mal di testa dalla quantità di palloni che ribattevamo con fronte, nuca, tempie, naso.

Ma non ci segnavano mai. Terminammo l’intero girone di ritorno imbattuti, pareggiando zero e zero la metà delle partite e vincendo uno a zero o due a uno tutte le altre, a partire dalle sfide con le squadre più forti. Contro il Nanto giocammo la nostra partita più epica: sedici volte inferiori a loro, ci difendemmo con i denti (non è un modo di dire: credo che arrivai ad attaccarmi alla maglia del loro regista anche così) e vincemmo due a zero. Un gol strepitoso di Fabio il rosso che finse di crossare, si accentrò e dal vertice dell’area fulminò il portiere. Il raddoppio mio, in contropiede, col gol più bello che potessi sognare: un tiro da 35 metri con la palla che si impennò in direzione campo di grano ma all’ultimo istante s’abbassò in picchiata e finì sotto la traversa.

A tutti quelli che da allora mi dicono “Nella vita cosa c’è meglio del sesso?” non rispondo nemmeno. Ma la risposta la so.

Vincemmo e segnammo solo così, ogni volta soffrendo come bestie, ogni volta ancorati davanti alla porta, ogni volta con tre contropiede casuali e fortunosi. Pensavamo che fosse un inizio e che il nostro mondo potesse cambiare. Che cretini. All’ultima puntata.

Matteo Rinaldi

novembre 11th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 7 commenti

Una vita col fiatone

Lo sport più bello del mondo (4). Ci sono mille modi per divertirsi con calcio. Io scelsi il peggiore

Le più belle foto degli sportivi mentre corrono nascondono sempre i volti: le facce sotto sforzo sono maschere dell’orrore

Ero in vacanza in Sardegna e pensavo al futuro portando a spasso 30 anni e 77 chili. I secondi pesavano di più. Sarei diventato padre l’inverno seguente: l’idea di presentarmi a mia figlia con un fisico da commendatore mi disturbava. Sapete quanto siamo fighette noi maschi.

Vagando tra le bancarelle di una fiera del libro usato, dopo la prima giornata di mare, buttai l’occhio su un esemplare titolato La preparazione fisica del calciatore. Un segno divino, visto che i titoli andavano da Sardegna in fiore a L’agnello in tutte le salse. Comprai e iniziai a studiare. Era un mondo totalmente nuovo per me: l’autore, Simone Mazzali, partiva dall’analisi dei muscoli impegnati nel gioco del calcio per arrivare a semplici e razionali spiegazioni su ciò che il calciatore dovrebbe fare per giocare meglio: dall’allenamento all’alimentazione.

Spiegava purtroppo anche una profonda verità: se ti mancano alcune caratteristiche fisiche fondamentali (la perfetta mobilità del piede; un rapporto corretto tra fibre muscolari rosse e fibre bianche) non potrai mai essere nemmeno l’ombra di un calciatore. Mi misurai: nel test del piede, peggio di me era andata solo a un tale Pinocchio, prima di diventare bambino. E le fibre… Né bianche né rosse: tutte grigie topo. Ma Mazzali era un buon maestro: se non sei bravo come gli altri, diceva, fai quelli che gli altri non fanno volentieri. Corri.

Non aveva niente a che fare con quello che mi avevano insegnato fino al giorno prima. Mazzali dava messaggi rivoluzionari tipo: “”Se corri di più arrivi prima sul pallone. Se arrivi prima sul pallone ti diverti il triplo“. Che storia era? A me avevano sempre insegnato che ti diverti di più a far finta di correre. Proseguiva con illazioni tipo: “Meglio un’insalata che tre etti di pasta” e  ”La frutta nutre, le merendine no“. Farneticazioni: noi, prima delle partite, si pranzava con nutella e frittura di pesce.

