Non capisco un paterazzo
Le 5 FAQ del velista: dalla guerra dei sessi al sesso in pozzetto
Contenuti: domande 50%, risposte 50%, affidabilità 0%.
Nella foto: se vostra moglie vi scopre mentre visionate questa cassetta, inutile ammansirla spiegando che lo fate per il piacere suo. Il vostro ignobile scopo è lampante: cercate nuove strade per una (eventuale) sessione erotica in barca evitando capocciate, slogature, sbucciature, artriti e distorsioni.
Ci sono domande che voi umani non potete neppure immaginare. Di farle a voce alta non se ne parla. Ma questo sito lavora per voi: non solo ve le pone, chiare e impietose (“Si può far l’amore in barca a vela?”) ma addirittura vi risponde chiaramente (“No, neanche per idea!”) e vi spiega il perché. Tutto gratis!
Ma c’è di più. Se avete altre questioni impossibili, liberatevi dalle vostre catene e scrivete, forte e chiaro. Ognuno avrà ciò che si merita.
1. In barca a vela si va scalzi o scarpati?
Si discute da anni su questa sciocchezza. Ma nessuno sa dare la risposta definitiva. I regatanti spiegano che le scarpe sono fondamentali perché a camminare scalzi si rischia la salute di piedi, unghie e calcagni. I marinari replicano che farsi male è impossibile e che la sensibilità del piede scalzo è unica. Chi ha ragione? I marinari, senza dubbio. Io non mi sono mai fatto neanche un graffio, eppure cammino coi piedi storti, sono distratto e disarmonico come la vecchia Multipla, quella che cappottava anche da ferma. E poi l’anno scorso ho navigato venti ore consecutive con le scarpe da ginnastica addosso: quando le ho tolte ho rischiato l’incriminazione per omicidio. E sono tra quelli che sudano pochissimo! Quindi, chiudiamola una volta per tutte: in crociera si va scalzi, costi quel che costi. In regata ognuno è libero di fare quel che vuole. PS: io in regata giammai. A meno che non raccogliate un equipaggio scalzo, senza facce da scemi e soprattutto senza occhiali da sole. Allora vengo volentieri, anche a pelar patate.
2. In barca a vela si può fare l’amore?
Lasciate perdere. Primo: fa caldo. I piedi (vedi sopra) hanno già dato, perché insistere? Secondo: è stretto, e non avete più diciott’anni. Terzo: le pareti sono di cartone. Si sente pure lo sguish sguish, non è proprio il caso. Quarto: pochissime donne sono attratte dalla barca a vela. Quante ne possono esistere di attratte non solo dalla barca ma addirittura da voi malati di mente, nudi e puzzolenti dopo una giornata in condizioni subumane?
Nella foto: l’effetto della posizione sopra-sotto, eccellente su un vero letto ma abominevole in barca. La mancanza di spazio impedisce ogni movenza. Se non viaggiate con mare a forza otto, le sensazioni che date sono paragonabili a quelle del bradipo in amore.
3. In barca a vela la donna vale quanto l’uomo?
Sì, come in tutte le altre attività umane. Solo che trecento cialtroni disposti a farsi ammaliare da una vela li trovate, trecento cialtrone no. Al massimo trenta. Calcolando che in qualsiasi specialità sportiva e professionale i fenomeni non superano il due per cento, ogni trecento maschi avete sei possibilità di incontrare un campione. Su trenta femmine ne avete zero virgola. Punto, a capo e non parliamone più.
Nella foto: quando avete un prodiere come questo, potete tranquillamente vivere in barca senza presenze femminili. Peraltro è anche molto più bravo a cazzare le scotte senza il winch.

Nella foto: se a uno sguardo più attento il prodiere di cui sopra è in realtà questo, non indugiate: tornate immediatamente a terra e abbandonate la vela per qualche mese.
4. In barca a vela si può vivere?
Certo. Comodi come nelle segrete di Guantanamo, motivati come in un’alleanza di centrosinistra, rilassati come a Mosca dopo aver scritto un libro contro Putin. Per favore, avevamo detto domande sensate.

