Figli di un gol minore
Terza puntata dello sport più bello del mondo: il cerchio si chiude.

Una rissa tra professionisti: violenta, rapidissima, entusiasmante. Negli amatori anche le risse erano inguardabili: eterne, spossanti, inconcludenti.
La mia vita sportiva pretendeva una svolta. Appena trovai il coraggio di ammettere che le mie qualità erano inferiori al sopportabile, cercai fortuna al Centro Sportivo Italiano, campionato di bassa lega ma umanizzato dalla presenza di giocatori veri, che qui venivano a godersi gli ultimi anni di carriera.
La squadra con cui mi accasai si chiamava L’Edilizia Settecà e pareva una roba seria. C’era gente dal glorioso passato. Il simpaticissimo Marino Rossetti che aveva giocato una vita in serie A, col Vicenza degli anni d’oro. Un Bedin protagonista in porta col Valdagno negli anni di C.
Intendiamoci: persone meravigliose. Ma giocarci assieme – e soprattutto ragionarci – era impossibile. Non sapevo allora che la peggior sfiga del calcio amatoriale sono gli ex professionisti. Far giocare un calciatore vero in mezzo a noi è come pretendere che possa nascere un dialogo costruttivo tra un impiegato del catasto norvegese e un palazzinaro romano. Perfino Maradona, tra i sub-umani come me, diventerebbe nessuno: dovrebbe necessariamente adattarsi ai miei ritmi. Come potrei io adattarmi ai suoi? Per questo non un solo professionista ha saputo dare qualcosa al calcio amatoriale. Il massimo che potevano fare era scappare il più lontano possibile.
Purtroppo i nostri non scappavano. Anzi: pretendevano di giocare. Bedin, che in C parava anche i sassi, prendeva gol da mangiarsi le mani. Rossetto, simpaticissimo in spogliatoio, era del tutto evanescente in campo. Non bastasse, nell’Edilizia c’era un nonnismo che la brigata Folgore dei parà, al confronto, è la scuola Montessori.
Per giocare titolare servivano qualità insospettabili. Se sapevi sputare per terra e picchiare gli avversari, anche inutilmente, il posto era tuo. Se il portiere avversario, rinviando il pallone, ti colpiva alla schiena e la palla finiva casualmente in rete, eri un campione: titolare per sei mesi. Se gettavi la palla fuori perché un avversario si era spezzato una gamba, lo perdevi per tre lustri. Una zuffa vergognosa con l’avversario ti valeva non già una punizione, come sarebbe stato doveroso, ma tre presenze gratis parché el se a ièra sercà. Un vaffanculo all’arbitro e ti guadagnavi la fascia di capitano.

Giocare perennemente aggrappato alla maglia dell’avversario: il mio unico credo per cinque lunghi anni
Ma come in tutte le squadre, la cosa fondamentale era eseguire gli ordini del mister. Anche i più assurdi. Infatti gli ordini erano robe tipo “Slàrgate al centro!” (seguiva sguardo smarrito e zig zag senza meta) per arrivare ai diktat prepartita: “Guerra, tì fa il tuo. Mariano, tì daghe dentro. Mateo, tì te xughi solo parché no gò altri”. E a Giuliano, eterno panchinaro poco dotato: “Giulio tì… tì.. tì fa un póca de confusion.”
Giocavo poco, male e non mi accorgevo che invecchiavo, dentro e fuori. Ormai trentenne, cominciavo a ragionare come i vecchi marpioni: arrivavo in scientifico ritardo agli allenamenti pesanti. Badavo bene a marcare gli avversari meno forti relegando ai compagni ingenui i più rompicoglioni. Davo pubblicamente ragione al mister, criticandolo selvaggiamente solo di nascosto.
In cinque stagioni avevo segnato un miserando gol, di puro caso. Sopravvivevo con una dozzina di colpi di testa a partita, una quindicina di tackle più appariscenti che altro, cinque anticipi e settecento artigliate alle maglie degli avversari, sempre troppo numerosi e sempre troppo veloci. Siccome ormai la maglia 3 era mia, cominciai pure a ingrassare e a usare il peso in eccesso per dare spallate inutili e petulanti. Poi avvenne l’irreparabile. Sarei diventato papà.
Matteo Rinaldi
novembre 6th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 10 commenti

on novembre 6th, 2009 at 21:24
La paternità è stata la tua salvezza.
on novembre 6th, 2009 at 23:53
I tuoi racconti calcistici me li sono letti (e goduti!) tutti e tre insieme, stasera…
Sai che mi pare proprio di sentirli i tuoi allenatori? Però sembrano parecchio più rilassati degli istruttori di vela
on novembre 7th, 2009 at 01:22
Bello bello, mi sono divertita a leggerti
on novembre 7th, 2009 at 02:49
Spl: macché salvezza. Il dramma comincia dopo.
Laura: è vero. Mi sa che torno a giocare a calcio
Fata: è a vedermi giocare che non ti saresti divertita.
on novembre 7th, 2009 at 16:57
Ah complimenti per la segnalazione della Placida signora
vai a vedere và
on novembre 7th, 2009 at 17:04
[...] – Matteo Rinaldi racconta in maniera divertentissima il calcio dilettante: Lo sport più bello del mondo 1 Lo sport più bello del mondo 2 Lo sport più bello del mondo 3 [...]
on novembre 7th, 2009 at 19:21
Sai cosa c’è di bello in questi tuoi scritti?
Che racconti il calcio con la competenza del professionista ma addolcisci il tutto con un cuore da ragazzo “della porta accanto”.
Alterni e rendi equidistanti ragione e sentimento, frasi che sembrano uscite da campagne pubblicitarie di grido alla semplicità del dialetto, il sudore della maglietta numero 3 al profumo dei neonati. Davvero irreparabile!
on novembre 7th, 2009 at 20:38
Grazie alla Placida. Meno placida di quel che pensavo, se legge questi orrori.
Elle, l’unica parola giusta è irreparabile. Il mio calcio lo è.
on novembre 9th, 2009 at 07:12
La Placida Signora è una grande scopritrice di talenti, ha un “naso” professionale ed ogni volta quel che segnala è garantito!
Bravo Matteo, ho letto d’un fiato tutta la pagina e ti ho inserito tra i preferiti.
Saluti da Trieste, Ciao Renata
on novembre 9th, 2009 at 13:49
se vuoi, leggi la risposta tra una mezzora nel mio blog !