Follie, insomma. Ma ero in vacanza e il tempo non mi mancava. E poi ero ancora ferito da quanto accaduto qualche settimana prima: in un negozio per comprare un paio di jeans, i celebri Levis 501, non ero riuscito nemmeno ad arrivare alla vita. “È un pantalone un po’ troppo giovanile: a lei consiglio un jeans da uomo” disse la commessa, che magari pensava di tirarmi su.

Con in mano quel libro dissi a mia moglie che sarei entrato in dieta ferrea e avrei cominciato ad allenarmi tutti i giorni. Lei disse: “Ma a me piaci anche così”. La stessa sinistra frase che dice anche Pina Fantozzi quando obietta “Ma Ughino, a me piaci anche così. E poi sii prudente, alla tua età…” e lui replica “Macché prudenza, macché età!“, si piega atleticamente e si inchioda la schiena.

Anch’io mi inchiodai e mi piegai. Ma non mi spezzai. Entrare in dieta dopo 30 anni di pastasciutte erotiche e biscotti pornografici fu tremendo. Le prime piane di frutta e verdura scondita che affrontavo nella vita erano violenza pura. Peraltro ero in ferie con Sandro – sì, la carogna che oggi viene con me a vela – e lui mi derise dicendo: Mangerò più di prima e peggio di prima solo per farti rabbia. Ci pesammo prima del via: 77 chili io, 67 lui.

Cominciare a correre seriamente dopo 10 anni di farse amatoriali, fu una tortura. La Sardegna d’agosto come pista d’allenamento è infame: temperatura infernale, saliscendi assassini, umidità cento per cento, nessun marciapiede, auto che ti usano come bersaglio semovente. Unica possibilità: i sentieri di montagna, tra pendenze garibaldine, briganti assortiti, caproni irosi e sassi appuntiti. L’ho odiata, la Sardegna. Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, salita dopo salita.

Scoprii che, diversamente da quanto si possa credere, la parte del corpo maggiormente sotto sforzo nella corsa non sono i muscoli delle gambe, né il cuore, né i polmoni. È il naso! Per raccogliere l’aria necessaria a sopravvivere dopo trent’anni di inefficienza, il naso diventa un mantice, un aspirapolvere, una turbina nucleare. Dopo mezz’ora di corsa aspiri odori e profumi di cui non sospettavi l’esistenza. Dopo un’ora li sintetizzi direttamente: dal naso alle vene, come la cocaina.

Da allora la Sardegna per me è soprattutto il suo odore. Odore di terra bruciata, di roccia, di erba secca. Ci devo tornare almeno ogni tre anni. Il più buon odore di ogni mio mondo possibile.

Avrei scoperto più avanti che correre è una droga naturale. Allora lo ignoravo e mi stupivo di quella che mi pareva un’insospettabile forza di volontà. Mai mollato una volta – escluso il giorno di libertà settimanale – la mia dieta professionale, mai saltato l’ora e mezza di corsa, di esercizi, stiramenti, flessioni, addominali. E per riposare, nuotate tipo marò della serenissima repubblica.

Alla fine di quelle due settimane di preparazione atletica la corsa mi faceva orrore come prima e più di prima, ma non smisi. Anzi, non smisi mai più.

Da allora ho corso sempre e dovunque. Per strada, nei parchi, in collina, in montagna. Con 50 gradi e a meno venti. Sul tapie roulant e perfino da fermo. Non ho mai più fatto una vacanza senza prendermi il piacere di portarmi le scarpe e andare correre. Solo così ho sentito e imparato a riconoscere davvero i posti, dalle isole alle città: col naso. Col naso che respira forte, sotto sforzo, e coglie le essenze più intime di ogni dove.

L’ultimo giorno di vacanza ci pesammo. Sandro pesava due chili in meno. Io ero perfettamente uguale a prima. Preparai la cima che avevo rubato in porto e usavo per saltare la corda. La fissai a un robusto olivo della Gallura: avrei posto fine alle mie sofferenze. Volli però impiccare con me anche Simone Mazzali attraverso la sua dannata Preparazione fisica del calciatore. Lo aprii a caso e a pagina 127 e trovai una nota che mi salvò. Era scritto: “Il calo di peso immediato è una sciocchezza: per essere efficace deve essere molto lento all’inizio”.