Nella foto: questa magnifica stampa d’epoca mostra chiaramente a quale livello di pazzia arriva chi è costretto a vivere in un guscio galleggiante. E non voglio sapere cosa andavano a fare lassù.
5. In barca a vela si può morire?
Certo. Ma è sempre meglio che morire in autostrada, su una pista da sci, giù per le scale, su un letto di ospedale. Dove abbiamo le stesse possibilità. Possiamo però abbassare la percentuale, comportandoci da persone per bene.
Nella foto: in barca nessuno è mai morto di solitudine. Apparentemente erotica, questa immagine è invece di un realismo sfacciato: fissa il temuto “Ingorgo nel quadrato”, quando per permettere ad A di raggiungere rapidamente il bagno, B e C – che stavano cucinando e carteggiando – sono chiamati a complicate evoluzioni circensi.
Nella foto: il fotografo velista-iperrealista Arturo Sguazzon ha raccontato con questo celebre autoscatto il suo “Semestre in barca senza scalo e senza senso”. Il piede sinistro fa la bussola, il destro il tangone, la mano sinistra il windex e la destra gli scongiuri. Solo fotografando gli orfanatrofi abbandonati di Chernobyl Sguazzon ha ritrovato la serenità. La stessa che va a cercare l’autore, in ferie. Pronto a tornare al timone, e alla tastiera, non appena settembre farà capolino. Un bacio.
Matteo Rinaldi
luglio 30th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 9 commenti

on luglio 31st, 2008 at 11:30
Non avendo mai messo piede in (o si dice su?) una barca a vela, mi chiedevo effettivamente se le scarpe, e che scarpe, eventualmente servissero.
Non avendo mai messo piede in (idem) una barca a vela non avevo mai avuto modo di pormi la questione di cui al punto due. Ma mi sembra impossibile che sia così impossibile. Quindi quello che mi chiedo io è: lo dici perché ci hai provato o non ci hai neanche provato? E soprattutto: visto che presumibilmente essendo in barca a vela c’hai il mare a portata di mano, non si può approfittarne per una sciacquatina, giusto per ovviare alla naturale puzzolenza del caso?
Non avendo mai messo piede etc…, adesso capisco perché non ci ho mai messo piede. Dev’essere perché sono donna. Non ho ben chiaro, solamente, se di norma l’ammaliamento avviene al momento della teoria o della pratica. Cioè: uno si fa affascinare dall’idea della vela o viene conquistato quando ci prova?
Vivere e morire, si può dappertutto.
on luglio 31st, 2008 at 14:48
…e allora perchè esistono le scarpe cosiddette “da vela”!? a che pro l’abbigliamento velistico spacciato da prada atque similia a prezzi incredibili?
luna rossa dovrebbe sponsorizzarti!!! 
buone vacanze, e spero non sulla barca a vela (per il menage familiare!!)
muy abrazos
on agosto 1st, 2008 at 10:23
Io le scarpe (anche dei sandalacci da 4 soldi comprati al mercato purche’ di suola chiara) per camminare in coperta sempre!
il sangue sul gelcoat e’ di un faticoso a tirar via…
on agosto 1st, 2008 at 17:44
“Adesso capisco perché non ci ho mai messo piede”.
La conclusione di Chiara è musica per le mie orecchie: il mio faticare al computer serve a qualcosa.
Il problema dell’abbigliamento da vela non è il prezzo: scarpe velistiche di ottima qualità, in centro a Vicenza, costano meno di un paio di ciabatte. È proprio che son brutte: un festival di colori e sponsor innominabili.
Figurarsi se non ho fatto l’amore in barca: con donne e uomini, indifferentemente, soddisfacendo sempre tutti appieno.
on agosto 3rd, 2008 at 14:05
arrgghhh! aiuto matteo!
e io che credevo di vivere in barca con tutti gli annessi e connessi di una sana vita di coppia?
leggendo questo post mi sorge il dubbio di vivere in un’illusione generata dalla mia mente…
scusa, vado, sono in piena crisi esistenziale per colpa tua… magari la soffocherò comprando un paio di scarpe da vela (che non ho!)
P.s. vis comica eccezionale…
)
on agosto 4th, 2008 at 12:26
BUONE FERIE!
BUON VENTO!
BELLA VITA!
Spero prima o poi di potermi “appropriare” DI QUESTO POST (sai a cosa alludo …)!
veramente inavvicinabile il tuo umorismo ..
saluti
skipper
on settembre 12th, 2008 at 12:02
settembre è tornato a far capolino, ma tu dove sei!? torna sulla tastiera!!
a presto
on settembre 16th, 2008 at 09:00
Hi! prozac
on settembre 23rd, 2008 at 08:26
[...] Mi son rotto il paterazzo Tempo fa il buon Rinaldi ha postato sul suo Blog “Non capisco un Paterazzo” [...]