Lo sport più bello del mondo
Lo sport più bello del mondo non è il sesso, come qualcuno crede, ma il calcio. Quello giocato. Cinque puntate per capire il perché.

Una foto trovata a caso su Google scrivendo “Calcio amatoriale”. Da questa si evince che i gialli ci sapevano fare: hanno i calzettoni personalizzati (vedi spiega all’interno)
Decisi di cominciare a giocare a calcio a venticinque anni. Avevo appena abbandonato la carriera da rockstar perché mi sentivo troppo vecchio. Con una concezione del tempo totalmente fuori dalla logica, avevo deciso di intraprendere quella del calciatore amatoriale. Il fatto è che sapevo cantare, scrivere canzoni e suonare un po’ di tutto, a parte la batteria. Ma non sapevo giocare a calcio. Mai giocato in vita mia.
Per giocare a calcio servono poche cose basilari: la prima è la visione di gioco, cioè la capacità di guardarsi attorno e capire quel che succede: non solo dove va la palla ma soprattutto dove vanno avversari e compagni. Pensavo che per capire dove va la palla bastasse seguirla con attenzione. “No! Te ghè da capirlo prima, indove che ‘a va” mi spiegò schifato il mio primo allenatore. E come si fa a capirlo prima? Lo capii, in effetti. Dopo, però. Duecento sconfitte e trecento figuracce dopo.
Seconda cosa: bisogna avere il piede. Io mi sentivo particolarmente fortunato perché mancino: “I mancini servono sempre in una squadra di calcio” mi aveva spiegato mio cugino Paride, che non sapeva giocare neanche lui ma leggeva tutta la Gazzetta da cima a fondo.
Lo capii a militare cosa significa avere piede: Michele Corte, mio commilitone e promettente giocatore della Primavera del Vicenza, un giorno stoppò un vaso di ceramica che cadeva dal davanzale della finestra. Già sentivo il crash quando lui, d’istinto, allungò il piede e accompagnò il vaso fin sul pavimento, appoggiandolo senza nemmeno far rumore. Provai anch’io perché pareva facile. Mi frantumai due metatarsi, oltre al vaso.
Il piede non ce l’avevo. E comunque non sarebbe bastato. Bisognava anche saper giocare a testa alta. All’inizio pensavo fosse una questione estetica. Per molti giocatori lo è. In realtà serve a vedere quel che succede attorno a te. Ma accompagnare una palla col piede senza guardarla non è facile. Io la palla l’ho sempre guardata, con rispetto e ammirazione. E dopo anni di partite e allenamenti, sono riuscito a giocare quasi dignitosamente col campo visivo di una talpa. Mai visto un compagno in faccia prima di passargli il pallone. Avevo imparato a distinguere compagni e avversari dal colore dei calzini.
Ma neanche questo basta. Bisogna imparare a passare la palla non al primo uomo che capita ma al meglio piazzato. Detto che nel calcio amatoriale non ce n’è uno di meglio piazzato, ho sempre passato la palla con una logica più basilare: la davo a chi distinguevo meglio dai calzini. Oppure a chi urlava più forte. Oppure, nei tempi di forma strepitosa, a chi mi era più simpatico. Indimenticabili soddisfazioni.
Poi bisogna saper rinviare lungo. Nel calcio amatoriale è fondamentale: quando gli avversari sono più forti o quando il campo è fangoso – praticamente sempre, nella mia tremenda carriera – bisogna calciare più forte che si può nella direzione più lontana dalla propria porta: il fondo del campo, le tribune, le strade statali, gli aeroplani di passaggio. Cacciare il pallone distante serve a far respirare la squadra. Per alcuni compagni è assolutamente vitale: i lavativi rischiano la morte, durante le gare col campo fangoso e poche pause. Il problema è che senza il piede, il tuo rinvio non supera mai i dieci metri di distanza. Mai!
E poi la cosa più importante: bisogna saper fare la faccia da cattivo. Con l’arbitro e con gli avversari. E parlare benissimo il dialetto, perché dire all’arbitro “No lo gò gnanca tocà! El se gà butà par tera fa un vedèo!” non fa lo stesso effetto di “Io veramente non l’ho neppur sfiorato: sta smaccatamente simulando”. Troppe cose da imparare, troppe davvero.
Ma il calcio è il più bello sport del mondo per qualcosa. Basta infatti specializzarsi. Come in catena di montaggio. Nel calcio dilettante e amatoriale basta una specializzazione da poco: segnare, se sei davvero bravo. Oppure far paura agli arbitri. O ai compagni. O agli avversari.