Tornato a Vicenza ripresi a correre come prima e più di prima. Come per magia, un chilo alla settimana, mi ritrovai 67 chili giusto per l’avvio del campionato. Avevo le idee chiarissime sulle corrette priorità: spalancai la porta del negozio, fulminai la commessa con occhi fiammeggianti e ordinai i 501. Swiss, clac: perfetti. Ora potevo anche perdere tutte le partite. Ma magari anche no.

Matteo Rinaldi

novembre 9th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 9 commenti

Figli di un gol minore

Terza puntata dello sport più bello del mondo: il cerchio si chiude.

Una rissa tra professionisti: violenta, rapidissima, entusiasmante. Negli amatori anche le risse erano inguardabili: eterne, spossanti, inconcludenti.

La mia vita sportiva pretendeva una svolta. Appena trovai il coraggio di ammettere che le mie qualità erano inferiori al sopportabile, cercai fortuna al Centro Sportivo Italiano, campionato di bassa lega ma umanizzato dalla presenza di giocatori veri, che qui venivano a godersi gli ultimi anni di carriera.

La squadra con cui mi accasai si chiamava L’Edilizia Settecà e pareva una roba seria. C’era gente dal glorioso passato. Il simpaticissimo Marino Rossetti che aveva giocato una vita in serie A, col Vicenza degli anni d’oro. Un Bedin protagonista in porta col Valdagno negli anni di C.

Intendiamoci: persone meravigliose. Ma giocarci assieme – e soprattutto ragionarci – era impossibile. Non sapevo allora che la peggior sfiga del calcio amatoriale sono gli ex professionisti. Far giocare un calciatore vero in mezzo a noi è come pretendere che possa nascere un dialogo costruttivo tra un impiegato del catasto norvegese e un palazzinaro romano. Perfino Maradona, tra i sub-umani come me, diventerebbe nessuno: dovrebbe necessariamente adattarsi ai miei ritmi. Come potrei io adattarmi ai suoi? Per questo non un solo professionista ha saputo dare qualcosa al calcio amatoriale. Il massimo che potevano fare era scappare il più lontano possibile.

Purtroppo i nostri non scappavano. Anzi: pretendevano di giocare. Bedin, che in C parava anche i sassi, prendeva gol da mangiarsi le mani. Rossetto, simpaticissimo in spogliatoio, era del tutto evanescente in campo. Non bastasse, nell’Edilizia c’era un nonnismo che la brigata Folgore dei parà, al confronto, è la scuola Montessori.

Per giocare titolare servivano qualità insospettabili. Se sapevi sputare per terra e picchiare gli avversari, anche inutilmente, il posto era tuo. Se il portiere avversario, rinviando il pallone, ti colpiva alla schiena e la palla finiva casualmente in rete, eri un campione: titolare per sei mesi. Se gettavi la palla fuori perché un avversario si era spezzato una gamba, lo perdevi per tre lustri. Una zuffa vergognosa con l’avversario ti valeva non già una punizione, come sarebbe stato doveroso, ma tre presenze gratis parché el se a ièra sercà. Un vaffanculo all’arbitro e ti guadagnavi la fascia di capitano.

Giocare perennemente aggrappato alla maglia dell’avversario: il mio unico credo per cinque lunghi anni

Ma come in tutte le squadre, la cosa fondamentale era eseguire gli ordini del mister. Anche i più assurdi. Infatti gli ordini erano robe tipo “Slàrgate al centro!” (seguiva sguardo smarrito e zig zag senza meta) per arrivare ai diktat prepartita: “Guerra, tì fa il tuo. Mariano, tì daghe dentro. Mateo, tì te xughi solo parché no gò altri”. E a Giuliano, eterno panchinaro poco dotato:  “Giulio tì… tì.. tì fa un póca de confusion.

Giocavo poco, male e non mi accorgevo che invecchiavo, dentro e fuori. Ormai trentenne, cominciavo a ragionare come i vecchi marpioni: arrivavo in scientifico ritardo agli allenamenti pesanti. Badavo bene a marcare gli avversari meno forti relegando ai compagni ingenui i più rompicoglioni. Davo pubblicamente ragione al mister, criticandolo selvaggiamente solo di nascosto.

In cinque stagioni avevo segnato un miserando gol, di puro caso. Sopravvivevo con una dozzina di colpi di testa a partita, una quindicina di tackle più appariscenti che altro, cinque anticipi e settecento artigliate alle maglie degli avversari, sempre troppo numerosi e sempre troppo veloci. Siccome ormai la maglia 3 era mia, cominciai pure a ingrassare e a usare il peso in eccesso per dare spallate inutili e petulanti. Poi avvenne l’irreparabile. Sarei diventato papà.

Matteo Rinaldi

novembre 6th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 10 commenti

Nel tunnel del calcio dilettante

Lo sport più bello del mondo (2): per diventare veri calciatori bisogna prima vivere il Vietnam del pallone

Quando giochi con una squadra scadente devi abituarti a tutto, dai dolori morali a quelli fisici. Una scuola di vita, ma non ti riprendi più

Ho giocato con pochissime squadre perché sono fedele e anche perché non mi voleva nessuno. La mia prima squadra si chiamava Antares. Apparteneva a un gruppo parrocchiale: avete presenti quelli che “conta soprattutto l’amicizia e giocano tutti alla pari“? Lo sanno anche i sassi che sono tutte balle! Ma io ero peggio di un sasso.

Giocai alla pari il primo tempo della prima partita. Poi mi richiamarono in panchina e da allora la maglietta non me la fecero più vedere. “La prossima volta”, dicevano sempre. Cominciai a sospettare che non avevo speranze perché la domenica mi davano indicazioni sbagliate su orario e sede delle partite. Mi convinsi quando arrivarono a presentarmi alcune bravissime ragazze figlie di Maria, molto carine ma curiosamente libere solo in concomitanza con le partite.

Ma è nelle difficoltà che si esalta il duro. E il duro che fa? Resiste, non molla, non si arrende mai. La settimana successiva mollai. Chiesi asilo a una squadra di disperati che si chiamava Publioggetto Cegalin. Questi loschi figuri si vantavano di aver raggiunto una finale nella stagione 1974-75. Dimenticavano di aggiungere che nei quindici campionati successivi avevano perennemente navigato nelle ultime posizioni. Un caso, certamente. Quando mi presentai, il mister disse: “Oh bene, c’è bisogno di gioventù!“. Il fatto che parlasse italiano avrebbe dovuto insospettirmi. Quelli che parlano dialetto capiscono niente di uomini ma qualcosa di calcio. Gli intellettuali del pallone niente di tutt’e due.

Per capire come vanno le cose nel calcio dilettante basta ragionare semplice. Avete presente la politica? Stessa logica. Ministri perfettamente imbecilli come il duo Gelfano sono lì semplicemente per fare gli interessi di altri, i potenti veri, che decidono dietro a un paravento senza peso politico e umano. Ultimamente li scelgono così squallidi che non c’è gusto neppure a prenderli in giro.

Lo stesso ruolo è richiesto all’allenatore dilettante: seguire le direttive segrete dei vecchi del gruppo, il cui bieco interesse non è vincere le partite, quando mai, ma giocare sempre, allenarsi poco e decidere tutto. In cambio l’allenatore ha la possibilità di gridare illuminanti strategie durante le partite: “Ragazzi, forzaaaa!”, “Torniamo a coprireeee!”, “Su! Su! Tutti suuuuuu!” e prendersela con i due o tre poveracci che non hanno voce in capitolo.