Io sapevo fare una sola cosa: saltare di testa. Nonostante un’altezza che poteva definirsi media nell’Italia dell’epoca di Alberto Sordi, non ho mai avuto paura di metterci la testa. Anche davanti ai grugni degli attaccanti della Bassa Vicentina o ai gomiti dei malefici picchiatori dell’Alto Vicentino. Per qualche misteriosa ragione, saltavo pure a tempo. E quando dal tuo metro e 74 anticipi un animale di uno e novanta, godi. Cazzo, come godi.
Dunque: col colpo di testa e un po’ di grinta puoi cavartela. Per cinque anni me la sono cavata così: mi attaccavo stretto alla mia maglia numero 3, che nessuno me la portasse via, poi mi attaccavo alla maglia numero 7 degli avversari (di norma il più piccolo, rompicoglioni, fastidioso e petulante) e obbedivo ciecamente ai tre ordini che mi dava il mister ogni sabato: 1) Tàcate a l’omo e no molàrlo mai. 2) No sta far troiàde. 3) No sta farte védar da l’àlbitro, co te fe troiade.
Non è che mi divertissi tanto, a dire il vero. A giocare così intendo. Però il calcio è meraviglia per tante altre cose. I compagni, gli avversari, gli arbitri. Ho giocato con un centrocampista dal glorioso passato nella Primavera del Padova che si faceva espellere una partita su due. Ci lasciava ogni volta in dieci, ma era così bello e fantasioso quando litigava con gli arbitri che ne valeva sempre la pena. Ho avuto un regista che pesava cento chili e parlava con la erre moscia (due cose apparentemente incompatibili) ma col pallone tra i piedi danzava. Non gliene importava nulla di vincere o perdere e difatti quasi sempre si perdeva. Ma contro gli avversari odiosi si scatenava. A Levà di Montecchio Precalcino, contro i primi in classifica e tre metri di fango che parevano sabbie mobili, s’incazzò con un avversario che ci aveva scherzato, prese palla a centrocampo e fece uno slalom pauroso tra sei avversari sei, grossi e cattivi, segnando il più spettacolare gol della mia carriera. Lo salvammo col respiratore artificiale, dopo il gol, ma non smisi mai più di volergli bene.
Avrei imparato a divertirmi davvero solo qualche anno dopo. A vedere la porta. A centrarla, perfino. A distinguere i compagni attraverso il feeling e non solo dal colore dei calzini. Ma nulla si ottiene senza sacrifici. E sacrifici furono: sangue, botte, lotte e sudore.
Matteo Rinaldi
novembre 3rd, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti

on novembre 3rd, 2009 at 12:22
E’ una delle cose più belle che abbia mai letto sul calcio.
Grazie
on novembre 3rd, 2009 at 16:50
E’ anche vero che i più grandi del calcio raramente hanno superato 1,75 m. E’ perché gli impulsi arrivano prima agli arti inferiori.
on novembre 3rd, 2009 at 19:40
Ultimamente qui si leggono solo bei pezzi, devo dire (comunque anch’io giocavo 3, ed ero mancino uguale. Poca grinta, testa zero, piede non da buttare. Una volta, in un torneo dei bar, ho liberato l’area di tacco, e uno dalla tribuna mi ha gridato “Va’ in Brasile”. E’ stata la mia ultima partita, perchè quando si può si finisce in gloria).
on novembre 3rd, 2009 at 21:20
Potrei dire che…se certi uomini raccontassero del calcio in questo modo a certe donne…
Ma ti dirò un’altra cosa.
Da un pò di tempo a questa parte, la tua scrittura sta diventando sempre più verde…ed è uno dei pochi casi,come tu ben sai, in cui questo colore ha una connotazione positiva…
(No, non potrei mai amare il calcio. Non dopo che, a chiamarmi così, è stato un padre tifoso della Samp…):))
on novembre 3rd, 2009 at 21:31
Grass! Ti spedisco seduta stante tutto Brera, Mura e soprattutto lo scudetto del Toro raccontato da Massimo Gramellini.
Splendid: Da me gli impulsi al massimo arrivavano al ca… hem, al capiente nasone.
Alberto: Ti avrei odiato: un terzino mancino che colpisce di tacco. Avrebbero sempre fatto giocare te al posto mio.
Doriana: ti andata bene. Che ne dici di “Grifona” se fosse stato genoano?