In quegli anni imparai tutto quel che serve. Ad allenarmi senza fare fatica, stringendo le curve che neanche Nuvolari. Ad accelerare e sbuffare passando davanti al mister, per poi rallentare e chiacchierare amabilmente per il resto del giro. A legare le scarpe in modo che si slacciassero ogni quattro minuti dandomi la scusa per un’amabile sosta ristoratrice.

E soprattutto: imparai a ingraziarmi i vecchi carognoni della squadra, grazie ai quali avevi il posto assicurato. In pratica imparai tutto quello che serve, fuorché a giocare a calcio. Pazienza.

Le sconfitte erano costanti, cattive e snervanti. Ma servirono. A giocare in difesa con una squadra scadente impari di tutto e di più. Il tuo uomo viene servito circa 140 volte a partita: da vicino, da lontano, di rimbalzo, di tacco, di culo e perfino di mano. Gli arbitri sono sempre buonissimi con i forti. Il tuo lavoro è senza soste e umiliante, ma almeno t’insegna a soffrire: dagli attaccanti mediocri prendi regolarmente calci, manate e insulti assortiti. Dagli attaccanti forti prendi regolarmente gomitate, sputi e pestoni. Dall’arbitro cazziatoni paurosi, ammozioni, espulsioni. Una vittoria rubata ogni dieci partite è quanto ti basta per non mollare tutto.

Dopo qualche anno e un’infinità di dolorose umiliazioni non resistetti all’ennesima: il mister aveva promesso il posto da titolare a un mio caro amico che si allenava durissimamente da otto mesi ma era talmente buono da non essere riuscito a giocare nemmeno un secondo. Il titolare, un lavativo infame, odioso e fannullone, non si allenava da sei settimane, non si degnava di dare notizie e lo dicevano ingrassato di trentadue chili.

Il giorno della partita il mio amico indossò entusiasta la sua prima maglia da titolare ed entrò in campo per scaldarsi. Improvvisamente una Lancia Beta Executive di dodicesima mano piombò al campo. Scese il titolare, ubriaco fradicio, in ciabatte e vestaglia, con una bionda volgarissima avvinghiata al fianco. Puzzavano entrambi di wisky e di sesso. Lui ruttò e disse: Dov’è la mia maglia?

Il mister sorrise e ordinò al mio amico di spogliarsi seduta stante. Io non ci vidi più. Mi strappai di dosso la mia maglia numero 3, la calpestai con una scenata e giurai che non mi avrebbero mai più visto. Feci una doccia e, rivestitomi in abiti civili, andai in cerca del mio povero amico.

Non c’era più. Temevo si fosse suicidato per la delusione. Guardai in campo. Correva felice al servizio del titolare con addosso la mia maglia numero 3.

Era davvero giunto il momento di una svolta.

Matteo Rinaldi

novembre 5th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti

Lo sport più bello del mondo

Lo sport più bello del mondo non è il sesso, come qualcuno crede, ma il calcio. Quello giocato. Cinque puntate per capire il perché.

Una foto trovata a caso su Google scrivendo “Calcio amatoriale”. Da questa si evince che i gialli ci sapevano fare: hanno i calzettoni personalizzati (vedi spiega all’interno)

Decisi di cominciare a giocare a calcio a venticinque anni. Avevo appena abbandonato la carriera da rockstar perché mi sentivo troppo vecchio. Con una concezione del tempo totalmente fuori dalla logica, avevo deciso di intraprendere quella del calciatore amatoriale. Il fatto è che sapevo cantare, scrivere canzoni e suonare un po’ di tutto, a parte la batteria. Ma non sapevo giocare a calcio. Mai giocato in vita mia.

Per giocare a calcio servono poche cose basilari: la prima è la visione di gioco, cioè la capacità di guardarsi attorno e capire quel che succede: non solo dove va la palla ma soprattutto dove vanno avversari e compagni. Pensavo che per capire dove va la palla bastasse seguirla con attenzione. “No! Te ghè da capirlo prima, indove che ‘a va” mi spiegò schifato il mio primo allenatore. E come si fa a capirlo prima? Lo capii, in effetti. Dopo, però. Duecento sconfitte e trecento figuracce dopo.

Seconda cosa: bisogna avere il piede. Io mi sentivo particolarmente fortunato perché mancino: “I mancini servono sempre in una squadra di calcio” mi aveva spiegato mio cugino Paride, che non sapeva giocare neanche lui ma leggeva tutta la Gazzetta da cima a fondo.

Lo capii a militare cosa significa avere piede: Michele Corte, mio commilitone e promettente giocatore della Primavera del Vicenza, un giorno stoppò un vaso di ceramica che cadeva dal davanzale della finestra. Già sentivo il crash quando lui, d’istinto, allungò il piede e accompagnò il vaso fin sul pavimento, appoggiandolo senza nemmeno far rumore. Provai anch’io perché pareva facile. Mi frantumai due metatarsi, oltre al vaso.

Il piede non ce l’avevo. E comunque non sarebbe bastato. Bisognava anche saper giocare a testa alta. All’inizio pensavo fosse una questione estetica. Per molti giocatori lo è. In realtà serve a vedere quel che succede attorno a te. Ma accompagnare una palla col piede senza guardarla non è facile. Io la palla l’ho sempre guardata, con rispetto e ammirazione. E dopo anni di partite e allenamenti, sono riuscito a giocare quasi dignitosamente col campo visivo di una talpa. Mai visto un compagno in faccia prima di passargli il pallone. Avevo imparato a distinguere compagni e avversari dal colore dei calzini.

Ma neanche questo basta. Bisogna imparare a passare la palla non al primo uomo che capita ma al meglio piazzato. Detto che nel calcio amatoriale non ce n’è uno di meglio piazzato, ho sempre passato la palla con una logica più basilare: la davo a chi distinguevo meglio dai calzini. Oppure a chi urlava più forte. Oppure, nei tempi di forma strepitosa, a chi mi era più simpatico. Indimenticabili soddisfazioni.

Poi bisogna saper rinviare lungo. Nel calcio amatoriale è fondamentale: quando gli avversari sono più forti o quando il campo è fangoso – praticamente sempre, nella mia tremenda carriera – bisogna calciare più forte che si può nella direzione più lontana dalla propria porta: il fondo del campo, le tribune, le strade statali, gli aeroplani di passaggio. Cacciare il pallone distante serve a far respirare la squadra. Per alcuni compagni è assolutamente vitale: i lavativi rischiano la morte, durante le gare col campo fangoso e poche pause. Il problema è che senza il piede, il tuo rinvio non supera mai i dieci metri di distanza. Mai!

E poi la cosa più importante: bisogna saper fare la faccia da cattivo. Con l’arbitro e con gli avversari. E parlare benissimo il dialetto, perché dire all’arbitro “No lo gò gnanca tocà! El se gà butà par tera fa un vedèo!” non fa lo stesso effetto di “Io veramente non l’ho neppur sfiorato: sta smaccatamente simulando”.  Troppe cose da imparare, troppe davvero.

Ma il calcio è il più bello sport del mondo per qualcosa. Basta infatti specializzarsi. Come in catena di montaggio. Nel calcio dilettante e amatoriale basta una specializzazione da poco: segnare, se sei davvero bravo. Oppure far paura agli arbitri. O ai compagni. O agli avversari.

Io sapevo fare una sola cosa: saltare di testa. Nonostante un’altezza che poteva definirsi media nell’Italia dell’epoca di Alberto Sordi, non ho mai avuto paura di metterci la testa. Anche davanti ai grugni degli attaccanti della Bassa Vicentina o ai gomiti dei malefici picchiatori dell’Alto Vicentino. Per qualche misteriosa ragione, saltavo pure a tempo. E quando dal tuo metro e 74 anticipi un animale di uno e novanta, godi. Cazzo, come godi.

Dunque: col colpo di testa e un po’ di grinta puoi cavartela. Per cinque anni me la sono cavata così: mi attaccavo stretto alla mia maglia numero 3, che nessuno me la portasse via, poi mi attaccavo alla maglia numero 7 degli avversari (di norma il più piccolo, rompicoglioni, fastidioso e petulante) e obbedivo ciecamente ai tre ordini che mi dava il mister ogni sabato: 1) Tàcate a l’omo e no molàrlo mai. 2) No sta far troiàde. 3) No sta farte védar da l’àlbitro, co te fe troiade.

Non è che mi divertissi tanto, a dire il vero. A giocare così intendo. Però il calcio è meraviglia per tante altre cose. I compagni, gli avversari, gli arbitri. Ho giocato con un centrocampista dal glorioso passato nella Primavera del Padova che si faceva espellere una partita su due. Ci lasciava ogni volta in dieci, ma era così bello e fantasioso quando litigava con gli arbitri che ne valeva sempre la pena. Ho avuto un regista che pesava cento chili e parlava con la erre moscia (due cose apparentemente incompatibili) ma col pallone tra i piedi danzava. Non gliene importava nulla di vincere o perdere e difatti quasi sempre si perdeva. Ma contro gli avversari odiosi si scatenava. A Levà di Montecchio Precalcino, contro i primi in classifica e tre metri di fango che parevano sabbie mobili, s’incazzò con un avversario che ci aveva scherzato, prese palla a centrocampo e fece uno slalom pauroso tra sei avversari sei, grossi e cattivi, segnando il più spettacolare gol della mia carriera. Lo salvammo col respiratore artificiale, dopo il gol, ma non smisi mai più di volergli bene.

Avrei imparato a divertirmi davvero solo qualche anno dopo. A vedere la porta. A centrarla, perfino. A distinguere i compagni attraverso il feeling e non solo dal colore dei calzini. Ma nulla si ottiene senza sacrifici. E sacrifici furono: sangue, botte, lotte e sudore.

Matteo Rinaldi

novembre 3rd, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti

Participio presente

Transito per San Pio X, che da un paio d’anni è il mio quartiere. Ci sono nato a San Pio, ma non l’ho mai frequentato. Sono scappato presto, verso zone più centrali e anonime, dove non c’è senso di appartenenza e non si annusa aria d’identità condivisa. Per la prima volta, da quando sono tornato, mi guardo attorno con attenzione e voglia.

Sarà che qualche giorno fa ho ascoltato, sul sito di Radio Tre, la lettura del libro La luna e i falò di Cesare Pavese con la voce possente di Remo Girone (ascoltare per credere). Pavese dice che un uomo è tale solo quando ha almeno un paese in cui fare base o tornare almeno una volta ogni tanto.

Questa cosa mi era sempre sembrata una cazzata. Ma letta da Remo Girone no. Mi sono guardato attorno con attenzione. Ho visto facce che mi hanno rimandato all’infanzia e alla giovinezza. Bambini diventati uomini. Uomini diventati vecchi. Vecchi diventati vecchissimi. Eppure tutti riconoscibili. Chi ha lo stesso passo, chi lo stesso modo di muoversi, di tenere le spalle, di guardarsi attorno. A venti come a cinquant’anni. Tutti mi parevano belli, veri, miei.

Non mi sono mai sentito parte di qualcosa: un quartiere, una città, un popolo. Al massimo della mia squadra di calcio. Ma oggi che sono grande e coi primi capelli bianchi mi sento parte perfino del mio quartiere. Di queste facce estranee, che estranee non mi appaiono più.

Matteo Rinaldi

novembre 2nd, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 10 commenti